Alberto Pezzotta

Paradigma mitologico di purezza irraggiungibile, imbarazzante antenato da mettere in soffitta, fantasma ideologico impugnato spesso in malafede o senza cognizione di causa: la cultura italiana ha sempre avuto problemi a fare i conti col neorealismo cinematografico.

A quasi settant’anni da Roma città aperta, Stefania Parigi scrive un saggio che è insieme una sistemazione definitiva, una proposta per discussioni future e una riscoperta di una mole di materiali praticamente mai analizzati. Una sistemazione perché discute e decostruisce una ricezione spesso diventata inseparabile dai testi, mettendo ordine negli infiniti, complessi e spesso confusi dibattiti che sul neorealismo sono nati fin dagli anni Quaranta: tra precoci dichiarazione di crisi e di morte, furori ideologici strumentali, tentazioni liquidatorie e derive intertestuali che privano il neorealismo della sua identità.

Una proposta perché pronunciare parole definitive sul neorealismo, oggi, appare ingenuo e impossibile, e occorre invece mettere in luce contraddizioni, ambiguità, disseminazioni, zone grigie e di confine. E una riscoperta perché rimette in circolo tante voci e analizza tanti film di cui non si è occupato quasi nessuno.

Partiamo da questi ultimi. Le cinque pagine dedicate a O sole mio! di Giacomo Gentilomo, film resistenziale e al tempo stesso melodramma canoro, sono esemplari di un metodo che ignora canoni ammuffiti ed etichette, e mostra come l’analisi del cinema popolare e dei generi serva a capire il neorealismo tanto quanto i pochi titoli D.O.C., cui per altro sono dedicate ampie analisi che aggirano i luoghi comuni. Inoltre colpisce l’attenzione rivolta a tutta l’ala cattolica: padre Morlion che divulga la parola stessa «neorealismo» (alla cui lunga storia sono dedicate altre pagine illuminanti), l’esistenzialista abate Ayfre, o Brunello Rondi, teorico che ha letto Husserl e Heidegger: un pezzo di cultura la cui rimozione è stata sicuramente funzionale all’imposizione di una cappa democristiana, anticomunista e poliziesca di cui è stato campione il fratello di Brunello, l’immarcescibile Gian Luigi.

Per quanto riguarda le proposte, si può partire dalla copertina del libro. Per qualche secondo si rimane perplessi: cos’è questa landa innevata cosparsa di baracche? Ma certo, è Miracolo a Milano, in un’immagine non usurata. Ed è proprio dal film de De Sica e Zavattini che emergono i nodi e le contraddizioni di ogni discorso sul neorealismo: Parigi lo definisce «un’anomalia, e insieme una delle sue portentose creazioni». E a questa felice sintesi arriva dopo avere mostrato, in una dozzina di pagine, l’intreccio di vero e falso, messo in scena e ricostruito, ascetismo e manierismo, impegno e favola. Così si vede con occhi nuovi un film dato per scontato, considerato spesso quasi oleografico.

Al di là della ricostruzione storiografica e stradocumentata, Neorealismo riesce a far sentire quanto certi film fossero vivi e sconvolgenti all’epoca, e lo siano ancora oggi. Demolisce tanti miti, mostra come Rossellini e Zavattini non fossero realisti ingenui ma fossero consapevoli che ogni realismo, barthesianamente, è un effetto. E al tempo stesso mette un po’ di magone, quando ripercorre (con grande equilibrio, va detto) anni di dibattiti estetico-ideologici che partivano da presupposti dogmatici (e dove Guido Aristarco, in confronto a Umberto Barbaro, fa la figura del progressista), e non hanno portato da nessuna parte.

O meglio hanno prodotto per contrasto altri miti altrettanto sterili: come quello del neorealismo populista e arretrato, propugnato da Franco Fortini una decina d’anni prima di Scrittori e popolo di Asor Rosa, e che nasceva dalla sovrapposizione del recente neorealismo rosa di Pane, amore e fantasia (il primo dei neo-neorealismi del cinema italiano, questo sì giustamente bollato da Spinazzola con il memorabile epiteto di «finto rustico») ai film straordinari degli anni Quaranta. In controluce si può leggere anche una storia dei limiti della sinistra italiana, del suo disagio nei confronti del popolare e della sua lettura miope e parziale di Gramsci. Quest’ultima indicazione forse è una forzatura degli intenti primari del libro: ma prova la sua capacità di aprire discorsi, in un ambito non solo cinematografico.

Stefania Parigi
Neorealismo. Il nuovo cinema del dopoguerra
Marsilio, 2014, 368 pp.
€ 25,00

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