Conversazione con Lelio Demichelis

Professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato sociologia per trent’anni. Esperto di sistemi produttivi, della loro trasformazione e degli effetti della globalizzazione. Negli ultimi anni – e lo dimostrano i suoi libri: Con i soldi degli altri (2009), Finanzcapitalismo (2011), La lotta di classe dopo la lotta di classe (2012) – Luciano Gallino ha dedicato il suo lavoro di analisi e di critica alla crisi finanziaria iniziata nel 2007, alle cause che l’hanno prodotta e agli errori (drammatici, per gli effetti sociali che stanno producendo) commessi poi dall’Europa.

Gallino è stato inoltre tra i promotori (con Barbara Spinelli, Marco Revelli, Guido Viale, Andrea Camilleri e Paolo Flores d’Arcais) della lista per L’Altra Europa, legata al leader greco della sinistra radicale (ma non solo), Alexis Tsipras. Errori dell’Europa, dunque. Sempre che di errori si sia trattato e non, come diventa sempre più evidente, di una deliberata strategia politica. Da pochi mesi Gallino ha pubblicato un nuovo saggio che esplicita le sue tesi già dal titolo: Il colpo di stato di banche e governi. Con un sottotitolo ancora più esplicito: L’attacco alla democrazia in Europa.

Luciano Gallino - Un titolo forte certamente lo è. Ma è preso dalla scienza politica e applicato alla nostra realtà economica di questi ultimi anni. Scienza politica che parla appunto di «colpo di stato» quando una parte della società si appropria con la forza di poteri che altrimenti non le spetterebbero. Le Costituzioni democratiche ovviamente escludono l’ammissibilità del colpo di stato (che cancella libertà, democrazia e società in nome di un presunto stato di eccezione). Quello che è successo in Europa in questi ultimi sei anni è appunto un colpo di stato. Contro le Costituzioni dei singoli Stati ma anche contro gli stessi trattati dell’Unione europea. Trattati che insistono molto sui temi economici e sulla libera concorrenza nel mercato, ma che certo non prevedono che le istituzioni finanziarie possano appropriarsi del potere politico e dettare le politiche economiche degli Stati membri.

E invece è successo. Lo hanno fatto le istituzioni finanziarie e i governi, piegando alle logiche neoliberiste le norme dei trattati, esasperandole o violandole senza opposizione, interpretandole a senso unico. Non sarebbe successo se alcuni governi si fossero opposti a questa lettura distorta, ideologica nel senso del neoliberismo dei trattati. Per tutti era prioritario salvare le banche e a questo obiettivo hanno sacrificato la società.

Lelio Demichelis - Quello che è successo nel 2007, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, è anche l’esito inevitabile – lei lo ricorda sempre – di trent’anni di crescente egemonia neoliberista (e proprio in senso gramsciano) nel mondo. Forse quest’ultima crisi ha solo portato alla luce quello che era, con un gioco di parole, un «golpe strisciante», sotterraneo che dura appunto da trent’anni, con il deliberato obiettivo di svuotare la democrazia (anche quella che era democrazia liberale), ridurre i diritti sociali (che sono la premessa perché siano veri e autentici anche quelli politici e civili), lasciare mano libera al mercato trasformando la società anch’essa in mercato e portando i mercanti dentro al tempio della democrazia.

L.G. - Un golpe strisciante, sì, in un certo senso. Perché tutto ciò che è accaduto era già scritto, era stato iniziato dalla Thatcher e poi sviluppato da Reagan negli Stati Uniti, ma il loro era il neoliberismo di Milton Friedman e prima ancora di Friedrich von Hayek, poi applicato un po’ ovunque nel mondo dal Fondo monetario, dall’Ocse, poi dall’Unione europea e dalla Bce. Per anni il neoliberismo è stato davvero il pensiero unico economico dell’Occidente e delle sue istituzioni economiche. E sembra che nessuna correzione sia possibile, se ancora il commissario europeo Olli Rehn continua a predicare il rigore nei conti pubblici, a chiedere altri tagli alla spesa pubblica e ai sistemi di welfare, il pareggio di bilancio, la flessibilizzazione nei mercati del lavoro. Ovvero le famose riforme strutturali del neoliberismo europeo.

L.D. - Che siano politiche sbagliate ormai dovrebbe essere più che evidente. E invece l’Europa continua a predicare l’errore pur di poter applicare comunque l’ideologia, il progetto politico neoliberista.

L.G. - Ripetere gli errori. Non vederli. È davvero sconcertante. E drammatico, per l’Europa e per gli europei. L’Europa è vittima sacrificale di un’autentica teologia economica, di una teologia neoliberale. Secondo la quale il mercato è sempre efficiente, lo Stato è sempre spreco e inefficienza, la competizione è una pratica virtuosa. Sono clamorosi errori. Ma questa teologia è ancora vincente nell’opinione pubblica, soprattutto nelle università, nell’accademia, nei mass media. E questo ha molti responsabili, ma soprattutto li ha nel mondo dell’università che non fa più pensiero critico e dove in nove casi su dieci oggi si insegnano agli studenti le stesse cose che si insegnavano dieci anni fa, oggi rivelatesi sbagliate, denunciate dai pochi economisti critici, ma che nonostante questo continuano a essere insegnate come teoria vera.

L.D. - Nelle sue riflessioni di questi anni lei insiste molto sulla necessità e anzi sull’urgenza di rovesciare le politiche neoliberiste e fare come aveva fatto Roosevelt nel 1932. Serve cioè anche oggi attivare una sorta di nuovo New Deal. Molti obiettano che quelli erano altri tempi, che quello era un mondo diverso e che dunque ritornare a quella politica è impossibile.

L.G. - Il New Deal fu anche un modo per salvare il capitalismo. E però diede grandi vantaggi agli Stati Uniti e agli americani, aiutandoli a uscire dalla crisi. Vantaggi che gli Usa poterono mettere poi sul tavolo alla fine della seconda guerra mondiale. Ma il New Deal non è cosa del passato. Certo, la realtà di oggi è in parte diversa. Ma l’idea resta validissima. Soprattutto davanti allo scandalo della disoccupazione, con 27 milioni di senza lavoro in Europa e quasi 20 nella sola Eurozona. Ed essere senza lavoro è una condizione ancora peggiore del non avere un reddito, perché mina la stima di sé, minaccia la coesione sociale e non si crea valore perché senza lavoro non c’è crescita, mentre non vale il contrario (come invece si crede oggi).

Lo Stato allora deve intervenire direttamente per creare occupazione (e Roosevelt, in pochi mesi, diede un lavoro, quindi stima sociale e autostima, a oltre 4 milioni di disoccupati americani). Oggi serve qualcosa di simile. L’ostacolo non è la mancanza di risorse finanziarie, l’ostacolo è ideologico. Oggi l’egemonia neoliberista fa credere a tutti e a ciascuno che la disoccupazione sia una colpa individuale del lavoratore. Che non si adatta, che non abbassa le sue pretese, che non è flessibile. Questo ostacolo ideologico va superato. Perché appunto ostacolo non sono le risorse, ma i dogmi neoliberisti.

L.D. - Dai primi No Global agli Occupy Wall Street in molti hanno cercato in questi anni di riportare a ragione il sistema economico e finanziario. Senza riuscirci. Tra rete e globalizzazione il capitalismo ha scardinato la società, ha frantumato il lavoro, ha cancellato ogni capacità progettuale della società e insieme ha creato l’idea che tutto sia impresa. E, per parte loro, governi e partiti non contrastano questa deriva, ma sembrano favorirla, incentivando ciascuno a farsi «imprenditore di se stesso». Come uscire da questo vicolo cieco?

L.G. - No Global e Ows, nessuno sembra davvero in grado di mutare le cose. D’altra parte questa condizione non è stata prodotta dal caso, ma appunto da una scelta anche della politica: basti pensare alla deregolamentazione dei mercati finanziari e all’abolizione, negli Stati Uniti di Clinton, del Glass-Steagall Act, oppure alla deregolamentazione dei mercati del lavoro, alla Thatcher, appunto, ma anche a Blair e a Schroeder e al patto di ferro tra socialdemocratici e democristiani tedeschi per fare della Germania una grande piazza finanziaria. Per cambiare le cose bisogna passare anche dai Parlamenti – in primo luogo dal Parlamento europeo, e a breve ne avremo l’occasione – mutandone la composizione. Altrimenti tutto rimarrà come prima.

L.D. - Wolfgang Streeck, nel suo libro Tempo guadagnato, parla dei «gloriosi trent’anni» seguiti alla seconda guerra mondiale come di un tentativo di «democratizzare il capitalismo». Tentativo che oggi sembra abortito. Insomma, appena ha potuto, il capitalismo si è ripreso le sue libertà, ha rifiutato la sua democratizzazione. Forse il capitalismo è inconciliabile con la democrazia.

L.G. - Anche il New Deal è stato un modo per democratizzare il capitalismo. Dopo la seconda guerra mondiale il capitalismo è stato democratizzato grazie alla democrazia sociale ed economica. Per questo sono serviti i sindacati, il conflitto sociale, la paura dell’Unione Sovietica. Credo che sia nuovamente possibile mettere limiti, mettere briglie al capitalismo. Per il bene dell’intera società. Il superamento del capitalismo mi sembra invece ancora un obiettivo lontano. Ma disciplinarlo, il capitalismo, questo si può. E si deve. Subito.

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