Federico Francucci

Quarantadue anni, davvero troppi, ci sono voluti perché il secondo romanzo di Don DeLillo End Zone, uscito nel 1972, venisse tradotto in italiano; un lasso di tempo più che sufficiente a far sì che questo virtuosistico e splendidamente calibrato libro, angoscioso fino al comico e viceversa, bruciante e raggelante nelle sue millimetriche simmetrie formali e nei suoi oscuri grumi emozionali, arrivi da noi come un oggetto di un’altra epoca (sorte analoga è toccata a La stella di Ratner, l’altro capolavoro – sì, capolavoro – di DeLillo risalente agli anni Settanta, in Italia uscito solo nel 2011).

Perimetriamo dunque sommariamente questo romanzo proveniente dal cuore del postmoderno, apparso quattro anni dopo Il gioco di Henry di Robert Coover (per citare un titolo decisivo che unisce – anche se in modo tanto diverso da come fa DeLillo – scrittura, fiction e sport) e un anno prima dell’Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (spaventoso sole nero che ha rappresentato un punto di svolta per il romanzo di fine Novecento).

È chiaro che la End Zone del titolo non è solo la zona del campo da football dove la squadra che attacca deve portare la palla per realizzare il touchdown, ma che tutti gli spazi del libro, e le esperienze di molti dei personaggi che lo popolano, possono a buon diritto definirsi zone terminali, fini o limiti. Lo è il conflitto nucleare che Gary Harkness, il narratore, studia sui libri con morbosa passione, discutendone tattiche e conseguenze col suo insegnante, il maggiore Staley; lo è il Logos College, confinante col deserto, «nella periferia della periferia del nulla»; lo è, per più ragioni, lo stesso Gary, buon giocatore di football che al Logos College trova la sua ultima possibilità, dopo una serie di fallimenti fra il tragico e il lievemente improbabile (dal saltare gli allenamenti per starsene con una ragazza a leggere un manuale di economia al provocare la morte di un giocatore in uno scontro di gioco).

Molto meno chiaro invece è il rapporto che corre tra i vari piani, o giochi linguistici, ai quali la formula si applica sensatamente; anche perché da una parte è impossibile capire davvero l’intentio del narratore, sempre velato da un’ironia a profondità variabile («parli sul serio?», «mi stai prendendo in giro?» sono le domande che più spesso gli rivolgono gli interlocutori; e lui stesso potrà dire, in una delle ultime scene, «mi prendo per il culo da solo»), e dall’altra un importante intervento autoriale – all’inizio della seconda parte interamente occupata dalla «telecronaca minuto per minuto» della partita clou della stagione – nega il parallelismo football-guerra su cui pure l’intero libro sembra poggiare.

Altre due tendenze rendono arduo decidere quale sia il «pensiero» del libro, che rimane enigmaticamente sospeso. Innanzi tutto la continua insistenza sulla perdita di senso del linguaggio, a favore del puro suono della frase che sembra generarsi da sé per una sorte di ineluttabile legge di bipartizione e simmetria («It is only a game, but it’s the only game», dice ad esempio il demiurgico coach Emmett Creed), oppure del blocco compatto di cliché in cui ci si muove a occhi e testa chiusi.

Poi, in modo del tutto coerente, la costante disposizione binaria e speculare di personaggi ed eventi, per la quale ogni cosa ha un suo doppio rovesciato e le coppie sembrano equilibrarsi e immobilizzarsi: ad esempio la partita descritta al centro del libro, usando il gergo tecnico del gioco e rendendolo pressoché incomprensibile, è bilanciata da un’altra partita, spontanea, nella neve, dove i giocatori pattuiscono un progressivo restringimento delle regole che finisce per trasformare l’incontro in una mischia dove si può solo correre in avanti e colpirsi con tutte le forze; oppure la coppia di opposti formata dai due running back, Gary, il bianco svagato meditativo che si tira indietro, e Taft Robinson, la freccia nera che corre irraggiungibile e inarrestabile. Lo stesso romanzo giunge a rispecchiarsi grottescamente en abyme nell’opera di uno scrittore di fantascienza filosofico-matematica mongolo, Tudev Nemkhu, e nella sua creatura, «Monadanom» (unione della monade e del suo riflesso speculare), definibile univocamente non con le parole ma solo in termini matematici.

End Zone è un romanzo sulla vita e sulla morte, sulla guerra e sul gioco, sull’ascesi e sulla violenza, sulla gioventù e sulla follia, sul rapporto tra i corpi e le parole, sulla necessità di credere ma anche di staccarsi dalle credenze, sull’immaginazione come fiction linguistica che si denuncia per tale, approdando a una forma di autocoscienza geometrica, ma resta unica via d’accesso sia all’interazione tra uomini, sia al nucleo indicibile, mistico oppure no, dell’esperienza. Alla fine del libro apprendiamo che Taft studia Wittgenstein, in special modo «quello che non è scritto» della sua opera. Lo fa anche DeLillo. Ma, diversamente da Taft, lo fa scrivendo.

Don DeLillo
End Zone
traduzione di Federica Aceto
Einaudi, 2014, 243 pp., € 19,50

Don DeLillo sarà presente a Capri, nell’ambito del festival «Le conversazioni», la sera del 5 luglio: intervistato da Antonio Monda, al tramonto, nella rotonda di Tragara. Tra gli altri partecipanti all’edizione di quest’anno Daniel Libeskind, Hanif Kureishi e – a conclusione, la sera del 6 – Rachel Kushner.

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