Francesca Rigotti

Mi hanno dato ben 6.000 caratteri per svolgere il tema Che cosa vuol dire leggere oggi, ma mi rendo subito conto che non sono in grado di scriverli in maniera impersonale. Come si legga oggi non lo so con precisione: dovrei aver fatto una ricerca accurata sul tema e possedere competenze sociologiche che non ho.

Certo che mi arrivano segnali dall'esterno, ma vivendo da eremita tra paesi stranieri non ne colgo molti. Viaggiando tanto però, in treno e in aereo, cònstato con i miei occhi che i viaggiatori non hanno più in mano libri o giornali, se non sporadicamente: la stragrande maggioranza di loro manovra uno smartphone o un computer, raramente, molto raramente un tablet; quindi non legge caratteri ma guarda messaggi, anche se prevalentemente ascolta musica. L'unica cosa che so bene è che cosa vuol dire per me leggere oggi e di questo scrivo.

Sono una donna, una docente e una autrice di saggi nata nel 1951; vivo tra i libri da quando ho iniziato a leggere, a tre anni, nel 1954 (ne parlo più avanti), anche se sono nata e cresciuta in una casa senza libri e mi sono dovuta arrangiare da subito con prestiti tra amiche e compagne e soprattutto con le biblioteche. Ottimo sistema, il prestito pubblico, o la lettura diretta in bilioteca, che permettere di leggere tantissimi libri senza acquistarli, col doppio vantaggio di non spendere e di non riempirsi la casa. So che l'affermazione può scandalizzare: editori e librerie ne patiscono, e il lettore non possiede materialmente i libri che legge; molti non lo sopportano e dichiarano che loro i libri devono possederli per sentirsi bene, e mostrano con orgoglio le loro bibliotechine di casa o le distese dei loro palazzi con le stanze dei libri, come quelle di Massimo Cacciari. Io il problema non ce l'ho, non l'ho mai avuto e non so nemmeno come potrei soddisfare la brama di aver libri, se mai mi prendesse, col mio budget limitato e le nostre abitazioni di formato ridotto.

Leggo oggi di media dai 12 ai 18 libri al mese in inglese, italiano, tedesco, francese, libri di carta, pesanti, oggetti solidi da tenere in mano e sfogliare, che mi segnalano a che punto sono dallo spessore delle pagine a sinistra, quelle già lette, rispetto a quello delle pagine a destra, ancora da leggere. Libri di saggistica, prevalentemente, ma anche libri di narrativa, la sera e nel fine settimana. Questo per i libri interi; di fatto leggo molte più pagine di saggi scientifici, contributi a congressi, articoli di riviste e giornali, tesi, relazioni e lavoretti degli studenti (in forma mista, talvolta cartacea, talvolta elettronica), e poi, in rete, articoli, osservazioni, commenti, oltre alla impegnativa posta quotidiana.

Talvolta mi sembra che leggere sia la mia unica competenza, la più importante per la mia formazione e per la mia vita; una competenza imparata, senza accorgermene, da piccolissima. La leggenda familiare racconta che iniziai a leggere insieme a mia sorella maggiore – che oggi è affermata studiosa e docente universitaria a Caen, specializzata in letteratura italiana per l'infanzia e che si firma come Mariella Colin ma che allora era Mariella (Maria Rosaria) Rigotti – quando ella frequentava la prima elementare e io non andavo nemmeno alla scuola materna (che allora si chiamava asilo). A Natale del 1954, quando Mariella aveva sei anni e io tre, leggevamo entrambe speditamente.

Lessi da quel momento in poi tutti i caratteri stampati che trovavo; leggevo persino, ad alta voce, le pubblicità all'interno dei tram verdi e gialli di Milano, in braccio alla mamma, compiacendomi del fatto che la gente si meravigliasse (è uno dei miei primi ricordi). Lessi tutti i pochi libri per l'infanzia che c'erano in casa, lessi e rilessi fino a disfarli i volumi dell'Enciclopedia dei ragazzi (quegli strani “ragazzi mondadori” che né mia sorella né io capivamo chi fossero), per poi tuffarmi nella bibliotechina di quartiere che si trovava in un locale della scuola elementare, di mia sorella e poi mia, la scuola «Ariberto di Intimiano e Matilde di Toscana» in via Ariberto a Milano. Lì i libri mi venivano porti da sopra il bancone, cui non arrivavo, da una bibliotecaria molto simile alla signora Felpa di Mathilda di Roald Dahl; libri che io non “ordinavo” ma che la signora individuava come adatti e interessanti.

Poi, all'età di otto anni, mi venne in mente, non so come, di stendere un elenco degli autori e dei titoli dei libri che avevo letto fino a quel momento – erano ben settantasette -. Quell'elenco è continuato, svolgendosi lungo tre quaderni, fino ad oggi, quando la somma sta per toccare quota tremilacinquecento. L'elenco comprende esclusivamente e rigorosamente libri letti per intero, gli unici che hanno diritto a entrarvi; quelli di cui ho letto una parte più o meno lunga, un saggio, due capitoli ecc. non vi hanno accesso anche se sono infinitamente di più.

E oggi? Dal momento che in Italia è considerato lettore forte chi legge un libro al mese, penso di essere lettrice forte, fortissima, forzuta. Continuo a procurarmi i libri nelle biblioteche, alcuni ne acquisto, altri mi arrivano per recensione o in omaggio. Se li leggo sul tablet? No, ancora no anche se non penso che manchi molto. In viaggio e la sera romanzi; durante la giornata la saggistica, sul divano con la matita in mano ma più spesso alla scrivania per appuntare i passi che mi interessano su quaderni, una serie che a metterli in fila occupa parecchi metri di dorsi. Tutti schedati, datati e indicizzati. Appunto su quei quaderni gli spunti, le idee, le citazioni relative agli argomenti che sto seguendo in un dato periodo, tre o quattro, e che in genere mi servono per scrivere altri saggi o altri libri.

Se poi tutti questi libri, i miei e quelli degli altri, siano davvero indispensabili e importanti, francamente lo dubito. Tanto più che oggi sovente si usa la tattica di montare un libro intorno a una idea, magari interessante ma una sola, il che non basta. Un esempio, relativamente a un libro di narrativa letto di recente: The Goldfinch di Donna Tarrt, Il cardellino. Quasi ottocento pagine su una e una sola idea, la scomparsa di un piccolo dipinto di pittore olandese del Seicento durante un attentato. Tutto ciò è fuori misura e inadeguato e rivela la presenza di un'operazione commerciale di bassa lega e nemmeno tanto coperta. Terminato il romanzo mi sono consolata con Se una notte d'inverno un viaggiatore.

Se condivido con qualcuno le mie letture? No, me le tengo per me: è raro che mi capiti di parlarne con qualcuno ma non importa, leggere è una passione solitaria, sempre più solitaria. Se riesco a leggere in maniera rilassata e continuativa? No, o molto meno che in passato. Le lunghe ore ininterrotte dedicate alla pagina scritta sono un ricordo del tempo che fu anche per una lettrice tutto sommato di vecchia maniera. Le interruzioni sono frequenti e non sono quelle per andare in bagno o bere un bicchiere d'acqua e neanche per rispondere a squilli di telefoni ormai quasi inesistenti. Sono le note interruzioni del ping dell'e-mail o dell'SMS (non del contatto FB o Twitter o altro social network a cui ho scelto deliberatamente di non collegarmi per non cadere in nuove dipendenze).

Sullo Speciale Leggere oggi anche
Mario Marchetti, Leggere un inedito (per il premio Calvino)

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Una Risposta a Che cosa vuol dire leggere oggi

  1. gianfranco ha detto:

    Sapore di buon argomentare ormai raro, spero che sia imitato ma poco il giusto. Grazie

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