Alberto Fabio Ambrosio

Dopo aver studiato per diversi anni il XVII secolo nell’Impero ottomano, e soprattutto l’Islam1, non mi sorprendono le recenti evoluzioni in Turchia. Nella storia religiosa dell’Impero ottomano, i conflitti di interpretazione religiosa sono stati all’ordine del giorno a partire dal XVII secolo e talvolta sembra di assistere alle stesse dinamiche di questi ultimi tempi. Le elezioni e le relative vicende di questi ultimi messi possono essere lette con una certa facilità alla luce di due principi storici: l’uno dell’Islam ottomano e l’altro tipico della dinamica repubblicana. Il primo, infatti, è relativo all’essenza dell’Islam, inteso come religione e come organizzazione sociale.

La religione del Profeta, forse più di altre religioni, ha dovuto confrontarsi sin dal suo apparire con il proliferare di gruppi formatisi all’insegna di una particolare interpretazione del vero messaggio di Muhammad. La religione del Profeta e l’organizzazione sociale che ne è seguita non è mai riuscita, in un senso definitivo, ad integrare la molteplicità dei gruppi, manifestazione di diverse tendenze e interpretazioni ed in ultima analisi dell’altro. L’Impero ottomano ha sì cercato di mantenere nel suo seno – quello di un vero Impero – le molteplici sfaccettature di un’unica organizzazione politica dagli enormi confini, ma non ha potuto superare le enormi difficoltà di integrare tutte le parti, soprattutto quelle religiose. E questo avveniva verso la fine della sua storia, all’epoca dell’uomo malato d’Europa, per dirlo con la definizione attribuita allo zar Nicola I.

Con l’avvento delle riforme orientate all’Europa, l’Impero ottomano formava un’identità sempre più rivolta alla religione della maggioranza, l’Islam sunnita. L’Impero dei Sultani terminava i suoi giorni con un’identità sempre più marcatamente musulmana, della religione cioè della maggioranza della popolazione. Questo carattere è stato consegnato alla neonata Repubblica che, per quanto abbia voluto costruirsi sul concetto di laicità e di secolarizzazione – sull’esempio della madre di tutti i riformismi, la Francia illuminista e giacobina -, non è riuscita a dismettere completamente il principio islamico ispiratore di una ricerca dell’uniformità. Su questo primo principio, si arriva alla Repubblica di Turchia, proclamata nel 1923, con l’intento di oltrepassare la questione religiosa con una soluzione prettamente laica. Non è stato sufficiente alla Turchia dichiararsi uno stato laico per sormontare l’intimo desiderio di uniformità caratteristico delle società musulmane. All’indomani della proclamazione della Repubblica, i gruppi sufi indipendentisti capeggiati dal maestro Naqshbandi (Nakşbendî) Said condussero Mustafa Kemal Atatürk (m. 1938) – il fondatore della patria – alla soppressione di tutte le confraternite sufi entro i confini della repubblica. Sono proprio oggi numerose branche di Naqshbandi di Turchia a muovere una parte dell’elettorato a favore dell’attuale primo ministro.

Chi dice Naqshband dice anche un’enorme rete di solidarietà musulmana in tutto l’universo geografico del mondo musulmano. I Naqshbandî si propongono come un gruppo di credenti fedeli all’applicazione scrupolosa di ciò che intendono per tradizione musulmana. Si capiscono allora, e senza molte difficoltà, le ultime scelte politiche, apparentemente impopolari, del primo ministro. Si capiscono perché rivolte a quel tipo di popolazione musulmana. Sono numerosi i gruppi che si ispirano del grande maestro sufi Baha al-Dîn Naqshband la cui dottrina si è diffusa in tutto il mondo musulmano ad oggi conosciuto. Subentra qui il secondo principio, storico ed evolutivo dell’Islam della Repubblica turca. All’interno di un Islam turco che si vuole sunnita (e hanefita), i diversi gruppi esistenti si contendono il primato dell’interpretazione. Tra i Naqshbandi della prima ora, vi fu un maestro illuminato Said Nursî che è stato il capostipite di una serie di gruppi, uno più influente dell’altro, tra il quale il gruppo di Fethullah Gülen. Said Nursi, etnicamente curdo ma naqshbandi per tradizione sufi (e anche Qâdirî), fu il vero protagonista del rinnovo dell’Islam nella Repubblica di Turchia, cioè un contesto sociale e politico ben differente da quanto esisteva durante l’Impero.

Said Nursî, secondo la vulgata, avrebbe riformato l’Islam e, se l’ha fatto, è stato certamente nell’ottica di un adattamento alle nuove condizioni politiche. Nasce così l’avversione della Repubblica nei confronti di questo uomo perché considerato pericoloso per la nuova Turchia. Due importanti correnti sono nate dall’insegnamento di questo uomo: il cosiddetto gruppo dei Nurcu (cioè i seguaci di Nursi) – a sua volta una nebulosa di diversi gruppi – e l’ultima evoluzione del gruppo dei Nurcu (leggi Nurgiu), i seguaci di Fethullah Gülen2. Chi avesse seguito i discorsi o gli insegnamenti di Gülen, sa quanto la parola del maestro Said Nursi sia importante, perché prima che il nuovo gruppo dei seguaci di Gülen (Fethullahçi) esistesse, l’organizzazione più influente in Turchia era certamente quella dei Nurcu. Questi gruppi hanno mantenuto il carattere fondamentale impresso dal meastro Nursi, cioè il desiderio di adattarsi alle nuove condizioni sociali e politiche della Repubblica.

A questo punto, la lettura degli avvenimenti in Turchia dovrebbe essere più facile. Il principio di unicità dell’interpretazione dell’Islam conduce allo scontro tra i diversi gruppi esistenti in Turchia, che promuovono diverse visioni della religione stessa. Queste elezioni politiche, proprio come nel XVII secolo, rivelano quindi lo scontro tra due visioni della società, della politica ed infine della religione. Non si tratta dunque di uno scontro puramente di preminenza economica o sociale, ma soprattutto di influenza politica perché grazie a quest’ultima, è una sola visione che prende il sopravvento. Quanto uno spettatore europeo può augurarsi è che attraverso questa competizione l’Islam di Turchia sappia integrare una visione religiosa più democratica al suo interno e comporti la coesistenza politica di diverse tendenze, con il forte rischio di polarizzare nuovamente la società turca intorno ai due poli: laico e religioso. Il dibattito all’interno della compagine musulmana rischia, infatti, di riaprire una visione dualista nella società turca tra la corrente laica e secolarizzata e quella religiosa, senza alcun dialogo tra le due parti, oppure una predominanza musulmana sulla parte più secolarizzata della nazione.

  1. Alberto Fabio Ambrosio, Vita di un derviscio. Dottrina e rituali del Sufismo nel XVII secolo, trad. it. Alessandra Marchi, Roma, Carocci Editore, 2014 []
  2. Per chi volesse approfondire, il volume che fa il punto su questa figura è opera di Hakan Yavuz, che per altro studia l’Islam turco da decenni; cfr. Hakan Yavuz, Toward an Islamic Enlightenment. The Gülen Movemen, Oxford University Press, 2013 []
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