Giovanni Gozzini

Nella mia città, Firenze, esiste un’espressione – «mettere le brache al mondo» – che viene usata per disprezzare chi cede alla vanagloriosa tentazione di voler spiegare tutto quanto accade intorno a noi. La sento spesso rammentare dai miei colleghi quando si parla di Giovanni Arrighi. Come se quello di pensare in grande venga ormai considerato un difetto pericoloso per un mestiere che si è negli ultimi tempi abituato alla modestia della dimensione micro e alla irreversibile partizione dei saperi.

Prospettiva alla quale continuo a ribellarmi inseguendo l’ambizione di spiegare il mondo, che colpevolmente continuo a pensare sia lo scopo e la ragion d’essere di ogni storico. Ad Arrighi questa urgenza veniva da una formazione, quella marxista (che è stata anche la mia), solidamente ancorata alla necessità di interpretare il mondo per cambiarlo: «mettere le brache al mondo» non era quindi effetto della presunzione bensì (quasi al contrario) il prodotto di un’etica preoccupata dell’utilità del mestiere di storico rispetto ai problemi della condizione umana.

Da questo punto di vista (molto particolare, lo riconosco) ritengo Il lungo XX secolo un libro ancora più importante del Mediterraneo di Braudel che pure, com’è noto, ha rivoluzionato le metodologie delle scienze storiche. Perché la dimensione di lungo periodo, con cui si confronta Arrighi, è molto più difficile e scivolosa di quella degli spazi geografici ampi e sovranazionali, disegnati dai traffici anziché dagli eserciti. Non per caso, in larga maggioranza seppur con qualche straordinaria eccezione (Baily, Chaudhuri, Gunder Frank...), la World History si è addentrata molto poco nei territori temporali del lunghissimo periodo e ha preferito l’allargamento di spazi sincronici o ristretti a particolari congiunture della storia (come ad esempio il bel libro di Bob Allen sulla Rivoluzione Industriale in chiave globale). E d’altra parte in nessuno dei contributi che giornalmente allungano gli scaffali delle nostre biblioteche in materia di crisi finanziaria recente, anche in quelli più attenti alla storia (come Questa volta è differente di Reinhart e Rogoff), si ritrova il benché minimo accenno ad Arrighi.

Perché il suo «mettere le brache al mondo» fa paura a scienziati sociali più preoccupati della propria carriera (e quindi attenti a non commettere errori) che non dell’effettiva utilità di ciò che scrivono. È un peccato perché il libro di Arrighi è l’unico a collocare nella giusta prospettiva la bolla speculativa del 2008 (che lui, scomparso l’anno seguente, fece appena in tempo a intravedere): quella di uno spostamento epocale del baricentro produttivo del mondo verso Oriente, pari per portata di spartiacque al «decéntrage» dalle repubbliche marinare ai porti olandesi del Seicento dipinto da Rembrandt e Vermeer, da questi alla Royal Navy e poi alle manifatture del Regno Unito nel corso del Settecento, e infine da quest’ultimo al Nuovo Mondo degli Stati Uniti nel «lungo» XX secolo.

L’esplosione finanziaria del paese leader avviene per deperimento delle opportunità di investimento in patria e per il conseguente sostegno monetario offerto al nuovo paese emergente. Ciò che nel libro del 1994 (ora riproposto dal Saggiatore) rimaneva in sospeso tra diverse alternative (l’emergere del Giappone, il ritorno di fiamma degli Stati Uniti, il caos sistemico) nel volume successivo Adam Smith a Pechino (2007; tr. it. Feltrinelli 2008) trovava una diversa ipotesi di soluzione, legata appunto all’emergere del colosso cinese.

Mi pare chiaro che, ricompreso su questa scala, il dibattito odierno sul salvataggio delle banche, sulla trappola dell’austerità, sulla signora Merkel (ivi compresi anche alcuni refrain stancamente keynesiani, come quelli regolarmente espressi da Paul Krugman sulle colonne del New York Times) acquista tutta un’altra prospettiva. Naturalmente non significa che tutto sia ormai deciso e che al mondo occidentale non rimanga altra via che venire a patti con Pechino: le ipotesi formulate vent’anni fa da Arrighi rimangono in piedi (ad eccezione forse di quella relativa al Giappone, che comunque mette in mostra una recente tendenza «muscolare», proprio sul piano militare degli equilibri d’area). E anche ad Arrighi possono essere mossi naturalmente degli appunti. Soprattutto quello (che a mio modestissimo avviso proviene dal meglio della più recente World History) che può e deve essere mosso, prima di lui, a Wallerstein: di aver letto il mondo in termini di un’unica economia capitalistica dominata da un unico centro.

In ogni epoca le cosiddette «periferie» dell’economia-mondo capitalistica hanno brillato anche di luce propria, hanno resistito o si sono adatte alla penetrazione occidentale, sono sopravvissute senza ridursi a semplici appendici residuali e passive dell’«uomo bianco». La Cina contemporanea viene anche da lì. Loro (i cinesi) ci tengono molto mentre noi tendiamo a scordarcelo. E quindi a pensare che, prima o poi, anche in Cina ci saranno sindacati e democrazia. Potrebbe essere un serio errore: la World History ci insegna appunto che esistono vie multiple alla modernità e che quella occidentale non è (non sarà) l’unica. Arrighi continuerà a servirci più di quanto immaginiamo.

Giovanni Arrighi
Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo
traduzione di Mauro Di Meglio
il Saggiatore (2014), XVI-444 pp.
€ 22,00

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