Michele Emmer

Una faccia spigolosa, gli occhi che guardano altrove, capelli tagliati corti, dei gran cappelli, alle volte, delle mani nervose, energiche, uno sguardo mai veramente sorridente, e la città, le strade della città sullo sfondo. Al collo la immancabile Rolleflex, con la parte superiore aperta per inquadrare. Una reporter che è andata per decenni in giro per le città nordamericane, fotografando le strade, i bidoni della spazzatura, i quartieri poveri e degradati, le persone.

Migliaia di persone per realizzare un universo solo suo dell’umanità all’interno del quale viveva invisibile, non vista, non capita, non voluta, rifiutando lei stessa di farsi capire, di farsi vedere. Voleva essere una sorta di alieno che rendicontava la vita sulla terra, senza che nessuno capisse che cosa stava facendo e perché. Con una abilità incredibile, con un senso dell’inquadratura, con una capacità di cogliere gli attimi irripetibili che accadono tutti i giorni. Di cui conosciamo il volto, perché molte volte, centinaia di volte, con una buona dose di narcisismo volontario, si è autoritratta, negli specchi, nelle vetrine. Con la sua divisa di bambinaia, ritratta in una stanza in cui si vedevano dei pacchi accatastati, lei, in piedi, con quell’aria seria, volitiva ma mesta allo stesso tempo, con la Rolleflex sul cavalletto, davanti ad uno specchio in cui si vede lei ritratta davanti ad uno specchio con la Rolleflex sul cavalletto, davanti allo specchio... Perchè lo faceva? Non lo sapremo mai. E sappiamo anche molto poco di chi era l’autrice di queste foto.

La storia inizia nel 2007. Un giovane di nome John Maloof sta cercando materiale per una storia su una zona di Chicago, Portage Park. Acquista ad un asta una scatola contenente alcune centinaia di rullini fotografici. Non ha alcuna informazione su chi abbia scattato quelle foto. Maloof comincia a sviluppare quei rullini. E rimane molto colpito, quelle immagini sono sorprendentemente professionali, sono molto interessanti, sono stupende. Ma chi è l’autore delle foto? Da allora la vita di Maloof è cambiata. Ha iniziato con il ritrovare le scatole che erano andate all’asta quando aveva comprato la prima scatola di rollini fotografici. Ha ritrovato tanti rullini fotografici, ha ritrovato abiti, scarpe, oggetti personali, lettere, appunti. Ed anche l'immagine della fotografa, che compariva molte volte in autoritratti con la immancabile Rolleflex. Ritrova anche molti nastri incisi con la voce della donna. E la sua vita diventa la ricostruzione della vita di questa persona che si chiamava Vivian Maier.

Riesce a ricostruire brandelli della sua storia. Recupera circa 150.000 rullini, comincia a stamparli, a scannerizzarli. Crearà poi una fondazione vistitando il cui sito è possibile vedere una selezione delle immagini che ha via via recuperato. La Maier era nata a New York nel 1926 ed è morta nel 2009. Nella totale oscurità come aveva voluto sempre vivere. Durante la sua vita nessuno aveva mai visto le sue fotografie con delle piccole eccezioni. Maloof via via scopre che aveva fatto la bambinaia a New York, a Chicago, in altre città. Ritrova ancuni dei bambini, oramai adulti, che aveva curato. Decide di intervistarli, decide di realizzare un film che intitolerà Finding Vivian Maier. Un film realizzato nel 2013. È una investigazione complicata, una ricerca puntigliosa perché lei, la Maier aveva probabilmete passato la vita a non lasciare tracce di sé. Aveva scelto di fare un lavoro anonimo, poco pagato, pur di essere lasciata in pace a realizzare in solitudine la sua passione: fotografare.

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Tutti coloro che sono intervistati nel film se la ricordano sempre con al collo la sua macchina fotografica. A nessuno è mai venuto in mente di chiedere di vedere che cosa fotografava. Alcuni dei bambini di allora si ricordavano che la bambinia con la Rolleflex li portava nei quartieri poveri, malfamati, pericolosi. Fotografava i bidoni della spazzataura, i poveri, gli emarginati. Ma non solo. Sembra di riscoprire un mondo degli anni Cinquanta, Sessanta. Continuerà a fotografare sino agli anni Novanta. Viveva isolata in tutte le case in cui ha fatto la bambinaia, nessuno poteva entrare nella sua stanza. Quando se ne andava, mandata via, si scopriva che la stanza era piena di giornali mai aperti, sino al soffitto, con uno stretto percorso per arrivare al letto. Alcuni si ricordano che aveva un qualche accento francese. Mallof scopre tra le foto che ve ne sono alcune di un piccolo villaggio in Francia. Individua il villaggio e va ad intervistare dei parenti della madre di Vivian, che era originaria di quel villaggio. E in quel villaggio Vivian tornava all’insaputa di tutti. E sembra che solo lì si facesse stampare alcune foto del paese che venivano utilizzate come cartoline storiche del villaggio.

Il film scopre anche il lato oscuro di questa donna misteriosa, molto alta. Alcuni baìmbini si ricordano che alle volte era cattiva, sadica quasi. Ma quasi tutti se la ricordano con affetto. È morta in un ospizio, era caduta sul ghiaccio. A nessuno in vita aveva mai fatto vedere le sue foto, tranne le poche del villaggio in Francia. Ha anche lasciato centinaia di nastri da registratore incisi. Per esempio quando venne cacciato Nixon andò in giro per i supermercati per chiedere alle persone che cosa ne pensavano di Nixon. Una persona attenta, vigile, curiosa, ma solitaria in modo maniacale. Avrebbe potuto fare la fotografa, avrebbe potuto avere un’altra vita, farsi conoscere, avere una vita familiare, chissà. Ha preferito rimanere nascosta, senza che nessuno sapesse della sua vera vita. Bello e intenso il film con tante foto dellla Maier, bello il libro Vivian Maier: Street Photographer di John Maloof, powerHouse Books (2011). Ad ottobre arriverà una mostra delle foto in Italia. Una storia, una vita, una artista che fortunatamente è uscita dall’ombra.

Finding Vivian Maier
regia di John Maloof e Charlie Siskel
durata 84 m., USA (2013)

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2 Risposte a Finding Vivian Maier

  1. Guido Giudici ha detto:

    E’ in corso una esposizione con stampe fotografiche di Vivian Maier provenienti dalla collezione Jeffrey Goldstein, Chicago alla Galleria Cons Arc, Chiasso Svizzera fino al 31 luglio 2014.

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