Marco Assennato

La città è uno dei volti dell’uomo, e interrogarsi su di essa significa tentare un’archeologia di quanto di meglio il vivere associato ha saputo produrre. Questa è la premessa concessa a denti stretti da Marco Filoni nel suo Spazio inquieto.

La bella prosa del libro restituisce l’immagine urbana, sfuggente geroglifico sociale, attraverso una serie di archetipi: il blocco, il muro, la porta, il ponte – tuttavia sempre raddoppiati dall’ombra del loro altro, frescura che abbraccia la vita profana e reale degli uomini. Accompagnato da un denso e utilissimo – per quanto classico – apparato bibliografico, il testo di Filoni è un ottimo compendio di quella lettura critica delle utopie di città armoniose, che si è prodotta nel laboratorio italiano da almeno un trentennio.

Lettura realistica, disincantata, di un oggetto prima di tutto filosofico, sezionato a colpi di pensiero negativo, ancora oggi rilevante perché la città è essenzialmente il laboratorio della modernità. E il moderno, bisognerà pur riconoscerlo, coincide con il politico. Non traggano in inganno dunque le argomentazioni classiche che Filoni ridiscute con arguzia, perché queste parlano di noi, più che di storia o di origine: i miti di fondazione, la città greca, il solco che fonda la civitas romana o l’amnistia con la quale Trasibulo, tornato ad Atene rammenda il corpo politico della polis impegnando tutti i membri della comunità a non rievocare le sventure – quel me mnesikakein che sublimò la paura per la stasis ricostruendo l’ordine costituzionale.

Libro attuale e da leggere, quindi. Ma, vien da dire – come sempre nel labirinto del pensiero negativo – che per orizzontarsi in questa ricerca, e trarne qualcosa di utile, il libro andrebbe letto a testa in giù: o forse, costringendolo a rimettere i piedi per terra.

Il doppio dell’idillio d’ogni città ideale è la paura. Paura di cosa? Della guerra intestina, del differente che spezza l’interno ordinato e lo riapre, del conflitto insomma che, per quanto negato, resta cuore e motore del politico, maledizione e madre del potere sovrano. Assuma quest’ultimo il volto dell’altro, dello straniero o della peste, il rapporto città-conflitto è una relazione dialettica, suggerisce Filoni. Come la relazione tra le città immaginate, sempre sovra-strutturate, perfettamente pianificate, integralmente controllate, senza scarti, e le città reali, comunque difettose, ancora aperte, friabili e scomposte. Una dialettica perciò sempre interrotta, da un dire-vero o dall’irruzione di un reale che nulla concede alla ricomposizione metafisica del dominio.

Filoni parte dal presupposto che la città è lo spazio in cui potere e architettura coincidono. Eppure traduce in termini di paura, la scoperta che la città reale prende sempre il posto della cattiva utopia del potere. Qui la domanda, dunque: chi ha paura? Perché in fondo la ricca letteratura alla quale l’autore attinge, nel descrivere la tragica scoperta della contraddizione dentro le mura, dell’ordine assoluto rovesciato in aporia, è tipicamente primonovecentesca.

Scoperta grande borghese, si diceva una volta, che denudava la razionalizzazione capitalistica avvelenandola di caos, intuiva gli echi di rivolta che s’odono tra le vie di Metropolis, e denunciava l’illusione di chi pensa di poter risolvere in una stretta di mano la divisione del moderno, il suo conflitto insanabile. Chi ha bisogno di cancellare il conflitto dalla scena della città? Chi pensa che se il conflitto non è messo in ordine, se non si da totalizzazione geometrica dello spazio sociale, l’alternativa è vertigine, assoluto terrore, nessuna certezza?

La città è il moderno. Il moderno è politico. Il politico è conflitto. Tanto più oggi che lo spazio della polis è disseminato sul territorio, come un’enorme fabbrica sociale; che l’arrogante volontà d’un ordo geometricus che quantifichi tutta intera la qualità biopolitica dei soggetti produttivi s’infrange sulla porosità d’ogni limite e confine – e insieme alla metropoli, quindi, de-lira. Collocati su queste soglie, il conflitto umilmente si pratica, nel conflitto ci si schiera. Vista da qui l’architettura delle città è il prodotto di un rapporto tra forze, più che semplice specchio del potere. Al moderno dominio totalitario dello spirito ha sempre corrisposto l’altrettanto moderno poème de l’angle droit, una mano aperta per ricevere e perché tutti possano prendere.

Marco Filoni
Lo spazio inquieto. La città e la paura
Edizioni di passaggio, 2014, 149 pp.
€ 12,00

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