Giovanna Marmo

Inutile che mi fotografiate il viso, somiglio a chiunque.
Cambio il mio trucco di continuo, indosso costumi diversi.
Ho un corpo che vale per tutti, che diventa ogni cosa.
Sono l’alieno che può essere visto solo dalla mia finestra.

Dopo essermi tolta i guanti, entro in scena
quando le luci di sala sono ancora accese.
Il palco è abitato da escrescenze, vite pluricellulari
e parassitiche. La trama è fatta di fili scuciti, discorsi
riportati, elenchi privi di nessi. Mi esprimo
per quadri e frammenti, eseguendo
le indicazioni che mi vengono fornite.

Descrivo e scompongo
una scena terminale.

Non mi sorprendo se qualcuno mi passa attraverso.
Sono la minaccia che si muove con il ritmo del giorno
che muore, muore e poi ricomincia. Edera ovunque,
niente morfina, voglio che rimaniate svegli.

Funghi, mucillagini insetti.

Ho aperto il mio ventre, le foglie affusolate si ramificano.
Lascerò andare i miei pezzi, perché desidero riavervi.

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