Paolo B. Vernaglione

"Brisset era stato ufficiale di politzia giudiziaria. Dava lezioni di lingua. Ai suoi allievi proponeva dettati come: Noi Paul Parfait, carabinieri a piedi, essendo stati mandati al villaggio Capeur, vi siamo andati, rivestiti delle nostre insegne". Nel 1970 Michel Foucault scrive l'introduzione all'opera linguistica dell'autore della Grammaire Logique (1878) e della Science de Dieu ou la Creation de l'Homme (1900), compresa nel primo volume dell'Archivio, ripubblicato nell'impeto onomastico della scomparsa (assurdo che non si possano scaricare gratis i tre volumi italiani).

Il furore del trentennale ha fatto emergere anche il corso al Collège de France del 1979-80, Del governo dei viventie negli anni scorsi il corso di Lovanio del 1981, Mal fare, dir vero, e Il coraggio della verità (1984), mentre da qualche mese si possono leggere il corso del 1972-73, La societé punitive e Subjectivitè et veritè (1980-81), che saranno forse tradotti tra una ventina d'anni, se va bene... Nel frattempo è consigliabile leggere l'edizione americana dei Detti e scritti, a suo tempo curata da Paul Rabinow, soprattutto per gli interventi e le interviste degli anni Ottanta.

Quest'edizione rimaneggiata del primo tomo dei Dits et écrits, che sarebbe stato bene aggiornare con una nuova introduzione, "copre" gli anni in cui Foucault dà alle stampe La storia della follia nell'età classica (1961), Nascita della clinica (1963), Le parole e le cose (1967), L'archeologia del sapere (1969), e L'ordine del Discorso (1970). Nello scritto su Brisset, linguista schizofrenico con manie apocalittiche, Foucault delinea la genealogia del linguaggio in cui si riconosceranno i profili di Raymond Roussell e Louis Wolfson. Per Brissett si tratta della ricerca sull'origine delle lingue, non ricostruìta nell'ipotesi di una lingua ancestrale formata da un piccolo numero di elementi semplici, da cui le lingue storiche e le possibilità di traduzione. Bensì illuminata nella disarticolazione delle parole in cui si odono grida di terrore e i cui suoni annunciano sangue e carni maciullate.

Sette punti sul settimo angelo illustra in maniera esemplare l'archeologia inaugurata da Foucault, il cui concetto è ribadito nelle interviste a Raymond Bellour, dopo l'uscita de Le parole e le cose e le polemiche provocate da questo testo magistrale presso gli storici e i sartriani più o meno militanti. Non bisogna pensare l'archivio, ci dice Foucault, come la ricerca di strati in consonanza con la cronologia; né come un'indagine sincronica di ciò che da un passato documentario risulta al presente. Il metodo archeologico consiste in un'analitica degli enunciati che danno luogo a dispositivi: forme linguistiche, usi, repliche del "senso comune" di una soglia temporale nelle scienze e nelle idee; composizioni di registri giudiziari, interrogatori, cartelle cliniche e statistiche, da cui emergono una certa costellazione epocale, uno o più luoghi di passaggio tra l'età classica e gli inizi della modernità alla fine del XVIII secolo. Là ove nascono le scienze umane, che poco recuperano delle "antiche" grammatica generale, storia naturale e analisi delle ricchezze.

La testimonianza più lucida di questa sconnessione che è l'"uomo", in quegli anni Sessanta in cui Foucault intraprende la ricerca sulle due partizioni decisive della cultura d'Occidente, quella tra ragione e disragione e quella tra parole e cose, è l'introduzione (1971) all'Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant. Il sapere critico che determinerà l'affermazione delle scienze sociali dovrà vertere sui fondamenti della fonte, dell'ambito e del limite: qui l'esistenza del discorso si dissolve a vantaggio dell'esistenza, cioè di una "natura" ineguale dello scambio, di una logica d'esclusione e di una pratica di dominio.

L'archeologia restituisce dunque al discorso un principio di enunciazione in cui per un verso si apprezzano le discontinuità storiche, su cui Braudel e la scuola delle "Annales" avevano incentrato una storiografia della lunga durata e delle connessioni; per altro si coglie la deriva del linguaggio nell'irriducibilità alla formalizzazione, ad una semantica e ad una semiotica, di cui già Benveniste aveva misurato la distanza.

Questa strutturazione teorica, che taglia di traverso ermeneutica e formalismo, ci permette di cogliere il profilo delle scienze umane, non in ciò che hanno avuto di normativo, bensì di inclusivo: Marx, Nietzsche e Freud non hanno inventato una scienza dell'economia, delle potenze e del soggetto, come Foucault dice nell'introdurre il convegno di Royaumont del 1964 qui riprodotto; ma una tecnica d'interpretazione, riconoscendo anzitutto la qualità discorsiva di altre interpretazioni: il saggio di profitto di Ricardo, il divenire segno di un'interpretazione che lo anticipa in Nietzsche, il riconoscimento di una "catena" parlata che lega analista e analizzante, di cui Lacan ha esplicitato il senso e la portata.

Quello che persiste come disagio dell'attuale modernità, segnalato ne Le parole e e le cose come "sonno antropologico", è interrotto alla scadenza dell'"epoca classica" dal Discorso che individua i rapporti tra saperi, poteri e soggetti – di cui Foucault nell'intera vita ha dato conto: nelle linee di desoggetivazione prodottesi in letteratura, a partire dal pensiero di Blanchot; nelle opere di classificazione di Cuvier e Bichat; nell'evidenza di un esteriorità del "sè" che le pratiche antiche riconducevano ad una frequenza del "dire il vero", lontana dalle attuali ortopedie psicoanalitiche.

Di questa urgente congèrie di problematiche darà conto Gilles Deleuze. È stato pubblicato in questi giorni il primo volume del corso su Foucault, Il sapere (1986-87), sì che le giovani generazioni possano farsi un'idea meno approssimativa di questo non filosofo e non epistemologo che ha rivoluzionato il pensiero con un sapere che è pratica di resistenza.

Michel Foucault
Follia e discorso
Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste. 1961-1970
a cura di Judith Revel
Feltrinelli (2014), pp.286
€ 13,00

 

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