G.B. Zorzoli

Sarebbe un errore grossolano ridurre la popolarità di Renzi all’immagine che dà di rottamatore del vecchio modo di fare politica e di coloro che l’hanno incarnato. Se così fosse, rappresenterebbe soltanto la versione più tranquillizzante dell’alternativa proposta da Grillo.

La crescita della sua popolarità ha motivazioni più complesse, che vanno al di là di alcune operazioni di successo, ma relativamente semplici, come il bonus mensile di 80 euro. Matteo Renzi non sta infatti delegittimando soltanto il modo tradizionale di fare politica. Agisce nello stesso modo quando diserta l’assemblea annuale di Confindustria, ma interviene a quella degli industriali di Vicenza. Quando, prima di varare decreti e disegni di legge di riforma dell’amministrazione pubblica, non consulta i sindacati di categoria, ma chiede ai cittadini di inviare una e-mail con proposte in materia. Quando ignora le confederazioni sindacali per il job act.

Si tratta di un’azione sistematica, che non ammette eccezioni. I casi eclatanti, che attirano l’attenzione dei media e fanno notizia, sono soltanto la punta dell’iceberg. E il messaggio ai cittadini è chiarissimo: per cambiare le cose, i corpi intermedi di rappresentanza di interessi di categoria o settoriali rappresentano un impaccio non minore della vecchia politica.

Se non vogliamo ridurla a mero artificio retorico, da contrapporre polemicamente al mondo politico, quella che definiamo società civile è in larga misura costituita proprio dall’insieme dei corpi intermedi: rappresentanze delle categorie imprenditoriali, sindacati dei lavoratori, associazioni culturali, a tutela dei diritti dei cittadini o dell’ambiente, ecc. Questa loro natura dovrebbe portare i corpi intermedi a svolgere una duplice funzione: difesa degli interessi dei rappresentati nei confronti delle istituzioni e del potere politico, ma nel contempo capacità di arrivare a una mediazione, che tenga conto di quelli che eufemisticamente vengono definiti interessi generali.

Non si tratta di un esito scontato: molto dipende dall’autorevolezza del corpo intermedio, a sua volta determinata in larga misura dal grado di rappresentatività degli interessi che intende difendere. Ovviamente, una frammentazione della rappresentanza in più associazioni indebolisce il peso specifico di ciascuna, ma oltre tutto innesca una competizione fra di loro, che tende a esasperare la difesa di posizioni corporative. Con un non trascurabili corollario, l’autoreferenzialità, che porta a privilegiare gli interessi di chi dirige queste organizzazioni o vi lavora retribuito rispetto a quelli dei rappresentati e a ignorare del tutto i problemi degli esclusi.

A partire dagli anni Ottanta è stato questa la situazione dominante nei corpi intermedi in Italia, senza sostanziali differenze correlate agli interessi specifici rappresentati. Fra gli imprenditori: Confindustria è un ombrello che più di una volta non ripara dalla pioggia della frammentazione fra interessi contrastanti, cui si aggiunge la compresenza di più di una rappresentanza dell’artigianato (che associa molte piccole imprese industriali). La divisione in più sigle caratterizza anche la cooperazione, i sindacati dei lavoratori, l’imprenditoria agricola, le associazioni dei consumatori, solo per citare i casi più noti.

Questa versione zoppicante di società civile ha retto finché la controparte politica l’ha accettata (spesso perché faceva comodo). A differenza della Thatcher, che è riuscita a sconfiggere i sindacati dei lavoratori solo dopo uno scontro durissimo, a Renzi è bastato ignorare i corpi intermedi con cui tradizionalmente si confrontavano i governi. Segno evidente che il disincanto diffuso non riguarda soltanto il ceto politico.

Alla lunga, però, questa situazione non può reggere. In assenza di segnali provenienti da affidabili rappresentanze degli interessi economici e sociali, chi governa, fosse anche il più esperto e perspicace, prima o poi rischia di prendere decisioni disastrose. Non a caso è questo il baratro nel quale a un certo punto precipitano sia i regimi esplicitamente autoritari, sia quelli governati all’insegna del populismo.

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2 Risposte a I corpi intermedi di Renzi

  1. Paolo Buran ha detto:

    Complimenti a Zorzoli,che legco con interesse dai tempi del “Problemi de socialismo” (ebbene: non sono giovanissimo…). Ma prima di rivalutare Renzi, voglio vedere i risultati. Ho lavorato per trent’anni nel settore pubblico, e di decisionisti da bar Sport ne ho visti parecchi. Ricordo un assessore regionale che cestinava i consigli tecnici del direttore di assessorato, e poi, quando le sue proposte venivano bocciate dai suoi stesi compagni di partito, gridava all’imboscata. Governare è cosa complessa, se non si è Napoleone. Il ragazzo di Sanfrediano lo è?

  2. hank bukowski ha detto:

    E’ complicato sintetizzare la situazione politica attuale. La rivoluzione economico-finanziaria portata avanti dal neoliberismo globalizzato ha infatti completamente stravolto le regole a cui eravamo abituati. Nulla è più come prima: la politica, la rappresentanza, l’idea di Stato-Nazione, il modello produttivo, il concetto di comunità, la classe sociale, la modernità, non sono più contenibili nelle logiche novecentesche dell’agire politico. Per cui ogni approccio ai temi economici e sociali con le lenti del passato risulta fuorviante. La finanziarizzazione dell’economia, nell’abbattere le vecchie barriere statuali e politiche, ha dislocato i centri del potere, dislocando anche la sovranità, istituzionalizzando, così, lo “stato d’eccezione”, In questo quadro di stabilizzazione delle crisi economiche e di fluidità permanente, anche le democrazie rappresentative vanno in crisi, per cui il nuovo “ordine” economico mondiale esige il loro adeguamento “efficientista” in senso decisionista (per non dire autoritario). Ne consegue che tutta la macchina istituzionale va calibrata secondo i dettami del mercato: velocizzando le decisioni, abbattendo i conflitti, delegando la rappresentatività, individualizzando i rapporti tra capitale e lavoro, privatizzando i servizi, delegando allo Stato la tutela degli interessi dell’impresa (ovvero del libero mercato). Renzi, al netto della sua astuzia, della sue ambizioni e del suo cinismo, è dentro questi processi, e astutamente mette la sua azione politica al servizio delle nuove necessità del mercato. Un vero opportunista post-moderno. Un campione del partito liquido (che vuol dire pragmatico e flessibile).
    Assecondare, allora, le tendenze (selvagge) della globalizzazione, come se fosse la nuova religione mondiale, non solo è antipolitico, ma è un suicidio non tanto per la sinistra (che si era già suicidata da sola) quanto per la democrazia, per i diritti, per la giustizia, per l’umanesimo (socialista o cristiano che sia).

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