Franco La Cecla

Riuscire a fare una Biennale di Architettura con un grado zero di significato non era un'impresa facile, e l’unico capace di riuscirci si è dimostrato Rem Koolhaas. In un momento molto particolare del “sistema architettura” e del dramma mondiale urbano era importante che la Biennale di Architettura non esprimesse nulla, né giudizi, né progetti, né visioni.

Appoggiandosi all’idea molto de-construzionista dell'interpretazione come gioco di sostituibilità (il n’importe quoi dei francesi), Koolhaas ha trasformato l’evento in una lista, in una mappa, come è di moda dire. Allora ci ha propinato un padiglione dove gli elementi costruttivi e gli impianti sono l’unico spettacolo possibile. Come se fossimo tutti fruitori del bricolage immobiliare, tanti ligrestini che battono le mani alle innovazioni in piastrelle e termosifoni.

E ha replicato questa impostazione in Monditalia, l’esposizione dedicata all’Italia all’Arsenale con una lista ennesima di citazioni, un elenco di pezzi di film, qualche spigolatura avanguardistica degli anni '90, e l’idea della popolazione sostituita dai danzatori di Virgilio Sieni. Tutto l’insieme è coerente con un’idea di superfluità dell’ architettura, del suo appartenere non alle soluzioni dei problemi, ma all’agitare i medesimi, o meglio a farne una mappatura. Una visione dell’architetto come artista cinico che racconta il mondo così com’è, “cosa ci volete fare”. Come se fosse un elenco telefonico o un catalogo di Ikea. Ovvio che il padiglione migliore sia quello russo, dove effettivamente sono presenti tutte le agenzie di costruzione immobiliare del paese di Putin.

Tra le chicche di Monditalia va guardato il video con Stefano Boeri ripreso in mezzo alle rovine del suo palazzo per il G8 costruito alla Maddalena. Boeri ci spiega che i politici sono i primi colpevoli perché incoerenti. Prima danno ad un progettista come lui l’incarico, in urgenza e senza concorso, poi si ricredono, si spostano all’Aquila e l’architettura costruita alla Maddalena cade – letteralmente , se ne vedono i pezzi staccati dal muro (ma non è un po troppo presto perché cada? ) – nell’oblio. Come dire: peccato una volta c’erano i veri committenti, oggi i potenti sono inattendibili.

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2 Risposte a Il grado zero dell’architettura

  1. Sandro Lazier ha detto:

    Parlare di grado zero in questo modo è perlomeno ipocrita.
    Chi ha coniato l’espressione, e chi l’ha adottata in contesti linguistici precisi, lo ha fatto con una profondità che né La Cecla , né Kolass in particolare, sanno nemmeno immaginare.
    Offende l’intelligenza questa arrogante banalità che affida a termini propri e circostanziati valenze generali ridotte in forma di “pour parler”.
    La biennale di Kolass, proprio per la sua riduzione in parti di un corpo semanticamente inscindibile, è lontana anni luce da qualsiasi riferimento al grado zero di Roland Barthes.
    Trovo scorretto utilizzarne il riferimento in un contesto critico che non lo riguarda.

  2. antonino prizzi ha detto:

    La Biennale – o l’Architettura d’oggi? – come un’ode alla vacuità inossidabile della sola tecnica, formidabile arma di distrazione di massa; al nitore dell’espediente costruttivo ed alla compiutezza “de lo particulare” o della “non forma” generale, come fonti di orgasmo progettuale di pochi intimi … E il mondo là fuori sta a guardare.

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