Dalila Colucci

È un sottile gioco riflessivo ad attenderci sulla copertina del saggio di Riccardo Donati, che si muove tra poesia e arti della visione: nel superare lo straniante sistema di cornici che circondano la sagoma di un occhio, il lettore ha infatti l’impressione di attraversarne la fragile membrana epidermica per accedere alle sue pieghe cerebrali, ai suoi più segreti meccanismi percettivi. La palpebra interna – sia essa quella della Jeune femme, forse colta a spiare attraverso una serratura; o quella dei diciassette poeti raccontati nelle pagine che seguiranno – allude all’indagine sui processi creativi di matrice visiva che sottendono a un certo numero di esperienze poetiche del secolo scorso e della contemporaneità.

«All’incrocio di regimi di visibilità (o scopici) e regimi di enunciazione», lo sguardo costituisce il perno teorico di un studio originale, che richiamandosi a precedenti di scuola francese – Debray, Bonnefoy, Didi-Huberman – e recuperando le quattro categorie wölffliniane di sguardo come evento, avvento, esperimento e accecamento, articola il lavoro in altrettante sezioni interpretative; l’uso delle quali porta a una destrutturazione delle consuete categorie letterarie.

Sotto lo sguardo-evento sono raccolti esperienze poetiche lette alla luce della relativizzazione scientifico-culturale degli anni Cinquanta: le opere di Villa, Scialoja, Bigongiari e Cattafi fanno sprigionare un’energia mentale ed erotica che riposa nel binomio caos-caso, in una regressione all’origine prima. Interessati al fatto artistico come rivelatore di una realtà seconda e assoluta sono invece coloro cui Donati attribuisce lo sguardo-avvento: Luzi e Gatto, Testori e Pasolini.

La terza sezione è dedicata allo sguardo-esperimento, specola di un valore documentale del fatto artistico: a quello che Donati chiama l’esperimento del sé rispondono i moduli poetici di Zavattini e Raboni,indagati attraverso il poemetto dedicato al pittore Ligabue e il testo Le nozze, costruito sul Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck; ad esiti simili giunge, nella stretta contemporaneità, Andrea Inglese, che organizza la raccolta Commiato da Andromeda sul dipinto quasi omonimo di Pietro di Cosimo, metafora visiva atta a rileggere a posteriori una storia sentimentale. Le riflessioni di Sanguineti e Risi sulla funzione sociale dell’arte rappresentano invece lo sguardo come esperimento del noi. Esempi ne sono la galleria poetica intitolata al museo olandese Mauritshuis, le cui rappresentazioni celebrative della borghesia del Cinque-Seicento Sanguineti degrada e ri-vivifica con toni parodici; e Un albero appeso al muro, ove Nelo Risi denuncia l’autoreferenzialità dell’arte contemporanea.

Ultima tappa è costituita dallo sguardo-accecamento, tendenza che riguarda le voci della contemporaneità, testimoni della moderna superfetazione di immagini. Le strategie del guardare riposano ora in un «accecamento antiedipico», sintomo di una visione non oculare profonda, in grado di «bucare la pellicola opaca della mediasfera ambientale». Al centro di questo sguardo inabissato sta il corpo, bloccato tra esaltazione e autoannullamento, in cui l’opera d’arte si riflette. A seconda che sia visto da dentro o dal di fuori, il corpo dello sguardo-accecamento può manifestarsi in forme di autoscopia o eteroscopia.

Le prime si rintracciano in Valerio Magrelli ed Elisa Biagini: l’uno compreso nella raffigurazione di una «macchina-corpo» parcellizzata, che Donati legge in sintonia con le innaturali torsioni della carne nei quadri di Bacon; l’altra impegnata in un «itinerario di catabasi» nel corpo femminile, desessualizzato in prospettiva anatomica (sulla scorta delle performance di Mona Hatoum), o riconosciuto per brandelli in un’alienata quotidianità domestica. All’eteroscopia appartengono invece le esperienze di Tommaso Ottonieri, il cui sguardo eterodiretto pullula di presenze e visioni di natura filmica; e di Gabriele Frasca, il cui romanzo Il fermo volere, storia dell’«intrusione di un corpo-altro» nella vita di un lettore di fumetti, si configura come spazio di sinestetica contaminazione di codici.

Sul prevalere delle ragioni dell’ascolto nella dinamica combinatoria tra parola e immagine, la palpebra – fragile o oscurata che sia – non può che chiudersi del tutto, senza che ciò comporti una valutazione rinunciataria o dolente sui risultati dell’ultimo secolo di poesia. La polifonica proposta di Donati resta una riuscita antologia di sguardi epifanici e alle volte chiaroveggenti, attraversati – pur nella cupa sfiducia di certe posizioni novecentesche – da un’affermazione inesausta del gesto poetico: che sopravvive sempre, traendo dall’incontenibile mondo del visibile la linfa per la sua pratica di creazione e di speranza.

Riccardo Donati
Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione
Le Lettere (2014) pp. 291

€ 25,00

 

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