Vorrei svegliarmi una mattina e, ancora sotto le lenzuola, accorgermi che un silenzio irreale avvolge la città. Il rumore del traffico giunge attenuato, come se il numero delle automobili fosse improvvisamente diminuito. La città tace, quasi fosse avvolta dalla nebbia o coperta da un abbondante coltre di neve caduta durante la notte, in grado di attutire il respiro e il brusio della quotidianità.

Quando ero ragazzo e frequentavo la scuola media di via Santa Croce, a Milano, nel quartiere Ticinese, durante i primi anni ’70, ogni tanto succedeva, e non era un caso isolato. In realtà, questo cambio di atmosfera non aveva a che fare con il clima ma c'entrava piuttosto con gli affari umani: era infatti il segnale inequivocabile che era in corso uno sciopero generale, in grado, all’epoca, di fermare completamente la vita della città.

Le strade si facevano deserte, come fosse domenica, gli autobus non circolavano, molti negozi e attività produttive erano chiusi. Allora, lo sciopero era in grado di “far male”, era segnale tangibile della forza dei lavoratori che dalle grande fabbriche del nord di Milano scendevano verso il centro carichi di rabbia e di speranza.

Sono passati più di quaranta anni da allora. Le grandi fabbriche non esistono più e con esse gli operai. Non è un male, considerando lo sfruttamento e l’alienazione a cui erano sottoposti. Sono stati sostituiti da un magma indefinito di lavorator* precar*, ricattati, mal pagati, incerti, attanagliati dalla paura, individualizzati e invisibilizzati, eternamente giovani (che aspettino, dunque!).

Vorrei che la condizione precaria si trasformasse in rabbiosa moltitudine precaria, in grado di ricomporsi, di ottenere un reddito garantito incondizionato, di poter rifiutare le proposte di lavoro indecenti che oggi vengono spacciate per opportunità. In grado di non accettare contratti di lavoro schiavistico nel nome del lavoro volontario e dello stage. In grado di far scendere di nuovo un silenzio liberatorio e di pace, quella della potenza dello sciopero.

Vorrei che la nostra vita venisse remunerata non tanto perché oggi lo sfruttamento riguarda l’intera vita, ma per riconoscere la nostra capacità relazionale, culturale e umana, non più finalizzata al profitto o a un indice finanziario, ma alla gioia di vivere.

Sono passati quarant’anni da quando il moloch metropolitano poteva essere messo in ginocchio. La mia scuola media di via Santa Croce è stata abbandonata negli anni ’80. Sembrava poter rinascere, ora che si era trasformata in un centro sociale autogestito. Stamattina sono stato svegliato dal rumore dell’elicottero della polizia e delle sirene dei cellulari dei carabinieri. Hanno sgomberato il centro sociale.

 

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