Mario Marchetti

Chi scrive e manda il manoscritto a un concorso lo fa sostanzialmente per due motivi (mi baso sull'esperienza fatta al Calvino): perché desidera essere letto (desidera che il suo vissuto e le sue fantasie vengano condivise, vorrebbe che ad esse fosse riconosciuto un senso e il suo atto è quindi una sorta di protesi esistenziale) o perché desidera essere pubblicato (aspira al successo o alla “gloria”, per usare un’espressione leopardiana); naturalmente i due ordini di motivi non poche volte s’intrecciano.

Gli uni vogliono fondamentalmente comunicare, parlare, discutere dei temi che stanno loro a cuore, non sentirsi “soli al mondo”, hanno bisogno di essere-insieme ad altri simili (e non pare che la rete, coi suoi portali, coi suoi blog s coi suoi talking points, possa essere sostitutiva o sufficiente): non dimentichiamo che la scrittura è, a suo modo, carne e non virtualità pura; gli altri, per lo meno all’inizio, hanno bisogno di indicazioni, consigli, critiche riguardo alla loro scrittura e alla loro pubblicabilità. Entrambe le categorie vogliono “incontro”. E questo che il Premio cerca di offrire, è questa la direzione. Intervenire anche a monte e a valle.

Se è vero che la scrittura, non diversamente dalla lettura, per citare il Nobel Gao Xinjang è un atto di solitudine – è pur vero che il Nobel cinese ci parla di vocazioni alte, univoche, totalizzanti − non nasce o difficilmente nasce dall'isolamento; ricordiamo, poi, che in passato i letterati o gli aspiranti tali disponevano di riviste, circoli, gruppi di amici, caffè, che li seguivano, li sostenevano, o magari anche li stroncavano (meglio del silenzio e del vuoto), istituti oggi sostituiti da nulla o dal nulla. Sovente si scherza sul fatto che in Italia sarebbero più numerosi gli scrittori che non i lettori: certo la cosa si presta all’ironia, ma c’è un altro aspetto da considerare, la domanda sottesa di umanità che c’è nello scrivere, domanda che va accolta e recepita. La scrittura è poi comunque un atto di democrazia che si basa sull'uso libero e universale della parola, e in un certo senso possiamo considerarla come una pratica legata all'economia del dono.

Si tratta di considerazioni, naturalmente, che non intendono eludere il problema del valore letterario della scrittura. Ma siamo convinti che un tessuto di più fitto sostegno e comunicazione potrebbe far meglio emergere ciò che ha un valore significativo, destinato a durare, un valore più generale ( più universale, si diceva un tempo). Ci sembra che occorra ricreare uno spazio tra il nulla, l'isolamento e la macchina editoriale. L'editoria, ovviamente, ha le sue leggi: è un'industria, un investimento, deve fare profitto. Non possiamo più chiedere agli editori di oggi ciò che facevano, sia pure in modi diversi, Giulio Einaudi o Valentino Bompiani.

Ed è proprio questo che cerchiamo di fare col Premio Calvino, non limitarci a premiare, ma creare uno spazio che permetta l'emersione del nuovo, che metta in contatto scrittori, critici, addetti ai lavori, appassionati, che faccia crescere un discorso, che permetta scambi di idee, conoscenze esternamente alla macchina editoriale, anche se parallelamente ad essa e non in conflitto con essa. Uno spazio in cui si possa ragionare liberamente senza calcoli immediati di vendibilità. Dopodiché, non si nega, ça va sans dire, l'importanza di essere pubblicati e ben distribuiti. Ma questo dev'essere un approdo.

Tutto ciò implica per il lettore del Calvino un particolare atteggiamento: non si legge unicamente per selezionare gli eletti, o l’eletto, ed escludere gli altri. Questa è una lettura da casa editrice. Ed è ovviamente più che legittima. La casa editrice deve stabilire cosa sia, o meno, pubblicabile secondo propri criteri che possono essere di linea editoriale complessiva, di collana specifica, commerciali, di gusto del pubblico, di supposta attualità. Teniamo presente poi che oggi, per lo più, il bilancio costi/benefici si fa libro per libro, il che ha delle evidenti ricadute sulle scelte dei responsabili di collana o di settore. Questa lettura può essere relativamente rapida: in effetti per stabilire se un libro abbia certi requisiti è sufficiente leggere, per chi abbia la mano, poche decine di pagine all’inizio e sparsamente. Solo se il libro appare corrispondere a certe esigenze editoriali, verrà poi letto più compiutamente, e spesso ancora da lettori esterni. Superata la lettura integrale, il libro potrà quindi passare nelle mani di un responsabile interno… Insomma la strada è lunga e costellata da una serie di passaggi, tramite i quali via via procede la selezione.

Il lettore del Calvino legge, invece, il testo integralmente, anche se si tratta di una saga fantasy proliferante per centinaia di pagine, come usa e non poche volte accade, anche se l’autore pensa, non sempre ragionevolmente, di avere scritto un nuovo Don Chisciotte. Prima di tutto occorre comprendere il testo e le sue motivazioni, e questo in vista della stesura della scheda che, al termine di ogni edizione, si invia a ciascun concorrente. Ci si può accorgere che il testo è decisamente velleitario, che il concorrente, in modo, più o meno ingenuo, più o meno consapevole, mira, nelle sue fantasie, a un immediato successo di mercato, imitando o plagiando i successi del momento. Ci si può, invece, rendere conto di come il testo, per quanto letterariamente non persuasivo, risponda a motivazioni profonde dell’autore, a un bisogno di mettere sulla pagina cose che lo coinvolgono, che sovente lo hanno anche ferito (in questo caso la scrittura funge da balsamo); un testo può essere il regesto di esperienze del passato, di storie di paese, di costumi dimenticati.

Quanti libri soprattutto negli anni Novanta abbiamo ricevuto di donne che raggiunta la maturità, sotto l’influenza dell’aura femminista e del pensiero femminile diffusi nei decenni precedenti, hanno sentito il bisogno di fare il punto sulla propria vita: tutti testi dignitosi per la spinta stessa che si trova alle loro origini. O quanti libri di persone anziane che ritornavano al passato, a quando le metropoli di oggi confinavano ancora con la campagna, a quando nelle risaie si pescavano ancora le rane, agli anni della ricostruzione, quando l’impulso al lavoro era una sorta di inno collettivo. C’è chi ci ha raccontato la sua reale follia, chi ci ha raccontato di infamanti accuse che ha subito, come quella di molestie nei confronti dei suoi figli. Ecco, allora nel redigere la scheda dobbiamo tenere conto del prezioso nucleo di verità e di umanità che ci è stato affidato, dobbiamo “parlarne” con chi ce lo ha offerto con fiducia.

Ad altro livello si pone il problema del valore letterario e narrativo dell’opera. Qui le cose si fanno più complesse per vari motivi. Abbiamo infatti spesso a che fare con opere interessanti, ma ancora grezze, che non hanno vissuto un processo di rifinitura. Dobbiamo cercare di individuare l’oro sparso nel materiale roccioso in cui è immerso, da cui talora è anche sommerso. Ma qual è il nostro oro? Anche qui non è facile fornire definizioni: diciamo subito che non abbiamo una “linea” letteraria. Il Premio, a mio avviso, correttamente non ha mai voluto sceglierne una specifica (in tal caso sarebbe una scuola, un movimento, cioè un’altra cosa), e d’altronde viviamo oggi in un’epoca, in cui non è facile individuare linee di tendenza. Nei testi cerchiamo soprattutto la forza, emotiva o di linguaggio.

Non ci importa il genere letterario, se romanzo o racconto, se memoria autobiografica o se testo meticcio tra narrativa e saggio, tra narrativa e cronaca, ogni genere è per noi accettabile purché abbia un tocco di genuinità letteraria. Il linguaggio non deve essere piatto o di imitazione. L’argomento deve essere presentato da un angolo visuale nuovo, con inediti barbagli prospettici. Apprezziamo la capacità di narrare anche se la struttura del testo presenta pecche, l’apprezziamo malgrado certe imprecisioni formali. L’incompiutezza può essere accolta se individuiamo un torsolo forte o nuclei interessanti. Ci sono cose, infatti, che si possono imparare o possono essere emendate, altre no. Il libro ben confezionato non ci interessa se non ha i requisiti cui si è fatto cenno, se rientra, senza margini e senza guizzi, in un genere canonico o mainstream.

Insomma un compito non facile il nostro, che esige di essere insieme partecipi e critici, atteggiamenti che paiono in contrasto, ma che nella sostanza non lo sono: dare piena fiducia al testo senza venir meno al ruolo che ci compete di scoperta e di giudizio.

 

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2 Risposte a Leggere un inedito (per il premio Calvino)

  1. erre. ha detto:

    Grazie Mario Marchetti per queste righe sincere, senza maniera o arteficio. Percepisco una calda stretta di mano che significa partecipe solidarietà.
    Sento nel leggere, quell’onestà intellettuale che spesso manca e che andrebbe alimentata in chi scrive e in chi riceve il prodotto di chi scrive.
    Grazie a te e al Premio Calvino.

  2. gima ha detto:

    Seguo un corso di scrittura creativa in una scuola di scrittura. Quelli che entrano e si mettono dalla parte dove in una classe sta chi insegna, definiscono la scuola “laboratorio”. Lo fanno per proteggersi, li capisco, ne hanno effettivamente bisogno. Da nessuno di loro ho mai ricevuto parole costruttive e spieganti come quelle che ho trovato qui. Grazie

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