Paolo Morelli

Un pomeriggio, verso la fine del secolo scorso, Gianni Celati se n’era uscito con uno dei suoi famosi slogan: de-furbizziamo la letteratura! Voleva lanciare una campagna per liberare la letteratura dalla furbizia, secondo lui non c’è niente di meno gustoso, divertente, vitale, intelligente dell’annoso e sfiatato accumulo di trucchi presi di peso, e senza nemmeno rendersene conto, dalla prassi politica vigente.

Nel dibattito che ne era seguito (si chiamavano «agitazioni di pensiero»), ci era sembrato di individuare un pericoloso slittamento, la parola intelligenza era scivolata quasi del tutto fino a furbizia, vale a dire mettere in atto accorgimenti per procurarsi vantaggi personali, calcoli, macchinazioni, che con l’intelligenza non solo c’entrano poco, ma sono rivali naturali della forza, mentre l’intelligenza ha bisogno di vagare, di aprirsi perfino alla debacle. Qualcuno s’era spinto a considerare l’opportunità di proporre agli editori una fascetta con su scritto: libro de-furbizzato, come si legge de-nuclearizzato sulle targhe dei comuni.

Mi sono venute in mente quelle chiacchiere moderne leggendo già la prima delle Galline pensierose di Luigi Malerba: «Quando vennero a sapere che la terra è rotonda come una palla e gira velocissima nello spazio, le galline incominciarono a preoccuparsi e furono prese da forti capogiri. Andavano per i prati barcollando come se fossero ubriache e si tenevano in piedi reggendosi l’una all’altra. La più furba propose di andare a cercare un posto più tranquillo e possibilmente quadrato».

Il prezioso libretto era uscito nel 1980, poi in edizione accresciuta nel ’94 (la nuova contiene 9 inediti fino al numero di 151), e comunque quando l’intelligenza aveva diversa caratura, c’è poco da fare, più antica e passibile di fallimenti e fraintendimenti senza dubbio, anche se oggi vincono i negazionisti, i vessilliferi del posto simil-tranquillo e quadrato abbastanza. In queste che non si possono chiamare altro che storie (non favole, non apologhi), il grande parmense esegue ogni volta, direi manualmente, il gesto della conoscenza, quell’intenzione che rappresenta l’essenza stessa della coscienza che è sempre un tendere, esser tesa verso un oggetto. In quel momento però, è così abile da lasciare il testimone alle galline, «le bestie più stupide del mondo», ci pensano loro a dimostrare come la meccanica del pensiero coincida con l’azione del desiderio, l’arraffamento incessante, e sia una volontà sempre inefficace.

È vero certo che la paupertas dell’apologo o della fiaba esopiana presta le regole, ma impreziosita da un riso breve e subito ricomposto, laconico anch’esso. Le vicende, in cerca di straordinario, sono in realtà esemplari di brevità, enigmi di svelta ambiguità e soluzioni serenamente fulminanti che spesso tornano all’inizio, all’uovo. È la retorica dell’istante, del fulmineo ed effimero che sparisce per ricomporsi un po’ più in là, come un’ombra che s’allunga dal buio passato verso l’avvenire fatalmente incerto, esempio la gallina babilonese che zompetta sui mattoni di creta prima della cottura e tremila anni dopo gli archeologi «finalmente riuscirono a leggere quei segni e li tradussero nelle lingue moderne».
Abituato a incursioni nel mondo parallelo fiabesco e animale, seguace del metodo «lo scrivo così vedo che ne penso», Malerba non si scompone, in uno stato di gentlemen’s agreement lascia le galline razzolare, si limita a mettere in scena il «patrimonio culturale» del pollaio.

Constatazioni tremende come l’odio tra sostenitrici di alba o tramonto, salti di palo in frasca intorno alla parola tasso, logiche stringenti e mafiose, irrequietezze alla Bovary, fino alla diatriba con Baudelaire, il quale «aveva detto che la campagna è quel posto dove le galline vanno in giro crude. Una gallina disse allora che la città è quel posto dove i poeti vanno in giro cotti». E non poteva mancarne una, a nome Natalia, che vuol fare la scrittrice, non è capace, ma le basta scrivere «i suoi ricordi d’infanzia ed ebbe molto successo». C’è niente da fare, ogniqualvolta le galline si credono furbe il riso deve farsi amaro.

A guardar bene tra le penne che volano, c’è tutto l’armamentario fondante della filosofia, occidentale e orientale, anzi quella orientale fornisce il mezzo abile, l’espediente che libera chi assiste alle polverose giornate campali della conoscenza da una convinzione inconsapevole e basata su un bell’accumulo di niente, dalla maledizione di un ordine che c’è prima e presiede a tutto, dal quale ci dobbiamo liberare ad ogni costo, non per sostituirlo col contrario che lo legittimerebbe di nuovo, ma col niente, e quell’affanno vano e controproducente lo si chiama in vari modi, ad esempio lotta per la libertà personale. Le galline di Malerba sembrano dirci che c’è una specie di zona confusa, nella testa, che ci mette in contatto con le cose, come quando hai sotto gli occhi una parola scritta a mano che non si distingue, non si capisce, poi distogli lo sguardo, ce lo rimetti a caso e risulta chiarissima.

Ce n’è una, orvietana vedi un po’, che dopo un viaggio in Cina «si accorse che se camminava con le zampe sporche su un foglio di carta pulita, sapeva scrivere in cinese». Il volatile lascito delle galline di Malerba nel loro affannarsi è non solo che niente ha un senso fin dall’inizio, ma che ammetterlo sarebbe un vantaggio, dopo quello che viene viene e perfino qualche senso ce l’ha. Sempre con mano ferma però nel dimostrare che «se non ci fossero le parole non ci sarebbe nemmeno il mondo, comprese le galline». E alla fine viene da riaffacciarsi con gli editori: una fascetta, colorata o no, con su scritto: letteratura de-furbizzata. Non costerebbe niente, ormai.

Luigi Malerba
Le galline pensierose
«Compagnia Extra» Quodlibet, 2014, 87 pp.
€ 12,00

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