Augusto Illuminati

Quanto è bello e desueto l’istituto della stroncatura letteraria e saggistica. Pressoché scomparso in un’ormai dominante logica di mafiosa circospezione e tutela reciproca fra operatori di settore, non è più neppure ritenuto ravvivante ai fini del sistema giornalistico, che si affida in prevalenza al gossip, infallibilmente promozionale anche e soprattutto quando maligno. La critica – costruttiva o demolitrice – è fuori uso e, con la stroncatura, è svanito anche un serio elogio simmetrico, risolto in vaga leccata apologetica in attesa di restituzione.

Insomma, dei libri non interessa propriamente un cazzo a nessuno, conta soltanto, nell’ordine, la comparsata televisiva, la visibilità in metraggio assegnato alle case editrici sugli scaffali delle librerie, la quantità bruta di recensioni. La frequenza delle menzioni in rete viene ultima: solo l’Anvur la prende sul serio per classificare pubblicazioni su cui mai poserà l’occhio del profano e, con i nuovi criteri valutativi, neppure dei colleghi commissari concorsuali, alfine esonerati dal compito di aprire i pacchi con il taglierino prima di riporli in cantina.

Peraltro, la ruvidezza della critica non fa alcun male ai destinatari, che ne traggono solo pubblicitaria solidarietà e, in rari casi, un incentivo a deporre la vanagloria e fare i conti con i propri limiti. Il rigetto editoriale della Recherche o il fiasco della Traviata sono alibi topici per proclamarsi incompresi. Senza lividi, niente recriminazioni e appelli alla giustizia dei posteri. Un po’ di sano masochismo, signori!

Piuttosto la stroncatura fa problema per gli stroncatori. L’ira contro la bassezza stravolge il viso, vecchia storia. Inoltre, e peggio, eccita il sadismo del recensore e il suo privato narcisismo, per non parlare dell’invidia. Facebook è un istruttivo campionario di perversioni sessuali e asessuate in argomento. C’è poi il fastidio che, mentre per elogiare non occorre aver letto il libro o seguito lo spettacolo, per criticarlo sì, almeno qualche pagina o qualche scena, giusto per trovare le citazioni adatte e non lavorare troppo di seconda mano. Sebbene tutti siamo bravi a leggere “trasversalmente” (una riga sì e quattro no), resta sempre una cosa faticosa e, per di più, a rischio di repliche circostanziate: il recensito, ahimé, si ricorda benissimo le cazzate che ha sparato.

Tuttavia stroncare o elevare consistenti dubbi fa bene all’organo di stampa o web o televisivo su cui si esercita tale perigliosa virtù. Una percentuale del 5-10% di avvisi negativi rende più plausibile la restante massa delle segnalazioni encomiastiche: di fatto per una buona metà resteranno familistiche, ma la loro apparenza sarà notevolmente più appetitosa, secondo le regole variabili ma internazionali della mescolanza gastronomica dei sapori dolci e acidi. Senza cadere, naturalmente, nella frenesia dei vaffa e nella denuncia dei “gomblotti”, secondo la logica dei talk show, dove vero e falso spariscono per eccesso di intemperanza linguistica e gestuale.

Questione delicata è la scelta degli obbiettivi. Aurea è la sentenza «non sparare sulla Croce Rossa», perfetto éndoxon aristotelico cui agganciare una pratica di saggezza. Gli oggetti da stroncare ci si guardi bene dallo sceglierli fra i giovani esordienti, presuntuosi o timidi che siano (se non per gratificarli con una segnalazione camuffata da attacco), ma ancor meno fra i miti in declino, troppo facili da scalciare nell’arco discendente della loro carriera.

Basta la dimensione del tweet per sbeffeggiare fra sodali le castronerie di Gelmini e Giovanardi, o che, vogliamo metterci davvero a confutare sul piano culturale Marcello Veneziani o Fabio Volo, Gigi Marzullo o Michela Marzano? Per quello ci stanno già le rubriche di critica televisiva e l’Amaca di Michele Serra. Il servo encomio non va sostituito con il codardo oltraggio.

Il livello minimo (per quanto davvero minimo) dovrebbe abbracciare la Repubblica delle idee e i sussiegosi editoriali del Corsera piuttosto che Libero, i santoni farlocchi dell’infotainment mica le risse fra poveracci della Gabbia, le psico-avventure inter-generazionali di Telemaco più che le sirene grullesche. Bisogna occupare la soglia dove si incrociano la banalità mediatica con le strategie del potere (provinciale) vero, dove il male si porge nelle fattezze del bene, la violenza si trucca da persuasione, il discount simula il brand. Vaste programme, ci rendiamo conto. In tempi di caccia ai gufi, però, un filo di utopia non guasta.

 

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