Lucia Tozzi

Il miglior metro per misurare il potere è la vitalità della critica, soprattutto quando si apre una potenziale falla. Quando arriva la défaillance del politico, dell’artista, dello scrittore e nessuno osa ridere, sbadigliare o semplicemente dire che il re è nudo, allora il potere è veramente grande.

Beh, a Koolhaas non è successo. Ha fatto una biennale loffia e moltissimi l’hanno detto, quasi tutti tranne i giornali votati alla diffusione delle cartelle stampa. I toni e gli argomenti sono molto diversi, ma è difficile dire se suonano più dure le franche invettive comparse sui media stranieri o i condiscendenti distinguo elargiti dai commentatori italiani. Il senso che trasuda dall’esistenza stessa di queste critiche è unico, la rottura del tabù. L’intoccabile è diventato palpabile, si è fatto carne molle, può ricevere come tutti calci e spintoni.

Perché Koolhaas era veramente intoccabile: non aveva costruito il suo potere su cose mondane e facilmente criticabili come la spettacolarità degli edifici o l’architettura pseudo-green, alla Renzo Piano o alla Zaha Hadid. Giochi da pivelli, in grado di procurare incarichi e di raggiungere una platea più ampia del ristretto mondo degli architetti, ma bassamente commerciali. Lui aveva scelto Pallade, voleva essere invincibile grazie all’intelligenza. E per essere il più intelligente degli architetti aveva fondato AMO, complementare al suo studio professionale OMA, un centro di ricerca finalizzato alla conquista del globo attraverso un’ipertrofica produzione di discorso sull’urbano (propaganda) e l’infiltrazione nelle più importanti scuole internazionali, da Harvard alla russa Strelka. Una volta occupata la fascia alta dell’accademia e dei media internazionali, si era procurato anche la più intelligente delle committenze, l’annoso sodalizio con Prada. Nessuno era più in grado di lambire il suo pensiero volutamente ambiguo, pieno di domande poste con l’unico scopo di demolire preventivamente qualsiasi obiezione.

Come ha potuto questa mente prodigiosa creare la più noiosa delle biennali? Inutile girarci attorno, è un classico caso di hubris. Koolhaas, che odia la condizione dell’architetto sempre “in bilico tra onnipotenza e impotenza”, ha scelto la prima, e la seconda si è vendicata. Il gesto curatoriale più eclatante è stato quello di eliminare architetti (famosi) e architetture dalla sua biennale di architettura, esponendo solo ricerche condotte da suoi diretti collaboratori di AMO o delle numerose università che fanno parte della sua costellazione, oppure da collaboratori dei suoi collaboratori. Quello che voleva mostrare era la grandezza del suo impero, quanto esteso e profondo e significativo è il sapere che viene prodotto in suo nome, nella sua scia, con i suoi metodi e soprattutto dalle “sue” persone: persino i padiglioni nazionali, sottoposti alle scelte dei singoli governi, sono quasi tutti allineati e affollati di architetti e curatori che in un modo o nell’altro gli appartengono.

Il risultato è l’annichilimento dei contenuti e del significato stesso della mostra. Non c’è niente di fondamentale in Fundamentals. Ci sarebbero cose interessanti, ma possono essere individuate solo da chi le riconosce, da chi sa già tutto di quel parco a tema che è il mondo di Koolhaas. Di certo lui non ha voluto mostrarle, anzi le ha schiacciate, le ha rese illeggibili smussando gli interventi politici più disturbanti, limitando lo spazio a loro disposizione, mischiando in un soporifero insieme elementi complessi.

L’architettura è una disciplina di per sé difficile da esporre, non si presta a paragoni con l’arte o la musica o il cinema, ma per rendere l’effetto che questa biennale produce sul suo pubblico proviamo a immaginare cosa potrebbe essere una biennale affidata a Cattelan che non mostrasse nessuna opera di artisti, ma solo esercizi di stile dei suoi amici. O un festival del cinema trasformato in un lungo convegno universitario sul medium. Una Woodstock senza musica dove tutti sono vestiti di nero abbottonati fino al collo.

Chi si aspettava un grande show pulsante, arrogante, pop, resta disarmato di fronte alla stanca accademia che lo accoglie. I più sgomenti sono quelli che avevano preso alla lettera lo statement di Koolhaas, e pensavano quindi di trovare rivelazioni penetranti sugli Elementi fondamentali dell’architettura e sulla situazione geopolitica italiana (rispettivamente le due mostre Elements e Monditalia). E hanno invece visitato un’esposizione superficiale e dai presupposti discutibili. Per Monditalia il criterio di selezione è stato il fascino del tema: migrazione, conservazione dei beni, avanguardie, emergenze, luoghi traumatici, luoghi ludici, confini, produzione, infrastrutture, religione. Salvo poi annacquare ogni singolo caso in un brodo di ambiguità percettiva.

Quanto alle stanze di Elements – dedicate all’evoluzione di camino, finestra, ascensore, rampa, corridoio, eccetera, e alle conseguenze che la loro evoluzione ha avuto sull’architettura e sulla vita di chi la abita –, il problema è che non hanno nulla della mostra: sono capitoli di un libro a venire, elaborato dall’Harvard Design Graduate School of Design, ma qui assomigliano a un’accozzaglia di materiali banali. Sono state avanzate critiche feroci sulla legittimità della scelta (si parla di elementi e non di insieme, si parla di elementi come a una lezione del primo anno, in base a che criterio questi elementi e non altri), ma tutto sommato dal catalogo e dai libricini che anticipano il futuro volume la ricerca appare come un classico prodotto koolhaasiano, pieno di informazioni e ragionamenti, grafici e chicche da collezionista di trouvailles. È la mostra che ha miseramente fallito, che non riesce a trasmettere ai suoi destinatari né idee né piacere alcuno, lasciandogli solo la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato, in uno spazio inutile pensato da dilettanti.

Probabilmente non poteva che finire così, e non solo a causa del narcisismo. Il cortocircuito che inficia ab origine quella che doveva essere la “biennale delle biennali” è il frutto delle passioni contrastanti di Koolhaas. In definitiva, non è possibile riscrivere i Fundamentals se l’ideologia perseguita con accanimento per tutta la vita è l’ambiguità. Chi usa la propria intelligenza per evitare di prendere posizione può fare delle cose bellissime, interessantissime, ma le basi gli sono precluse. Per quelle ci vuole più coraggio, il coraggio della chiarezza.

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Una Risposta a Gli inessenziali Fundamentals di Rem Koolhaas

  1. Antonietta ha detto:

    Questo è il miglior articolo che abbia letto sulla Biennale 2014. Condivido ogni singola parola. L’impressione che, a mio parere, trasmette Fundamentals è proprio quella di uno sconfinato dilettantismo. Le sale sembrano (sono?) allestite da studenti di architettura al primo anno. Esaminate nel dettaglio, poi, evidenziano: un’aria da fiera (sale: Finestre, Caminetti, Muri), un’inutile “mise en abyme” (Sala: Corridoi), una certa povertà di idee (Sala: Pavimenti), un ampio spazio sprecato inutilmente (sala: Balconi),un tecnicismo arido e irritante (sale: Scale mobili, Ascensori, Rampe), una grande caoticità (sala: Scale). Le altre sale si salvano solo per qualche trovata interessante, ma comunque opinabile.

    Uniche due eccezioni: il simpatico racconto per immagini di David Rapp, con la sua carrellata di brevi sequenze di 82 film, alcuni famosi altri meno, con inquadrature che rimandano ai 15 “Elementi” della mostra. E il fantastico corto, del 1985, “26 Bathrooms” di Peter Greenway dedicato, appunto, all’universo del bagno.
    Lo trovate su Vimeo.

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