Maddalena Giovannelli

Proprio nei giorni dell’arresto dell’ex ministro Scajola, Le Vespe di Aristofane debuttavano al Teatro greco di Siracusa per il centenario della Fondazione Inda (Istituto Nazionale del Dramma Antico). Coincidenza non da poco per una commedia che – forse più di ogni altra nella storia del teatro – dà voce ai paradossi del rapporto tra giustizia e politica.

Per rappresentare un sistema giudiziario incancrenito e compiaciuto del proprio potere, Aristofane mette in scena un Coro di vespe munite di pungiglione e affette da una vera e propria dipendenza per i tribunali; mentre i politici – come è consuetudine per a commedia greca – vengono evocati, insultati, acclamati in assenza. Ma il capo dello Stato, l’odiato demagogo Cleone, è così presente nella drammaturgia da plasmare il nome del protagonista e di suo figlio, rispettivamenteVivaCleone e AbbassoCleone (così nella traduzione di Alessandro Grilli).

Una commedia non semplice, dunque, quella scelta dall’Inda per il 50esimo ciclo di rappresentazioni classiche e affidata alla regia di Mauro Avogadro; eppure, come accade da almeno un paio d’anni al festival siracusano, Aristofane si rivela la proposta più convincente e innovativa all’interno di una programmazione paludata e tradizionale nella parte tragica (basti citare due ottimi esiti: Le donne al Parlamento con Anna Bonaiuto diretto da Vincenzo Pirrotta, 2013; e Gli Uccelli per la regia di Roberta Torre, 2012).

Il problema posto dalla commedia non è da poco: quanto attualizzare nell’adattamento drammaturgico? È necessario proporre al pubblico richiami espliciti tra i personaggi citati e la nostra contemporaneità politica? Chi è oggi quel Cleone che blandisce i giudici ma lascia loro uno stipendio da fame? Il regista Avogadro e il traduttore Grilli, che hanno lavorato fianco a fianco in vista dell’allestimento, hanno deciso di non calcare troppo la mano in forzati parallelismi, ma di dare voce agli aspetti meno estemporanei e più universali della commedia. Vero e proprio cuore della messa in scena diventa allora il rapporto generazionale padre/figlio: giudice ossessionato dai processi il primo, smodato, vitale, incapace di accettare il tempo che passa (Antonello Fassari); lucido e noioso tutore della pace domestica il secondo, argomentatore razionale e convincente (Martino d’Amico).

In questo conflitto ambiguo e pieno di contraddizioni si coglie il più interessante affondo della regia, un’attualissima fotografia di una società che non sa riappacificarsi con la vecchiaia: l’ostinazione del protagonista a non cambiare abitudini è condivisibile attaccamento alla vita? O i comportamenti tollerati in un giovane non possono che diventare ridicoli a tarda età? A conferma della densità della questione, da spettatori non si riesce a prendere posizione: si prova istintiva antipatia per il figlio (la spalla del protagonista è personaggio ben più empatico in altre commedie di Aristofane); ma si avverte una raggelante nota stonata quando il padre, di ritorno ubriaco fradicio da un banchetto, importuna ragazze giovanissime (saranno gli echi della recente attualità politica?).

A togliere ogni dubbio sul fatto che queste Vespe siano vuoto omaggio ad un classico – e a dare il contributo più efficace e sorprendente alla messa in scena – è la presenza della Banda Osiris: l’incontenibile quartetto si affianca al coro (guidato da Francesco Biscione) diventandone parte integrante a tutti gli effetti. La Banda canta, balla, intona brani del coro aristofaneo, accosta gli strumenti componendo con gli ottoni la sagoma di una ballerina di rara suggestione, occupa con carisma il maestoso spazio scenico pensato da Arnaldo Pomodoro.

La selezione musicale crea continui cortocircuiti temporali e di senso, affiancando alle parole di Aristofane brani scelti da un repertorio sconfinato: dal Volo del Calabrone a Mina, da Lascia ch’io pianga fino alla marcia funebre di Chopin. Ed ecco che si realizza, come per incanto, quello che per i traduttori e i drammaturghi è così difficile ricreare, ma che rappresenta il sale del teatro Aristofane: il gioco, a più livelli, su una ampia gamma di riferimenti culturali condivisi da tutto il pubblico, a prescindere dalle classi sociali e dall’età. Oggi è difficile individuare un humus davvero trasversale, che chiami tutti in causa: che possa esserlo la musica? Così sembrano suggerire, con grande efficacia, la Banda Osiris e il regista Avogadro.

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