Martina Cavallarin

La città è il teatro dove si svolge il ritmo dell'identità urbana. (Gabriele Basilico)

In un sistema scevro e sottoalimentato da valori chiari e assoluti gli interrogativi posti dall’opera di Gabriele Basilico si svelano sotto la luce di una temperatura personale al contempo poetica e chirurgica, esplicata in un linguaggio da sempre in equilibrio provvisorio tra l’oggettività e la soggettività della fotografia. Il fotografo milanese attinge alla realtà sociale che lo circonda, alla vita quotidiana, alle strutture delle città, agli interni abitati dalla collettività e infine, ma con costanza, ai segni e alle presenze dei luoghi pubblici e condivisi in quanto icone o di quelli più estranei perché poco o mai visti.

È soltanto negli anni Venti del Novecento che arte e fotografia si sono avvicinate. In questo periodo sono intervenute la pratica sovietica del fotomontaggio e l’integrazione prima dadaista e poi surrealista della fotografia nella creazione artistica. Nelle Avanguardie il problema era quello della congiunzione tecnica, della mescolanza tra generi, della creazione dei primi collages e installazioni. Qui la fotografia perde il ruolo di puro medium estetico per entrare in un’operazione di trasformazione che influenza tutte le arti.

2011-Venezia F.M.R. 0128 (600x468)

Nel lavoro di Gabriele Basilico esiste l’influenza di altri mezzi che non sono di matrice tecnica, bensì la contaminazione avviene attraverso obiettivo, sguardo, accento e una propensione affettiva verso le cose. La sua sfida è ricostruire e decostruire l’immagine delle città e delle complesse traiettorie dalle quali sono composte secondo modelli apparentemente convenzionali, anche saturandoli di stereotipi visivi e culturali.

In tal modo la resa è una sotterranea trasgressione e una sottile ribellione, una paradossale combinazione di spazio, quello dell’icona, e del tempo, la fissità che imprigiona un eterno presente, mescolati a un approfondimento quasi “pittorico” che ci pone di fronte a una verità ipotetica.

Ci sarà sempre qualcuno che guarda le opere d’arte con la lente d’ingrandimento per cercare di vedere “come”, invece di usare il cervello e immaginare “perché”. (Man Ray)

L’opera d’arte è sottoposta di continuo alla modalità della visione. L’artista lavora infatti sul che cosa mostrare, pratica che attiene alla sua necessità, ma necessariamente anche sul perché e sul come essendo l’ossessione che l’accompagna fatta di mondi sommersi e dimensioni trasposte, quelle delle sue sedimentazioni di vissuto e della sua ricerca intellettuale, oppure frutto di uno sguardo romantico e visionario che attraverso i desideri del passato si posa sul presente. Nel confronto con l’opera non ci è consentito di essere neutrali, né ci possiamo rifugiare in una fruizione indifferente, ma si è costretti a guardare un poco dietro di noi, a quei passaggi che sentiamo anche appartenerci tra abbandoni e scoperte, fragilità e crescita, poesia e realtà.

F.M.R.0467Firenze (600x468)

Non è un'immagine che cerco. Non è un'idea. È un'emozione che si vuole ricreare, l'emozione di volere, di dare e di distruggere.(Louise Bourgeois)

È la forma nelle fotografie di Gabriele Basilico a garantire l’autonomia perché l’argomento è stato scavato tante volte eppure nello sfogliare un suo libro, o nel visitare la mostra, la scelta concettuale di suddivisione per luoghi, posizioni e generi porta a guardare come se fosse la prima volta. Nonostante Milano o Venezia, o tante altre metropoli del mondo, nonostante le geografie complesse, le storie importanti, i presenti bulimici.

Quello applicato dal fotografo milanese è un voyeurismo concettuale che trova le radici di tale corpus di opere nell’abbandono cosciente della tecnica fredda per concentrarsi sul taglio a temperatura variabile, fino ad affrontare l’inquadratura, ovvero la visione o il senso, per esplorare i margini, le inusuali asimmetrie che procedono per arresti istantanei, concependo in tal modo il percorso non più come una composizione che mira a un’armonia estetica interna ma come luogo di confronto, se non di conflitto.

In bilico tra creazione e dettaglio cartografico il suo scatto dissolve la velocità e implica una nuova costruzione elaborando un rapporto di cut-up mentale, una narrazione dolce e sospesa costituita unendo immagini inseguite, rintracciate e bloccate. Il risultato è una storia narrata con lentezza, un dominio dell’immagine fissa contro la carneficina di città assalite da vertiginosi cannibalismi.

Piranesi 070 (600x472)

La fotografia è sovversiva non quando spaventa, sconvolge o anche solo stigmatizza, ma quando è “pensosa”... La fotografia deve essere silenziosa; non è una questione di “discrezione” ma di musica. La soggettività assoluta si raggiunge solo in uno stato, in uno sforzo di silenzio. (Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, 2003)

Tra le stanze d’archeologia industriale della Galleria Michela Rizzo il guardare è come un preciso percorso iniziatico al quale Basilico ci induce con tutta l’ossessione che è la necessità del fare fotografico, tra riferimenti storici, quotidianità, inflessioni di chiaroscuri e suggestioni. I grandi scenari fissati nell’intensità delle loro luci come i luoghi più industriali e stereotipati formano - tra rappresentazione delle architetture e trasformazioni della memoria - una carrellata mobile dello sguardo.

Srotolandosi tra racconti personali e rappresentazioni universali le sue fotografie evocano l’anima della città stessa, come fossero documenti custoditi con parsimonia e dedizione da archivista maniacale di un’esistenza destinata a una reiterata e costante documentazione.

Gabriele Basilico
Cartoline d’Italia
Galleria Michela Rizzo, Venezia
A cura di Angela Madesani
04 giugno – 30 agosto 2014

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Una Risposta a Le Cartoline d’Italia di Gabriele Basilico

  1. tamarinda ha detto:

    propensione affettiva verso le cose che a distanza di tempo ti riportano in quel medesimo posto a provare la medesima emozione
    grazie

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