Stefano Garzonio

Nei giorni dell’ottobre Marina Cvetaeva è in Crimea. Dopo un breve rientro a Mosca, riparte per la Crimea con il marito Sergej Efron, che di lì a poco si unirà all’esercito volontario (Dobrovol’českaja armija) che combatte i bolscevichi. Rientrata a Mosca per prendere le due figlie, Ariadna e Irina, la poetessa rimarrà bloccata nella nuova capitale del nascente stato dei soviet, mentre del marito si perdono le tracce.

Saranno questi per Marina Cvetaeva anni di solitudine, stenti, paure, ansia per il destino dei cari, ma anche anni di fertile creatività e di splendide realizzazioni artistiche: vedono la luce le raccolte Verste II e L’accampamento dei cigni, dove si piange il tramonto della vecchia Russia patriarcale; e vengono composti poemi come Lo zar-fanciulla e Sul cavallo rosso, nei quali si vede lo spirito innovativo di una poetica tra sperimentazione stilistica, riecheggiamenti folclorici e un lirismo del tutto originale.

Sono pure gli anni delle prose di Indizi terrestri e dell’intensa frequentazione del mondo teatrale della capitale (nonché dell’amicizia sentimentale con l’attrice Sofija Gollidej (Holliday) che sarà poi la protagonista del Racconto di Sonečka). Sono questi infine gli anni di un esperimento letterario e di vita del tutto particolare: i Taccuini che Voland presenta in una preziosa edizione a cura di Pina Napolitano.

I Taccuini, relativi agli anni 1919-1939, furono pubblicati postumi nel 2001. L’edizione italiana si concentra sui quattro anni moscoviti, 1919-21, che precedono l’esilio (a Berlino dal maggio 1922, poi in Cecoslovacchia e dal ’25 a Parigi). Gli editori russi illustrano le difficoltà di decifrazione e chiariscono di non aver la pretesa di offrire un’edizione critica di un testo che fa del frammento la sua specificità tipologica (si è proposto anche un paragone con le celebri «foglie cadute» di Vasilij Rozanov): documento di vita, annotazione della quotidianità ma anche risultato evidente di slancio creativo, ricerca espressiva e suggestioni di finzione. Come ha acutamente notato la curatrice italiana, centrale è l’incontro con Vjačeslav Ivanov, maître à penser del simbolismo russo, poi emigrato a Roma.

Ivanov dice alla Cvetaeva che «i taccuini vanno benissimo, ma sono solo materiale… dovete scrivere un Romanzo, un vero grande romanzo». Lei replica: «per me è ancora presto, per ora vedo solo me stessa e le mie cose nel mondo», e Ivanov conclude: «Ebbene, scrivete di Voi stessa, delle Vostre cose, il primo romanzo sarà intensamente individuale, poi verrà l’obiettività».

Nei Taccuini traspare la tragica antitesi – centrale nell’opera dell’autrice – tra quotidianità (byt) e essere (bytie); e vi si trovano i grandi temi della maternità, dell’amore, della storia, della morte e della verità. Un ardito abbozzo di romanzo autobiografico che poi si dilata negli altri Taccuini non presenti nell’edizione italiana e anche nel celebre Quaderno rosso del ’32 recentemente pubblicato in facsimile (San Pietroburgo 2013): qui fra l’altro appare il primo abbozzo di quella Lettre à l’Amazone, ispirata all’opera della poetessa Natalie Clifford Barney, che meritoriamente gli Editori Internazionali Riuniti ripropongono al lettore italiano. La frammentarietà narrativo-autobiografica di tutti questi testi coinvolge anche la poesia della Cvetaeva e si estende, come hanno mostrato numerose scelte editoriali (in Italia, ad esempio, quelle curate da Serena Vitale), anche ai ricchi e intensi carteggi.

Nei Taccuini colpisce l’intreccio di slanci lirici nelle intonazioni e la freddezza delle note relative al quotidiano. Centrale il rapporto con la figlia Ariadna, il cui dono artistico traspare dai molti brani di lei riportati nel testo, in una sorta di sdoppiamento e autoidentificazione tra madre e figlia. Altresì colpisce il tragico rapporto con l’altra figlia, Irina, che presto morirà nell’orfanatrofio di Kuncevo e resta muta, ingombrante presenza nella coscienza della madre. I Taccuini sono una vera e propria enciclopedia della vita, o meglio, della sopravvivenza a Mosca negli anni della distruzione e, allo stesso tempo, un continuo riverbero di citazioni dall’intertesto letterario russo e dal corpus poetico cvetaeviano. Il lettore si perde, vaga, e nell’intreccio verbale ecco paiono riconoscibili volti, luoghi, circostanze e voci. Nei limiti del possibile l’apparato delle note offre un appiglio, come un salvagente.

Non mancano citazioni anche della prima raccolta di versi della Cvetaeva, Album serale del 1910: che l’editore Giuliano Ladolfi ha recentemente proposto nelle belle traduzioni di Paola Ferretti, nella cui introduzione sono tracciate con precisione le linee di sviluppo dei vari cicli tematici della giovane poetessa, che troveranno poi coerente sviluppo nell’opera della maturità. È proprio l’organicità del messaggio di Marina Cvetaeva che colpisce, a partire dalle opere giovanili fino alla maturità, nel suo continuo dialogo con i suoi grandi contemporanei, da Tolstoj a Blok, a Rilke, a Vološin e Pasternak. In questa luce i Taccuini svolgono come un ruolo di collante di temi, toni, slanci poetici, che sono proposti al lettore nella forma di «romanzo individuale».

Marina Cvetaeva
Taccuini 1919-1921
a cura di Pina Napolitano
Voland 2014, 428 pp., € 20,00

Lettera all’amazzone. L’amore fra due donne
testo francese a fronte; a cura di Angelo Pavia, prefazione di Erri De Luca, introduzione di Annalisa Comes
Editori Internazionali Riuniti 2014, 93 pp., € 9,00

Album serale
a cura di Paola Ferretti
Giuliano Ladolfi Editore 2013, 280 pp., € 20,00

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