Elvira Vannini

La piantagione costituiva un modello per disciplinare l’ordine sociale nelle colonie: era un’impresa (bianca e occidentale) a tutti gli effetti, un modo di disporre della natura, così come si organizza una fabbrica o un impero, sia dal punto di vista politico che di pianificazione e controllo territoriale.

Dallo schema degli insediamenti operai nella città-giardino, alla divisione del lavoro e i rapporti di produzione, fino all’espropriazione del tempo, questo modello rimarrà alla base della moderna economia capitalistica, di quella che Chakrabarty ha chiamato la “Storia 2” non posta direttamente dal capitale come condizione originaria, ma quale suo antecedente costitutivo. Secondo Sandro Mezzadra, le colonie hanno rappresentato per il capitalista europeo un laboratorio di sperimentazione e dopo la disgregazione del dominio imperiale e colonialista si sono diffuse a livello globale. Il vegetale, in questa storia, non sfugge ai rapporti sociali ma è stato tra le istanze politiche principali, quella che ha generato forme di estrazione e sfruttamento.

Nella città che ha segnato l’emersione incontrastata dell’Arte Povera nello star-system internazionale, dove la natura, organica o inorganica, veniva recuperata come esperienza evocativa e di osmosi contemplativa col mondo, torna ora in scena al centro del progetto Vegetation as a Political Agent curato da Marco Scotini per il PAV di Torino. Ma torna in scena come storia: attraverso quelle rivolte che hanno avuto un esito dirompente, riappropriandosi di quell’autonomia ed emancipazione delle piante, che, storicamente, nel passaggio a una governamentalità del potere, si attuava nei percorsi di lotta degli sfruttati e dominati. Queste sono state l’epicentro di alcune delle rivoluzioni documentate in mostra, che hanno messo in crisi i modelli di sovranità, suscitando riflessioni e problemi sotto il profilo politico, assumendo il paradigma estetico.

La vegetazione è stata un teatro di conflitti e di continua ridefinizione politica, non solo biologico-evolutiva, ma come soglia critica nella scrittura delle storie di quello che è stato definito il capitalismo postcoloniale, in cui convivono modi di produzione, regimi di lavoro e temporalità molteplici. Emerge una trama complessa di dominio e resistenza, violenza e insubordinazione. È a partire da queste rotture che Scotini rilegge – ancora una volta attraverso l’archivio foucaultiano – la configurazione coloniale nell’accumulazione di capitale, le lotte per il potere e il loro intreccio reciproco con la produzione della natura: attraverso le linee di frattura e antagonismo che l’hanno attraversata.

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Piero Gilardi, O.G.M. Free [G.M.O. Free] 2014
Costumi per animazione politica, poliuretano espanso dipinto, stoffa e manichini
Courtesy Fondazione Centro Studi Piero Gilardi.

Vegetation as a Political Agent porta all’estremo grado di analisi il format della “research exhibition”, come tipologia espositiva con materiali di ricerca (archivi, tracce visuali e documentali, pubblicazioni, notazioni e interviste) e della mostra come laboratorio sociale, al centro di una costellazione di rapporti tra arte e politica, in una prospettiva ecosofica, che Scotini porta avanti con radicale coerenza - dall’esperienza di Dopopaesaggio (1995-2001) fino alle sezioni di Disobedience Archive dedicate a Bioresistence and Society of Control (MIT Boston, 2012) e all’ultima incentrata sulla resistenza di Gezi Park, da poco conclusa (SALT di Istanbul, 2014). Si tratta di una concatenazione che si colloca in modo inequivocabile, come una efficace ex/position, in un discorso internazionale di teoria e documentazione espositiva, che assume le pratiche artistiche e di lotta come elemento al centro dei processi trasformativi in atto, avviando una serie di narrative costruite sulla base di eventi che hanno provocato un cambiamento della nozione stessa di arte (art history) attraverso i modi della sua presentazione (exhibition history).

Il percorso si apre con OGM Free di Piero Gilardi, ideatore e animatore del PAV, con tre grandi sagome antropizzate a forma di pannocchia di mais che rimanda ai costumi, ai carri e agli attrezzi teatrali che l’artista realizza a fianco della lotta NO TAV, retaggio dell’esperienza delle azioni performative e di protesta di strada, vicine alle forme del teatro politico, che aveva condotto in collaborazione con il collettivo La Comune di Torino, quando negli anni ’70 abbandonava la produzione e l’attività espositiva per sperimentare modi e forme di contro-informazione. Anche la riproduzione di Zapantera Negra di Emory Douglas ha per oggetto il mais. Una campionatura del murales che Douglas - icona delle lotte del partito afroamericano e Ministro della cultura del partito rivoluzionario delle Pantere Nere dal 1967 fino al suo scioglimento negli anni Ottanta - ha realizzato all’Escuelita Zapatista per celebrare il ventesimo anniversario del Movimento guidato dal subcomandante Marcos. Ma là dove le Pantere Nere impugnavano pistole, gli zapatisti hanno al loro posto delle pannocchie di granturco rovesciando così gli strumenti di emancipazione.

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Emory Douglas, Zapantera Negra - Pittura murale, dimensioni variabili
Courtesy the artist. Realizzato da Pietro Perotti.

Facendo un passo indietro, nel contesto della Guerra Fredda e della decolonizzazione, la natura è servita non solo per delegittimare il dominio e l’espansione creando spazi di resistenza ma per proporre modelli alternativi del rapporto tra arte e agricoltura sul fronte dei due blocchi contrapposti: nel 1974 l’artista Bonnie Ora Sherk fonda a San Francisco, in un’area abbandonata e di risulta, sotto l’incrocio di uno snodo autostradale, The Farm (Crossroads Community), una fattoria, una scuola, un’esperienza utopico-comunitaria che riuniva sotto il segno dell’arte, la botanica e la coltivazione, l’educazione e il teatro, con l’appropriazione di uno spazio liberato, riconosciuto oltre i limiti dell’istituzione, come diritto politico. Negli stessi anni, in Ungheria, Imre Bukta compie grottesche azioni performative, al limite dell’assurdo indossando la “divisa” operaia, che nella desolata campagna rurale, è comunque identificabile come un abito da lavoro, ma dove il modo di produzione fordista sembra non essere mai avanzato: Butka è forse un lavoratore che rifiuta il lavoro per autodefinirsi “artista-agronomo”.

Altre opere video e documentarie si incentrano intorno a figure storiche, di attivisti e leader politici, tra cui la teca dedicata ad Amilcar Cabral: agronomo, fondatore del PAIGC (Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea-Bissau e Capoverde) che si mise a capo dei movimenti di liberazione e riscatto nazionale che portarono alla fine dell’oppressione del potere coloniale. Nel 1954 Cabral aveva realizzato al servizio del Governo Coloniale, in qualità di ingegnere-agronomo, un censimento agricolo della Guinea-Bissau da cui erano emersi i vettori di sfruttamento e le potenzialità di rottura: inizia ad insegnare alle popolazioni locali nuove tecniche di coltivazione per avviare il processo di emancipazione dai colonialisti portoghesi e permettere durante gli attacchi, la sussistenza e il reperimento di cibo per i ribelli. Cabral fu assassinato pochi mesi prima dell’indipendenza del suo paese ma il suo ruolo è stato decisivo nella storia politica della decolonizzazione per mezzo delle lotte di liberazione e delle insurrezioni armate dove autonomia e sovranità erano state negate, facendo del suo popolo non l’oggetto ma il soggetto di questa storia. La filmmaker portoghese Filipa César ha dedicato un cortometraggio in 16mm alla figura di Cabral: Conakry (il titolo è il nome della località dove venne ucciso) è una lecture, in collaborazione con la scrittrice portoghese Grada Kilomba e l’attivista americana Diana McCarty, che racconta la resistenza e il processo di indipendenza, integrando immagini found-footage del cinema militante in Guinea-Bissau tra il 1972 e il 1980, salvandolo così dal deterioramento.

Teca Amilcar Cabral

Teca Amilcar Cabral

Nomeda e Gediminas Urbonas si confrontano con la figura di Mel King, attivista nero, docente al MIT nel Department of Urban Studies and Planning, in una lunga videointervista già parte dell’archivio Disobedience. Come racconta Leonie Sandercock, che lo incontrò in uno dei suoi celebri pranzi domenicali (che condivideva con chiunque arrivasse), già dagli anni Sessanta Mel King praticava “l’azione diretta, di strada, con boicottaggi accompagnati da un senso del teatrale [..] e lavorava dentro il sistema, per cambiarlo”, così nel 1973 eletto nella legislatura dello stato, vi rimase per cinque mandati. In questi anni trasformò i suoli liberi di proprietà statale in giardini comunitari, fece piantare alberi di frutta e noci, sostenne la Boston Urban Gardners, un’organizzazione politica di quartiere, attiva con le minoranze e le donne, nei mercati degli agricoltori e negli orti urbani. Gli Urbonas rileggono anche il contributo di Julie Kepes Stone, artista e attivista, figlia di Gyorgy Kepes ed esponente del Black Panter Party poi attiva nel movimento di guerrilla gardening, che esplora la storia degli appezzamenti comunitari, come opposizione auto-organizzata e di cooperazione dal basso, che ha profondamente inciso nella storia della disobbedienza civile a Boston (insieme a figure come Noam Chomsky), nelle lotte per l’abitazione e le urban gardners strategies.

Se la mostra sviluppa, sullo stesso livello, pratiche artistiche sperimentali, illustrazioni e campioni scientifici, documenti d’archivio, contributi letterari e filmici, ma anche impianti di coltura vegetale e modelli alternativi di agricoltura urbana, nel tentativo di costruire una storia politica e sociale delle piante, nel nucleo centrale gli architetti RozO (Philippe Zourgane & Séverine Roussel) realizzano la Sala Verde, una grande costruzione site-specific, di bambù e foglie di palma di cocco intrecciate da un artigiano delle Isole della Réunion. Tipico esempio di architettura vernacolare, ricavata sul latifondo non coltivato, adibita alle cerimonie e i riti festivi delle classi popolari durante i 150 anni dalla data di abolizione della schiavitù, raccoglie due momenti legati alla storia del colonialismo francese. Da un lato sono sospesi i fotogrammi tratti da La vittoria del nord ovest, girato nel 1952 dalle forze militari Viet Minh durante la guerra contro l’occupazione: proprio mimetizzandosi nella foresta, attraverso l’arma della vegetazione, la guerriglia vietnamita si rese invincibile aggirando il nemico. Dall’altro lato, le foto provenienti dall’archivio dell’esercito francese, scattate tra il 1952-56, che documentano le mietiture in Algeria da parte delle forze militari e, attraverso lo sfruttamento agricolo, la concentrazione del potere nelle mani del colonizzatore.

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Filipa César, Conakry 2012
16 mm trasferito in video HD, suono, colore, 10‘20“.

Molte delle istanze ambientaliste sono al centro di nuove forme di protesta e disobbedienza civile: sit-in, manifestazioni, forum, blocchi stradali, boicottaggi contro quella che è stata definita la finanziarizzazione (e militarizzazione) della natura [Razmig Keucheyan], dallo sfruttamento capitalista della biosfera ai prodotti finanziari che ne derivano e che generano profitti: la gestione del rischio energetico (i mercati del carbone e il trading sul petrolio), i derivati climatici (cat bonds), ma anche l’ascesa della monocoltura transgenica e i distributori di OGM, che stanno ri-colonizzando il pianeta con l’introduzione delle biotecnologie. Molte delle pratiche artistiche riflettono su questo: Claire Pentecoste che con Greetings from the Cornbelt, realizza una serie di cartoline a sostegno dell’Unione delle Organizzazioni della Sierra Juarez di Oaxaca, per informare i coltivatori locali sulla diffusione di mais geneticamente modifico che seppur illegale viene massicciamente prodotto in Messico.

Oppure i Seeds of subsistence di Ayreen Anastas e Rene Gabri (fondatori della piattaforma newyorkese 16 Beaver Group e vicini alle organizzazioni di movimento, tra cui Occupy Wall Strett), che immettono nel mercato semi biologici per il re-equilibrio del suolo, ma la bustina anziché indicare le istruzioni per la piantumazione veicola messaggi politici. Il collettivo americano Critical Art Ensemble, che da sempre assume tattiche biopolitiche per sabotare, attraverso quello che chiamano ‘recombinant theatre’, i processi di mercificazione delle industrie farmaceutiche e le grandi multinazionali delle risorse alimentari, ha creato nella corte del PAV uno Sterile Field, una campionatura di terreno sterilizzante impiantato dall’esterno e trattato con un diserbante chimico anti-germinativo, chiamato ‘sterminatore’ e commercializzato da potenti società di biotecnologie agrarie, che consente solo agli OGM di crescere e distruggere la biodiversità.

RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel) When vegetation is not decoration   2014 Architettura vegetale, foglie di palma e bambù, realizzata da Camille Sevaye, P.Batoon.

RozO (Philippe Zourgane e Severine Roussel)
When vegetation is not decoration, 2014
Architettura vegetale, foglie di palma e bambù, realizzata da Camille Sevaye, P.Batoon.

Nella concettualizzazione formale di un’ampia cartografia di pratiche e linguaggi, si passa dall’impianto di una specie botanica immigrata dal Sud Africa, dello zimbabwese Dan Halter per il PAV, ai campi di protesta degli attivisti treesitting coinvolti da Adelita Husni-Bey, e documentati in un archivio che raccoglie video, interviste e zine che ripercorrono una cronostoria legata al movimento ambientalista nel regno Unito a partire dagli anni Ottanta, in cui la costruzione di insediamenti abitativi, auto-sostenibili e sospesi sugli alberi, occupano abusivamente intere aree boschive squottate per impedirne l’abbattimento da parte delle compagnie del legno, diventando uno strumento di lotta comunitario. Dal metodo rivoluzionario di riciclaggio sostenibile dei rifiuti e dei sistemi agro-ecologici che Fernando Garcìa-Dory propone in Dream Farms, un’unità produttiva sviluppata sulle idee pioneristiche di George Chan, si passa all’artista slovena Marjetica Potr che presenta una pubblicazione, in collaborazione con Archive Books di Berlino, sull’esperienza condotta con la sua classe di Design for the Living World nella creazione di un orto comunitario a Soweto, in Sudafrica, e al progetto di Ubuntu Park, come modello di spazio collettivo e ricreativo per le generazioni post-apartheid.

La memoria vegetale porta con sé l’immanenza sovversiva della modernità, e irrompe nella linearità cronologica del tempo, disattivando il paradigma scientifico e quello della nomenclatura tassonomica della botanica. Sovverte la matrice dell’ordine classificatorio e del regime discorsivo trasmesso dagli archivi, dove non c’è alcuna traccia della subalternità, come suggerisce Gayatri Spivak nel suo testo più conosciuto, perché i saperi delle classi dominanti, governati dalla logica del ricordo e dall’eredità del “modo coloniale schiavista della produzione”, hanno contribuito all’attuale configurazione del capitalismo come “regime ecologico”. La posta in gioco di questa tensione è ancora una volta la produzione di soggettività, dentro e contro lo sfruttamento capitalista della natura: attraverso tutte quelle insorgenze che lo percorrono e ne contestano i principi.

Vegetation as a Political Agent
a cura di Marco Scotini
Fino al 2 novembre 2014
PAV - Parco d'Arte Vivente, Torino

 

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