Manuela Gandini

“A noi interessa l’uomo totale. Siamo quindi per la sintesi di tutte le culture e quindi per la fusione di tutti i linguaggi musicali”, scriveva Giorgio Gaslini nel 1964 nel Manifesto della musica totale, in anticipo sulla concezione eteroclita della cultura postmoderna.

Il mondo di Gaslini è fatto di segni musicali, concettuali e pittorici. Il suo lavoro – saldo riferimento della cultura italiana da oltre mezzo secolo - non è solo musica, perché è nutrito da arti visive, cinema, letteratura, cronaca, teatro. Le sue note, che ci hanno accompagnati alla festa infinita, estenuante, del film La notte di Michelangelo Antonioni, sono da sempre in evoluzione. Niente è fermo per Galsini. E le sonate Piano Works, l’ultimo disco interpretato da Alfonso Alberti, edito da Stradivarius, lo confermano una volta di più.

Artista totale, riesce a coniugare le forme con le note, il colore con il suono, la visione con la musica, aprendo porte che collegano tra loro tutti i linguaggi del sapere. Quando cominciai a scrivere questo articolo non avrei immaginato diventasse un coccodrillo, e in effetti non lo è. Era scritto al presente e continuerò a usare il presente perché un artista non muore. L’indomani della presentazione del suo ultimo disco alla Feltrinelli di Milano, qualche mese fa, ci incontrammo per un’intervista e il registratore non funzionò che per un tratto. I frammenti che seguono ne sono il risultato.

“Nel periodo classico c’è un primo tempo, poi l’adagio, lo scherzo e il finale. Nel mondo moderno, e in particolare nell’arte astratta, si prediligono le forme aperte, quelle che ti crei tu. Se ricorri a una forma classica ne viene una cosa vecchia, già sentita. Io punto sempre sulle forme, cerco delle forme”.

Introducendo il suo disco, Gaslini dichiara che, prima di scrivere una partitura, immagina delle forme che possono essere ispirate da un’altra opera, come Le Epifanie di James Joyce (vedi i brani Seven epiphanies for piano), o, come nel caso delle prime 21 composizioni, ispirate direttamente dall’alfabeto. “Penso prima a una grande forma e poi questa ti suggerisce le suddivisioni. Le suddivisioni ti suggeriscono il linguaggio, il linguaggio scorre, quindi ho intuito l’alfabeto italiano che è di 21 lettere senza X, J e Y. Queste lettere danno l’ordine ai brani della sonata (21) e sono indicati con le lettere: A B C … alcune sonate sono brevi e altre più lunghe: io immagino la forma e poi scrivo”.

C’eravamo ripromessi di vederci in autunno, dopo la ripresa dalla sua infausta caduta sulle scale di un ristorante, per rinfrescare la nostra chiacchierata, perché il suo rapporto con le arti visive era talmente intenso che scrivere dei suoi dischi mi sembrava fosse come scrivere d’arte contemporanea. Era amico di tanti artisti, da Lucio Del Pezzo a Enrico Baj a Emilio Tadini e Mimmo Rotella. Sui decollage rotelliani aveva scritto partiture molto urbane e vivaci e, a proposito di Joseph Beuys, aveva composto un’opera ispirata alle parole messianiche dell’artista tedesco.

Gaslini è una sorpresa continua, un autore da studiare e scoprire nelle sue innumerevoli sfaccettature. Jazzista coltissimo, impegnato politicamente e eticamente, ha suonato con i maggiori musicisti del novecento in ogni parte del mondo. Amato e celebrato dal cinema, dalla scena musicale mondiale e dall’avanguardia, Gaslini è anche anche autore pop.

Dopo il Nastro d’Argento per le musiche del film La Notte, (1962) scoppiò la galsinomania nella pubblicità. Le agenzie di allora, le maggiori, facevano a gara per averlo con le musiche Jingle. “Ho imparato a sintetizzare ancora di più la mia musica – racconta - e ho capito che il tempo musicale è anche danaro, quindi questa attività mi ha dato un’economia del pensiero musicale molto maggiore di quella che avessi prima. Difatti ho realizzato intere serie di caroselli.

Soprattutto i Jingle sono miei, li facevo in taxi, in tram velocissimamente tom pim tom pim pom. Erano quattro note che però scolpivano la memoria dello spettatore, della casalinga. Bertolli non era mio ma è geniale, sol do do… poi ti perseguita per tutta la vita. Jingle è la persecuzione naturalmente. Tu devi raggiungere nel sonno le persone con Jingle. Ero la star dei Jingle”. Mondi pop e mondi colti, musica classica e d’avanguardia, Giorgio ha attraversato felicemente il secolo scorso e una parte di questo dedicandosi a ogni possibile creazione. Chiudo questo pezzo, che non è un coccodrillo ma un’aquila, con una delle bellissime storie che spesso mi raccontava.

“Le arti visive le ho sempre coltivate con attenzione. Ciò che mi ha portato a dipingere è stato un disco fatto con Anthony Braxton, il grande sassofonista di Chicago ancora vivente, orientato a Stockhausen a Boulez. Ci siamo incontrati un giorno e abbiamo deciso di fare un disco insieme. C’erano gli LP e ogni facciata durava 20 min. Abbiamo deciso di comporre una facciata a testa. Come sempre il musicisti afroamericani dicono sì, poi non si fanno più trovare e appaiono quando meno te lo aspetti. Sono tutti così, passano dei mesi. Allora abitavo in via Caminadella a Milano. Avevo il citofono con l’ascensore che entrava in casa. Erano le dieci di sera. Suonano il citofono e una voce dice “I’m Anthony”. Lo faccio salire e mi appare lui. Entra in casa, c’era un pianoforte a coda bianco, e tira fuori un plico di più di 20 pagine e dice: “Questa è la mia facciata”. Lo mette sul leggio e io comincio a suonare.

Cosa vuol dire K2? Ogni sigla della quale vi era un glossario era un movimento pianistico. A quel punto gli ho fatto vedere la mia facciata, ho prenotato la sala di registrazione per l’indomani e abbiamo impiegato un pomeriggio a incidere. Al primo colpo ha fatto i suoi 20 minuti, poi un piccolo intervallo e io ho suonato la mia parte. Tornati a casa per impostare l’LP, gli chiedo il titolo della sua composizione.

Lui mi guarda e tira fuori un disegno e mi dice “il titolo è questo”. Si può intitolare un brano con un dipinto? Gli dico: “allora aspetta Antony, questa è la mia facciata” . Gli mostro l’immagine dei miei brani fatta a posteriori. Lo abbiamo confrontato ed erano quasi uguali. Il mio era europeo: astratto, il suo era pieno di talento nero.”

 

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Una Risposta a Giorgio Gaslini. Dalla tonalità alla totalità

  1. BENEDETTO MORGERA ha detto:

    E’ sempre difficile trovare parole giuste per un uomo che se ne va, ancor più quando la sua vita ha significato così tanto per musicisti, cultori del suono e melomani vari. Sarebbe più consono inventare progressioni o accordi in libertà. Io lo ricordo tanti anni fa a Tivoli in una delle prime apparizioni pubbliche della Italian Instabile Orchestra. Un artista totale. Come dimenticare l’emozione e l’eleganza del suo Tecnica e arte del jazz? Un abbraccio.

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