Marco Pacioni

Capitale umano, risorse umane, patrimonio genetico. L’uso corrente di queste e altre simili espressioni rivela un rapporto stretto tra l’economia capitalistica e la vita. Così la pensa anche la filosofa Melinda Cooper in La vita come plusvalore. Biotecnologie e capitale al tempo del neoliberismo (Ombre Corte, 2014).

La relazione tra capitalismo e biologia ha un’estesa bibliografia. La stessa Cooper ha già in parte affrontato l’argomento in altri suoi interventi. Questo libro tuttavia rappresenta una novità. Come mostra già la parola plusvalore nel titolo, Cooper qui adotta un’analisi strettamente marxiana. Lo sviluppo delle biotecnologie è collegato al nuovo corso che caratterizza l’economia statunitense a partire dalla crisi petrolifera e industriale. Dalla fine degli anni Settanta per Cooper si crea un innesto fra investimenti nel settore tecnologico e informatico, finanziarizzazione dei mercati e biotecnologie.

Protagonisti di questo sviluppo sono i grandi progetti di ricerca e sperimentazione patrocinati anzitutto da agenzie statali fra le quali assumono particolare importanza quelle militari. In questo nuovo contesto economico le biotecnologie riaprono i limiti che frenano l’ulteriore espansione della produzione e del consumo. Esse danno l’opportunità di considerare in modo diverso la stessa idea di limite della crescita e delle risorse naturali. In tale ridefinizione e rigenerazione del limite – di fatto nel venir meno di quest’ultimo – la nuova linfa che l’economia capitalistica trova nelle tecnologie della vita si sintonizza sulle concezioni neoliberiste e theocon.

Sia dal lato dei nuovi difensori del laissez faire e del monetarismo, sia dal lato neoconservatore evangelico che troverà il suo momento d’oro nelle due consecutive amministrazioni di Georg W. Bush, diventa cruciale, per la nuova definizione del limite, il ruolo del debito. Quest’ultimo diventa la base di un’economia della promessa per la quale il futuro stesso è una merce da vendere nel presente. La crisi e i costi sociali che la crisi comporta diventano necessari e strutturali allo sviluppo.

Oltre i propri limiti il debito diventa la dimensione temporale al di là della possibilità dell’estinzione. Il mercato capitalistico come la vita colta nella sua espressione energetica e vitalistica divengono doni che mai possiamo adeguatamente ripagare. Anzi non dobbiamo, secondo l’analisi di Cooper, perché solo in questo modo il dono del debito permette quell’alternanza di accumuli e crolli che generano appunto il plusvalore. Il momento in cui una tale economia della catastrofe produce plusvalore perché rifiuta per principio di realizzare l’equilibrio è però anche il momento nel quale il capitale interviene per rendere il più possibile stabile il guadagno raggiunto attraverso la sperequazione.

E per ottenere ciò il capitale non esclude di utilizzare l’armamentario conservatore e reazionario mettendo in campo la struttura tradizionale e religiosa della famiglia, il sessismo e la supremazia nazionalistica. È proprio nello spiegare questo doppio movimento liberalizzante e controllante, modernizzante e arcaizzante – lo stesso che le biotecnologie genetiche e neurochimiche oggi offrono alla vita umana – che Cooper ha buon gioco nella sua ricostruzione. La vita come plusvalore è un libro dal quale non si può prescindere. La sua analisi marxiana economica e politica offre le basi per affrontare un’ontologia della vita e delle sue forme, come in parte cerca di fare Rosi Braidotti con la sua teoria postumana nello scritto che accompagna il libro di Cooper.

Melinda Cooper
La vita come plusvalore
Biotecnologie e capitale al tempo del neoliberismo
ombre corte (2014), pp. 155
€  15, 00

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3 Risposte a Cooper, il capitale del vivente

  1. Sandro Vero ha detto:

    Leggerò con curiosità. Già dall’articolo sorge lo spunto di un link con i concetti foucaultiani di bio-politica e di governamentalità. La nozione di debito pare assumere una centralità dentro una nuova filosofia del potere.

    • Marco Pacioni ha detto:

      infatti. il contesto che tu definisci è proprio quello nel quale in parte chi scrive e in parte l’autrice inserisce la sua riflessione sull’economia delle biotecnologie. Marco Pacioni

  2. Marco Pacioni ha detto:

    “inseriscono”

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