Antonello Tolve

Una stagione indimenticabile, un'atmosfera luminosa, un'avventura intellettuale unica, originale, preziosa. I venti d'avanguardia proposti a Roma – dopo la breve ma intensa parabola informale – presentano un corpus polifonico che punta lo sguardo su alcuni fenomeni legati ai canali di comunicazione di massa (al paesaggio urbano, «alla segnaletica stradale, ai tabelloni pubblicitari, alla suggestione visiva della fisicità colorata della città») per creare un ambiente felice, quello degli anni Sessanta, carico di speranze, di sogni, di aspettative.

Roma «che pure conta più di due milioni di abitanti ed è la capitale d'Italia e la sede del Vaticano, è ancora un grande paesone, fatto di quartieri dove la vita e scandita da rapporti interpersonali consolidati, da conoscenze e da abitudini tipiche di piccola comunità, piuttosto che da necessità confacenti a una metropoli» (Meneguzzo).

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Cesare Tacchi, Sul divano a fiori (1965) Collezione Maramotti, Reggio Emilia

A questo scenario, uno scenario in cui artisti, poeti, intellettuali e galleristi intrecciano il loro cammino con il desiderio di costruire il nuovo volto di una città (e della cultura italiana in generale), una recente mostra curata da Laura Cherubini e Eugenio Viola pone nuovamente luce per tracciare un filo d'aria con il passato, per proporre un bilancio allegro, per rileggere un periodo nostalgico – «forse nessuna epoca ha mai suscitato tanta e tale nostalgia come gli anni Sessanta» (Cherubini) – che incide sul pianerottolo dell'arte le imprese di alcuni artisti straordinari legati a quella che Cesare Vivaldi «definisce in un celebre articolo pubblicato su Il Verri, la rivista vicina al Gruppo '63, come La giovane scuola di Roma» (Viola).

Organizzata negli spazi di Palazzo De Sanctis, a Castelbasso (frazione di Castellalto, in provincia di Teramo), C'ERA UNA VOLTA A ROMA. Gli anni Sessanta intorno a piazza del Popolo ridisegna appunto una mappa – una delle tante possibili – di questa avventura, di questo viaggio, di questo clima culturale legato ad una sfilata di nomi che, con occhio vigile, illuminano il panorama romano con un faro volto a definire una ardita situazione sperimentale.

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Franco Angeli, 25 Luglio (1963) Collezione Fondazione Arnaldo Pomodoro

«Piazza del Popolo era il centro del nostro mondo», ricorda Fabio Mauri. È il quartier generale dove si incontrano quotidianamente Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Francesco Lo Savio, Giuseppe Uncini, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis, Mimmo Rotella, Salvatore Scarpitta, Mario Ceroli, Cesare Tacchi, Remato Mambor, Sergio Lombardo, Gino Marotta, Pino Pascali ecc. Ma anche un eclettico e raffinato Emilio Villa e tutta una cerchia di figure che, tra il benemerito e ospitale caffè Rosati e una serie di spazi dell'arte – tra questi ci sono La Salita di Liverani, L'Appia Antica di Alliata, La Tartaruga di De Martiis e L'Attico di Sargentini – avanzano ipotesi felici per l'arte e per una cultura italiana che dialoga (attraverso Cy Twombly, Toti Scialoja e William Dembly) con le parallele esperienze americane.

Renato Mambor

Renato Mambor, Moto Albero Mosca (1965) Collezione privata

«Piazza del Popolo è punto di ritrovo anche per il gruppo dei poeti Novissimi che spesso si intersecano con gli artisti romani, presentando i nuovi artisti con le loro poesie e viceversa, così come avviene, ad esempio, con il Gruppo '63 e in particolare con Nanni Balestrini» (Cherubini-Viola). Si tratta, infatti, di un brano di storia sorprendente, restituito, oggi, mediante un denso paesaggio (una nostalgia?) che delinea, via via, l'irrequieta intelligenza e il fermento creativo di una galassia effervescente. Di un momento esclusivo che si dilata, poi, su un'altra storia. Su un'altra favola che, con il Teatro delle mostre (e con cose simili), apre l'avventura ai comportamenti alternativi dell'arte.

C'ERA UNA VOLTA
Gli anni Sessanta intorno a piazza del Popolo
a cura di Laura Cherubini, Eugenio Viola
Fondazione Menegaz, Castelbasso (TE)
Fino al 31 agosto

 

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