Giorgio Mascitelli

Il Censis ha pubblicato nei giorni scorsi un rapporto relativo alla crescente sfiducia nella scuola italiana come strumento di avanzamento sociale. In esso si snocciolano una serie di dati drammatici e pertinenti, dal calo delle iscrizioni all’università alla crescita del tasso di abbandoni degli studi degli alunni di famiglie disagiate e altri per la verità un po’ fuori luogo rispetto al tema della sfiducia nella scuola, come la crescente preoccupazione per l’insufficienza o la totale mancanza di posti nella scuola dell’infanzia, specialmente nelle grandi aree urbane.

Del resto la notizia di fondo non è certo inedita: già nel 2010 l’OCSE in uno suo documento aveva segnalato l’Italia, insieme a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, come uno dei paesi in cui la scuola garantisce meno mobilità sociale (per la cronaca i paesi più virtuosi sono quelli scandinavi e l’Austria, cioè paesi dove lo stato sociale funziona ancora).

Ciò che lascia sorpresi nel rapporto Censis e nel modo in cui è stato accolto sui giornali è il fatto che non una parola venga spesa sul contesto economico-sociale in cui questa crisi si svolge, per cui un lettore potrebbe essere indotto a credere che sia un problema specificamente scolastico. Per esempio, se la disoccupazione e la sottoccupazione intellettuali aumentano, più che un problema di scarsa efficienza scolastica si tratta di una conseguenza del calo dell’occupazione nella pubblica amministrazione e nella grande industria ossia nei settori che tradizionalmente hanno bisogno di manodopera qualificata. Forse allora più che chiedersi se la scuola sia pronta o meno alle esigenze del mercato del lavoro, tema dominante nella discussione pubblica, bisognerebbe chiedersi dove reperire fondi per investimenti lungimiranti in settori avanzati, vista la scarsa propensione del capitale privato a investimenti di questo genere.

In questo sguardo strabico sulla scuola si deve riconoscere una prova eloquente dell’egemonia culturale del discorso neoliberista. È infatti uno dei fondamenti ideologici del neoliberismo, in particolare della sua variante blairiana con il suo welfare delle opportunità, affidare alla scuola la responsabilità assoluta e unica di una mobilità sociale, negando l’evidenza che più aumenta la disuguaglianza a livello generale meno è possibile alla scuola esercitare alcuna funzione di mobilità sociale. Questo discorso in un paese debole e perdente nella globalizzazione come l’Italia assume poi dei caratteri particolarmente dannosi perché, prendendo a modello paesi che occupano gradini superiori nella gerarchia internazionale, non consente di analizzare con realismo le problematiche e le risorse effettivamente presenti nella scuola italiana.

L’atteggiamento di scarsa consapevolezza delle classi dirigenti italiane su queste tematiche mi sembra testimoniata da due episodi. Da un lato il provvedimento del governo Letta che stanziava delle risorse per creare posti di lavoro stabili per giovani e che peraltro non ha raggiunto minimamente gli obiettivi stabiliti (pensato per la formazione di centomila posti tra il 2013 e il 2015, ha contribuito a crearne solo ventiduemila) riguarda solo coloro che sono privi di titoli di studio. Dall’altro è molto indicativa la polemica condotta da illustri economisti contro il liceo classico, perché in questa scuola andrebbero gli studenti migliori che diventerebbero menti strappate alle scienze e all’economia.

Il che dimostra la tendenza delle nostre classi dirigenti a occuparsi del sesso degli angeli anche in una chiave pragmatico-economicista, visto che, in un paese in cui una quota crescente dei pochi neolaureati in materie tecniche e scientifiche va all’estero perché non trova sbocchi lavorativi sul mercato interno, sono verosimilmente altre le emergenze in quell’ambito.

Infine non va dimenticata la sostanziale ipocrisia della commissione europea che a parole invita i singoli paesi a rafforzare le politiche dell’istruzione, e dall’altro richiede esplicitamente tagli crescenti alla spesa scolastica. E forse varrebbe la pena di chiedersi se questa pericolosa schizofrenia sia frutto soltanto della progressiva incapacità di governo delle istituzioni europee o sia piuttosto un prodotto di una politica volta a consegnare all’Italia e agli altri paesi mediterranei il ruolo di fornitore di manodopera non qualificata. Insomma l’ascensore sociale si è rotto, ma i tecnici non sembrano capaci né particolarmente desiderosi di ripararlo.

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