Gilda Policastro

Parte dall’idea postkantiana del Male come forza propulsiva e contrastiva la storia letteraria (e artistica) tracciata (ma si direbbe narrata, per l’impostazione mimetica del libro, che pure non rinuncia all’atteso impianto filosofico) da Arturo Mazzarella.
E cioè da un Male inteso come «processo» più che come «principio» e invece che come «fragilità». Compresente con l’anelito al bene, dunque: su di esso prevalente quando l’istinto primordiale travolge l’abulia connaturata all’altrettanto primigenia e immedicabile infelicità (lo si vedrà sempre meglio progredendo nella lettura). Il Male, soprattutto, è nel tempo, ponendosi come l’accadere che corrompe l’ideale: quello «necessario» del titolo si presenta così anzitutto calato nella contingenza con la sua inevitabilità (a differenza dell’ideale, che è invece comunque passibile di smentita, sin nel suo inverarsi).

Ed eccoli, gli autori, in ordine per l’appunto cronologico: Baudelaire e Dostoevskij subito, emblemi di una letteratura che al passaggio tra Otto e Novecento dovrà obbligatoriamente confrontarsi col sottosuolo (ossia con gli uomini degradati, e con la parte degradata dell’uomo), oltre che con un rovello prevalentemente estetico (nel senso kierkegaardiano di «sensoriale»). Incedendo nel Novecento, sarà sempre più nelle vite dell’uomo comune che si andrà a sondare l’insondabile: a partire dalle opere di Kafka e Proust, il male (minuscolo) innerverà l’esperienza quotidiana, ne sarà anzi l’aggregatore, entro una realtà altrimenti dispersa e frammentata.

Nel secondo autore, tuttavia, il male insito nel desiderio finisce, per Mazzarella (insieme al Beckett interprete di Proust), col garantirne il solo possibile «conseguimento»; vero è che la Prigioniera insegnerebbe proprio il contrario: non è che in amor vinca chi incrudelisce, ma può incrudelire solo chi non ama. Così come l’idealizzazione dell’amato da parte dell’amante non può fare a meno e anzi si nutre del richiamo selvaggio della carne (dell’odore del sangue, come nel romanzo omonimo di Parise, cui si dedicano pagine molto generose). A marcare la svolta che Mazzarella definisce «fisiologica» soccorrono invece gli specimina di una postmodernità ormai ampiamente canonizzata, da Houellebecq a Ellis, da Forest e Von Trier: se per i primi due il sesso e la violenza sono i soli antidoti, lo anticipavamo, all’apatia e all’atonia in dotazione al corredo genetico, il lutto narrato dai secondi, dunque la morte come persistenza ossessionante, diventa emblema privilegiato di quell’insensatezza che si eleva a «principio di realtà».

E se già nell’Ottocento il cardine del pensiero poetante leopardiano (plastificato nel paradosso della «vita mortale», decisivo ai fini della spietata concezione che si sarebbe poi ridotta alla vulgata pessimistica) si collocava nell’orizzonte della temporalità, l’acquisto esegetico fondamentale del Novecento sarebbe per Mazzarella proprio la dissoluzione, la frammentazione, e la conseguente estrema e totale insensatezza: dunque la collocazione del Male fuori dal tempo, oltre che in fuga dall’Idea, intesa come conciliazione (o almeno tensione) tra la forma e la sua dissoluzione (così nel mentore Binswanger). E difatti tanto la dissipazione libidica di Bruno nelle Particelle elementari di Houellebecq che la furia omicida del protagonista di American Psycho di Ellis conducono a una riduzione del corpo all’infinitesimo, negli spazi ristretti di appartamenti insanguinati e nei momenti singoli di vite dissipate. L’omicida feroce riconosce, tra l’altro, l’inanità dei propri crimini solo dopo aver assassinato un bambino: omicidio indolore in quanto la vittima non può avere (per espressa denuncia del protagonista) una storia.

Il male inflitto s’ingenera da quello patito, non già per tentarne una liberazione, che sarebbe al pari disperata, quanto per estenderlo, contagiarlo, destituirlo di unicità: la dispersione che rinuncia al progetto, la crudeltà come il raffreddore (Proust tra l’altro distingueva tra crudeltà e sadismo a seconda del gradiente di compiacimento e gratuità dell’azione perpetrata). Con la lettura di Ballard e l’esplicitaria citazione da Lacan («non c’è legge del bene se non nel male e attraverso il male») il libro si conclude confermando lo statuto di necessità del Male, e configurandolo come diversivo (il male consapevole e colpevole, s’intende) rispetto all’inesorabilità ontologica.

Resta il dubbio che, per i protagonisti di questa Grande Opera novecentesca (e postnovecentesca) si sia trattato prevalentemente di cambiare il segno, o di annullare i segni, nel sistema valoriale tradizionale: che il Male, cioè, sia rimasto comunque «fuori», come ideale estremo al pari del Bene, piuttosto che riconoscersi radicato e già bello e pronto nelle cose (a partire, leopardianamente, dalla loro finitudine), senza che vi fosse bisogno di smottarlo o incrementarlo con turbamenti patogeni e ammazzamenti apocalittici.

D’altra parte se scrivere un romanzo implica, col Benjamin del saggio sul narratore, l'esasperazione dell’incommensurabile (dell’imperscrutabile, in questo caso), il compito può dirsi assolto nelle trame in oggetto, ma meglio ancora in quelle rese oggetto di questa nuova, esasperante narrazione.

Arturo Mazzarella
Il male necessario
Etica ed estetica sulla scena contemporanea

Bollati Boringhieri (2014), pp. 158
€ 14,00

 

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