Franco La Cecla

Pubblichiamo un estratto da Falsomiele. Il diavolo, Palermo romanzo di Franco La Cecla in libreria per le edizioni :duepunti di Palermo. (Falsomiele nella fattispecie è un quartiere della stessa città).

Caruso porta in giro per il festino una fanciulla maghrebina molto viziata e incrocia lì una volta di più Volpes che gli ha offerto qualche giorno prima un bonus di ubiquità per calmare la di Caruso continua inquietudine geografica. Per strada la gente fitta li spinge verso i vicoli laterali di Corso Vittorio Emanuele, fino all’altezza di Piazza del Garraffello, in piena Vucciria. L’antica gloria della fontana e del palazzi circostanti esprime qui tutta la propria sconfitta. Interi immobili sono crollati recentemente e la piazza sembra più piangere nelle sue balate di marmo lucido che risplendere della serata umida e afosa. Caruso indica a Fawzia l’intervento che alcuni artisti austriaci insediatisi nel quartiere hanno operato sui crolli. Ne hanno decorato le voragini e le mura affrante con graffiti di vario colore che danno alle rovine un’aria di carta da parati. Fawzia si mostra interessata e Caruso coglie nell’attenzione di lei un’ennesima prova della sua vanità. Le fa osservare che sotto quei muri ci sono state vite spezzate, evacuazioni e storie di disperata miseria. I crolli alla Vucciria sono così frequenti che la gente ha imparato ad indovinare dagli scricchiolii quando è il caso di fuggire e di spostare l’ape piaggio parcheggiata. Mentre le dice così gli appaiono dinanzi due degli artisti austriaci che li invitano a salire su a prendere un bicchiere.

Lassù si dominano i crolli e dall’alto si vedono le sagome veloci dei ratti che sfidano l’instabilità delle travi rimaste pencolanti. La festicciola è ben diversa dallo spettacolo di palazzo Passalacqua. Artisti di varie parti d’Italia e d’Europa bevono a garganella da bottiglioni di birra, si fanno le canne e ridono grassamente. Caruso riconosce alcuni volti. Non solo la gente di un gruppo romano di architetti performer, ma artisti veneziani e milanesi e perfino l’ ideologo della nuova architettura come forma di arte, un cinquantenne milanese belloccio e blasè. Questi, attaccato ad una bottiglia di vino giallo come urina esprime la sua ammirazione per il lavoro degli austriaci e dice che ormai le uniche vere forme di architettura e di impegno politico sono le performance. Gli austriaci hanno nel frattempo distribuito fionde a tutti i presenti e passano con un cestino pieno di biglie di metallo. È l’happening inventato apposta per il Festino.Il leader milanese per primo accetta di scagliare una biglia verso gli squarci dei crolli. Ognuno si sceglie con soddisfazione la sua trave marcia, lo specchio penzolante nel vuoto, il pezzo di intonaco, la parte di solaio più fragile.

Le biglie provocano esplosioni di intonaco, soffocati acuti di legni, terrore e squittio di topi, squinternamento di solai, spacco di tufi marci, scrosci di tubature, schegge di vetri, tonfi di pietre rotolanti che divertono la terrazza artistica e progressista. Ecco che Caruso si fa venire di nuovo la rabbia. Pensa a Gardenia, politicamente all’opposto di queste avanguardie, pensa alle cassate viste al palazzo e una confusione di testa lo prende, come se tutto faccia parte di un’unica grottesca giostra. Fa un gesto con la testa a Fawzia. Sono fuori in pochi minuti, in mezzo ad un popolo vociante che attende il passaggio dal Cassero del carro con la “Santuzza”, con Santa Rosalia. Cercano di conquistare la scalinata che porta alla passeggiata sulle Mura delle Cattive. Si trovano in mezzo ad una grande confusione, dovuta in parte alla folla, ma anche a compagini disperse di uno spettacolo che dovrebbe intrattenere l’attesa popolare ma non ingrana. Ci sono, perse qua e là, ragazzine e ragazze locali, travestite da Santa Rosalia in carne ed ossa con coroncine di rose in testa, lunghe tuniche verginali, sandali da frate e due coquille- saint jacques attaccate all’altezza dei capezzoli, e, sparsi tra scalini, spalti e folla vociante, angeli uomini e donne con ali posticce, ingombranti e piumate.

Alcuni coordinatori urlano indicazioni qua e là, in preda ad un pasticcio di cui loro stessi ignorano l’andazzo. Sembra che qualcuno abbia sparso incarichi a caso per una coreografia ambiziosa che non ha trovato però alcun regista. Una “Santuzza” particolarmente bassa accanto a Caruso viene dall’aver perso la corona di rose e la cerca disperatamente tra i piedi dei passanti. Il carro si avvicina. Qualcuno racconta che ci sono stati problemi con i cavalli. Adesso pare che il carro della Santa, carico di addobbi e autorità, sia tirato da un trattore agricolo. Il popolo ha già fischiato il nuovo sindaco di Forza Italia per essersi arrampicato sul carro e avere consegnato simbolicamente alla Santuzza un mazzo di fiori su cui spiccava in modo sgargiante il nome di uno sponsor.

Finalmente il carro arriva in vista della scalinata su cui stanno scomodamente sudati Fawzia e Caruso. Nella folla, accanto al carro sbuca Volpes. Si aggira con fare furtivo e sicuro, saluta a destra e a manca, stringe mani, bacia sulle guance bagnate i notabili locali. Adesso è sparito dietro al carro. Si avverte un leggero ondeggiamento, un vocìo improvviso ed il carro con un rumore di legno marcio si imbarca su un lato, lanciando in mezzo alla folla parte delle guarnizioni di fiori e frutta falsa. Perfino un pezzo della montagna di cartapesta su cui si erge la Santa si va ad appoggiare sulle teste arrabbiate dei circostanti. Urla, proteste, fischi, imprecazioni poco religiose. Il carro è bloccato di nuovo e pende tutto da una parte. La folla stanca di rumoreggiare, delusa si allontana a reculoni verso il mare. Caruso si volta e vede che Volpes è dietro di lui, accompagnato da un personaggio basso, che zoppica in mezzo alla folla.

-Caruso, anche tu devoto?
-Sempre tra i piedi?
- Bisiness. Ti presento il mio assistente, Mercurio. Si occupa di tenere buoni i clienti tra un contratto e l’altro.
-E come?
-Gli procura la roba.
-Lasci stare, non mi spieghi.
- Siamo colleghi, Caruso.La nostra filosofia è vincente. Noi siamo il progresso, l’avvenire, il mondo va verso di noi.
- È per questo che si trova qui? Per chi lavora al festino?
- Di questi milanesi che hanno scoperto la mangiatoia qui a Palermo, me ne faccio un baffo. È gente che vuole soldi, maledetti e subito, ma non capisce niente del potere, di cosa veramente dà potere a lunga scadenza.
-E invece Volpes lo sa?
-Io ho una lunghissima esperienza, ho dalla mia parte tutte le arti che si sono sviluppate proprio qui, in questo mondo sanamente ellenico, dove la sapienza era già magia prima che qualche scriteriato fondamentalista cristiano tacciasse tutto di paganesimo. E poi con la tecnologia che abbiamo…
-Volpes, lei è molto folcloristico, ma non creda che io ci caschi nei suoi giochetti. Conosco fin troppo bene questa città per sapere che anche lei fa parte delle rovine e delle bolle di sapone.
- Caruso, io sto qui, solo perché questo è il posto più adatto. Qui si prepara davvero la fine del mondo. Quanta magnifica decadenza, quanto girare in tondo, quanto sprofondare senza speranza. Nessun posto come questo è la base più adatta per noi che crediamo che tutto finisce.
-Strana filosofia per uno che promette l’ubiquità.
-L’ubiquità, Caruso, è da cogliere nell’attimo della vita.
-È per questo che il suo assistente spaccia la roba?
-Che parole grosse! I più non ce la fanno a reggere tra un periodo di ubiquità ed un altro. E poi ha un gran talento, sa, penso che gli affiderò un posto di direttore di teatro. Ma chi c’è accanto a te? Piuttosto carina la piccola, vedo che non ti fai mancare nulla.
-Un vero inferno!
-Non me lo dire che mi eccito. Come si dice? Cito?:... “Soprattutto mi piacciono le guance fresche e piene; per un cadavere non sono in casa, sono come il gatto con il topo”.

Caruso viene spinto e pigiato da più parti. La folla si trascina verso Piazza Marina e mentre cerca Fawzia che è rimasta imbambolata a guardare il carro, perde di vista Volpes, che sembra essere stato risucchiato. Caruso ne approfitta per tirare Fawzia verso Piazza Marina. Qui tra banchi di lumache, concitati e grondanti , lei si affretta davanti, quest’aria da adolescente ferita, questa micidiale bocca all’ingiù, sotto uno sguardo scuro e due sopracciglia fini. Le gambe, le braccia di lei in passato Caruso ha pensato nascondessero le dolcezze negate al volto. Pensa che questa è diventata una lunga inesistente storia di torture, un lascia e prendi dove anche lui ha recitato parti poco credibili. Lei che si affidava, raccontava particolari gravi e grotteschi della sua vita e lui che cercava modi di poterla afferrare. C’era stata una sera, nel buio di una casa a Venezia che lei era scesa a trovarlo dopo una lunga confessione in sottoveste e lui l’aveva accarezzata tra le gambe. Ricorda una scena strana, fredda e rimpiange di non averle tolto la camicia da notte, non averla vista finalmente nuda. Adesso non sarebbe qui se fosse successo. A odiarsi per avere buttato via due settimane d’estate dietro ad una persona terribile, capricciosa, incapace di godere del sole, del mare, di lui, dei suoi amici. Si è abituato ad odiare questa figura di pinocchio con le tette, questa amarezza cattiva, questa chiusura su se stessa. E adesso vuole solo che sgomberi il campo dalla sua estate.

La città è percorsa da fremiti di luminarie, di messinscena approssimative, angeloni e vergini da circo, prosopopea di un primo festino organizzato dai nuovi vincitori, collusi col peggio della città che adesso devono dimostrare al popolo di essere almeno all’altezza di questa ricorrenza popolare. Il popolo, riversato a migliaia tra il Cassero e la Marina ad aspettare i fuochi d’artificio. A succhiare babbaluci lumache bavadiluce, a trangugiare birra e vino. L’unica festa in cui la città suda gomito a gomito, classe contro classe, potenti, gregari, sottoposti e disperati. E questi due sudati, con le camice appiccicate che si odiano e si aggirano però ancora tra gli archi illuminati con le lampadine e le bande di paese. Si avvicinano in cagnesco e la stanchezza strappa singulti di sguardi, mezzi insulti secchi. Si avvicinano a Piazza Kalsa, alle bancarelle squillanti di pupi e di zuccheri, alle montagne di calia e semenza, allo zucchero filato e alle pignatte dove fumano le lumache all’aglio e al prezzemolo. Caruso è sfinito, esaurito, vuoto. Anche Fawzia è come stonata, ottusa da questa lotta che si è scatenata a sua insaputa, con quest’uomo scelto per comodità di vacanze e rivelatosi un nemico, uno che la odia e la sbatte contro sé stessa.

Ad un certo punto, all’angolo tra due trabiccoli di semi, lui la prende per un braccio e la volta contro di sé e la bacia in bocca con forza, come se stesse ancora urlando qualcosa. E lei si avvinghia a quella bocca, gli succhia le labbra e la lingua come se l’avesse voluto da tempo. Si dimenano tra lumache, cedri, zucchero filante, bicchieri di carta per terra. Il popolo fischia, rumoreggia tra i fuochi d’artificio, botti e tuoni. Loro sono ancora lì che si avvinghiano appoggiati alle macchine in sosta, che si infilano lingue nelle lingue, parte del popolo che succhia le lumache facendo un sibilo, un risucchio. Si stanno succhiando labbra e gocce e rimangono poi strani, vuoti, stupidi tra le mani che si cercano sotto i vestiti. Lui con le sue tette di soldatino tra le mani e lei a graffiargli la schiena.

La festa può andare avanti. La seguono per un po’. I fuochi accartocciano il cielo, cadono su tutti i convenuti pezzi di carta e polvere da sparo. Ed è l’esagerazione del finale, la masculiata di fiamme e botti, le orecchie che non sentono più, vuote come le loro bocche e i gusci delle babbaluci. Risalgono la fiumana. Arrivano calmi a casa. Lei si strucca, si sveste in un’altra stanza. Si salutano e con timidezza consenziente si ridanno le mani sul collo, sotto i vestiti. Cadono sul letto e lui, stranito dai seni che ha odiato li succhia come se lì ci sia la verità. Le apre i jeans, infila una mano, di nuovo, come allora, tra le gambe. La spoglia e comincia a succhiare lì tra le gocce, come se adesso la lumaca fosse lei e solo lei. Sarà lei a voltarsi, a tirarlo, nudo su di sé, perché la prenda da dietro e comincerà a dargli un incalzante sospiro senza nessuna amicizia e con il solo abbandono delle spalle. Lungamente. E solo dopo, lui commetterà l’errore di voltarla a sé.

Franco La Cecla
Falsomiele. Il diavolo, Palermo
:duepunti, pp. 224 (2014)
13,00

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