Enrica Petrarulo

Un gesto di ospitalità non può che essere poetico
Jacques Derrida

Kalos, eidos, skopéo: caleidoscopio, ovvero “guardare belle figure”. Sono quelle che scorrono, quali ombre vorticose allo stesso modo che se le osservassimo da quello strumento ottico, sulla superficie di un ideale piano bidimensionale (lo stesso del cinema, ma anche delle arti figurative) racchiuso da un “edificio scuro coperto da un tetto” (Robert Walser) che chiamiamo teatro. Perché è così che a noi spettatori, convenuti alla Sala Cinema del Museo Ferroviario di Pietrarsa (una delle sedi del Napoli Teatro Festival Italia 2014), si presenta Mura: come un cubo nero che, visto frontalmente, incornicia lo spazio bidimensionale dove l’intero spettacolo si compie.

I devoti di quell’ “utopia realizzata” che fu e resta il teatro di Rem&Cap riconosceranno, tra le forme mutevoli che osserviamo scorrere, molti degli elementi visuali dei loro spettacoli. Ma in questo spettacolo, che è solo Cap a firmare, quelle figure ci rimandano alle ombre della falsa conoscenza, così simili a quelle del mito platonico della caverna. Solo alla fine, ed è questo il fine, si renderà manifesto che l’esperienza del teatro, è una delle possibilità per squarciare il velo delle false illusioni, del falso sapere. Come stanno a dirci quelle ombre che non sono più solo ombre di setaccio, di bottiglia, o di arnese indistinto… Ma questo è il prologo, l’antefatto.

foto MURA b (500x333)

È una voce fuori campo a introdurci alla scena sottostante, a quella muraglia di mattoni che due abili mani di artista, di operaio, di artigiano, di architetto, e che sole si stagliano dal buio della scena, manovrano per costruire altre architetture, posto che quella del muro sia una forma dell’architettura, piuttosto che il suo tradimento. Perché non è solo di demolizione che si tratta (abbattuto un muro se ne può sempre erigere un altro), quanto di trasformazione: come edificare da ciò che una volta ha separato, segregato, isolato, discriminato, vietato, ostruito, impedito, sbarrato, ostacolato... una architettura, e dunque una cultura, per una possibile coabitazione umana.

E quelle mani, pur nella loro volontà di sottrazione, mai cederebbero alla tentazione annientatrice di un “radere al suolo”, non prima, almeno, di averci indicato di quali altre abilità il lavoro degli uomini sia capace. Prima di sparire nel buio della scena con il colpo secco e pulviscolare di uno sbattere tra mattoni, gli stessi sono stati scomposti e ricomposti, fila di mattoni per fila di mattoni, dando forma a immaginifiche architetture di abitazioni, castelli o fortilizi che siano, di archi o di ponti: di tutto quanto, insomma, definisca un’apertura, un passaggio, un attraversamento a dispetto di un autoritaristico e ottuso impedimento.

Qui non si racconta una storia con il suo inizio e la sua fine: del resto quella stessa voce fuori campo già ci avverte che la fine è delle ombre, dei mattoni, financo dello spettacolo. Il fine, invece, è proprio qui di fronte a noi: in quei mattoni che, proprio come in un gioco infantile di costruzioni, si allontanano, si avvicinano, si assemblano, dando luogo a una serie di figure, ciascuna delle quali rimanda a una sua autonoma narrazione.

foto MURA c (500x333)

Mura di Riccardo Caporossi inizia proprio là dove Cottimisti (Rem&Cap, 1977) finiva: l’alto muro che i due operai avevano pazientemente edificato ora li separa e li condanna al reciproco isolamento dai suoi due fronti opposti. Perché il muro non separa soltanto una coppia di opposti: il simile dal dissimile, l’amico dal nemico, il proprietario dal nullatenente, il residente dallo straniero. Il muro, materiale o immateriale che sia, dichiara, attraverso un meccanismo proiettivo, la nostra indisponibilità all’accoglienza dell’altro a difesa di noi stessi.

A circa quarant’anni di distanza Riccardo Caporossi prosegue la sua personale e solitaria ricerca sul linguaggio e sul mezzo teatrale con la medesima e rigorosa poetica, agendo la considerazione walseriana secondo la quale “nell’arte non si tratta mai di innovare, ma solo di concepire una certa cosa in un modo nuovo, mai di far pulizia, ma solo di essere puliti, mai di creare nuovi valori, ma solo cercar d’essere in prima persona colmi di valori...”.

Ideazione, progetto, messa in scena ed esecuzione di Riccarco Caporossi
Luci di Nuccio Marino
Lo spettacolo si avvale della partecipazione di Vincenzo Preziosa
Napoli Teatro Festival giugno 2014

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi