Mario Gamba

Il festival AngelicA di Bologna sembra fatto apposta per contestare o mettere in discussione la recente diffusione nel campo del pensiero post-operaista, e quindi in una porzione notevole dei movimenti antagonisti, delle secche diagnosi sulla libertà dell’artista. Dicono alcuni osservatori d’area: questa libertà non esiste, se ne è mai esistita una parvenza, oggi, nell’era del capitale finanziario e del primato della produzione immateriale, essa è «sussunta» totalmente, diventa un’idea quanto mai mistificante. Il mercato assorbe, fagocita, qualsiasi espressione di questa pretesa libertà.

Il biopotere che si esercita attraverso l’uso dei linguaggi arriva al fondo delle anime, figurarsi che cosa rimane della cosiddetta creatività artistica. La domanda è: dei prodotti dell’attività artistica che cosa ne facciamo? Sono azioni che si offrono alle relazioni sociali, al consumo, al piacere, alla riflessione. Non potrebbero avere una qualche valenza di libertà per via degli scatti dell’intelligenza divergente, degli impulsi desideranti che a volte vi passano attraverso? Di solito la risposta è: questo è il problema.

Un «problema» del genere è costituito da Trackers di Yannis Kyriakides. Un compositore cipriota quarantacinquenne che vive ad Amsterdam come i suoi compagni dell’Ensemble Maze, americani, inglesi, olandesi, italiani. Strumentisti, compositori, inprovvisatori. Trackers è in prima assoluta in una delle serate del festival bolognese. Di cui andrà pur detto che la direzione di Massimo Simonini gli garantisce tuttora, sempre più, anzi, un tratto di apertura e di puntualità nel reperimento di musiche davvero nuove (al di là della cronologia) che in Italia è merce rarissima. Viene in mente, allo stesso livello, la programmazione di Area Sismica di Forlì. E poi… ci si ferma. Ma dire «nuove» non serve a niente, l’abuso del termine (l’ultimo viene da Matteo Renzi) è noto. Si tratta di frequentare musiche poco toccate dall’accademismo nelle versioni più diverse, «radicali» comprese. AngelicA ci prova e spesso ci riesce.

Il concerto dell’Ensemble Maze è all’insegna della pratica elettroacustica, dell’indagine sulle possibilità attuali di invenzione con gli strumenti acustici, della spazializzazione sonora. Della tecnologia digitale come fonte di una scrittura che non passa quasi mai dal pentagramma e dalla notazione tradizionale. Scrittura «a tavolino», scrittura processuale e scrittura istantanea si allacciano. Trackers è fatto con suoni sintetici dal vivo più suoni che cinque strumentisti «leggono» e variano al momento su altrettanti i-pad dove scorrono parole-chiave, parole che in precedenza sono state elaborate in una successione e in una significazione che ne suggeriscono valenze musicali.

Si apre con un flusso di suoni sintetici tenui: l’elettronica dal vivo è a cura dell’autore, Kyriakides. Entrano poi, in successione, il pianoforte (Reiner van Houdt), la chitarra elettrica (Wiek Hijmans), il clarinetto basso (Gareth Davis), il contrabbasso (Dario Calderone), il flauto (Anne La Berge). Suonano frasi brevi, note sospese. Costruiscono un tessuto di incantamenti e perdizioni. Si pensa a Feldman per una (in lui più severa) idea delle tele di suoni, si pensa all’ambient di Brian Eno, a qualche raffinatissimo soundtrack. Ma la maestria singolare delle combinazioni di effetti diffusi nella sala (il Teatro San Leonardo) e dei diversi suoni sempre di «impalpabile matericità» allontana il richiamo ad ogni modello. Suoni che sembrano destinati a deperire e invece (come in Feldman, questa volta sì) si insediano nel nostro campo percettivo ed esistenziale, nelle nostre relazioni in divenire.

L’Alvin Lucier di (Bologna) Memory Space, secondo titolo nel programma dei Maze, è davvero sorprendente. Questo autore di sottilissime linee di suoni, di fasci di luce che producono impercettibili lampi sonori, risulta qui ricco e fitto, persino magmatico. Il brano è frutto delle registrazioni, effettuate in giornata da ciascun strumentista dell’ensemble, di suoni e rumori dell’ambiente cittadino, di Bologna appunto. Tutto su una traccia, un itinerario, un procedimento – non si sa quanto fissato in segni convenzionali - che Lucier ha elaborato nel lontano 1970. Ma in realtà la messa in opera del pezzo suona marcatamente acustica, le registrazioni sono come assorbite nell’intreccio di emissioni degli strumenti. Si sentono sibili secchi o evanescenti, «alla Sciarrino», del flauto, frasi ritmiche di vago sapore tribale, punti e frammenti di suoni che evocano ed esplorano ulteriormente il variabile idioma post-free.

È proprio ultra-free-free-free-jazz il clima di Raw firmato Anne La Berge. L’autrice spiega che il brano è una patch del software Max, utilizzato da musicisti e artisti multimediali. In pratica ogni strumentista dell’ensemble è invitato a inviare modifiche («messaggi» dice La Berge) alla patch, cioè alla elaborazione di questo software. Il tutto si risolve, mirabilmente, in una improvvisazione collettiva durante la quale i Maze dimostrano una imprevedibilità, una varietà, una veemenza, una sottigliezza, che possiamo ritrovare solo nei migliori lavori del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza o delle varie Company dei tardi anni ’70 (Evan Parker, Maarten Altena, Derek Bailey, Paul Lytton, Anthony Braxton, Leo Smith e altri grandissimi).

L’ultimo brano del programma suscita ammirazione e commozione indicibili. La musica per quartetto intitolata in memoriam… ESTEBAN GOMEZ è stata scritta da Robert Ashley nel 1963. Prima dell’adozione da parte di questo immenso compositore, morto il 3 marzo scorso, di quel suo inimitabile «parlato musicale». È un’unica onda sonora che contiene micro-modulazioni per un pensare dolce, per un pensare la dolcezza, per un pensare la dolcezza radicale e comune e quotidiana e inaudita. Esteban Gomez, il cartografo, l’esploratore. A proposito: il nome completo della ditta Maze è Ensemble for Exploratory Music.

Festival AngelicA
Bologna 2-31 maggio 2014

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2 Risposte a Libertà va cercando

  1. Andrea Fumagalli ha detto:

    Mario Gamba scrive: “Dicono alcuni osservatori d’area (post-operaista, ndr.): questa libertà non esiste, se ne è mai esistita una parvenza, oggi, nell’era del capitale finanziario e del primato della produzione immateriale, essa è «sussunta» totalmente, diventa un’idea quanto mai mistificante. Il mercato assorbe, fagocita, qualsiasi espressione di questa pretesa libertà”.

    Come già ho avuto modo di ribadire in uno scambio di mail sulla lista Effimera con Mario (probabilmente senza essere compreso), non bisogna confondere il concetto di “sussunzione vitale” con “sussunzione totale”. Il concetto di sussunzione totale non esiste e mai è stato partorito. Pregherei pertanto di non utilizzarlo per indicare qualcos’altro. Si parla invece di “sussunzione vitale”, ovvero del processo di valorizzazione che si fonda sullo sfruttamento delle facoltà vitali e della loro messa a valore. Tra queste vi è anche l’attività artistica. Sussunzione vitale, essendo non totale, implica che vi è la possibilità di una fuoriuscita dalla logica di dominio del capitale finanziarizzato, un’eccedenza irriducibile alla misura del capitale. Può darsi (anzi lo è sicuramente) che il festival AngelicA di Bologna sia un esempio di questa eccedenza. Un eccedenza che – mi dispiace per Mario – conferma proprio il processo di mercificazione dell’attività artistica proprio perchè “altro”. In un testo curato da Marco Baravalle, “L’arte della sovversione” (Manifestolibri, di qualche anno fa) non a caso si denuncia come il mercato artistico, con il meccanismo delle aste e il monopolio di queste, si fondi sull’attività speculativa che promuove un giovane artista (inconsapevole) per lucrare plusvalenze nel momento in cui viene “lanciato”. Esattamente come avviene nel mercato finanziario. E’ solo un semplice esempio. D’altra parte, il meccanismo di valorizzazione dell’attività artistica (in questyo caso musicale) era già stato compreso dai Sex Pistols, con “La grande truffa del Rock-n-roll”. Let’s go on.

  2. Mario Gamba ha detto:

    non so perché andrea fumagalli si sia messo in testa che io non abbia mai sentito parlare della valorizzazione dell’attività artistica. né del mercato delle arti e dei suoi meccanismi speculativi. né dell’immissione degli artisti in questo circuito. io, da cronista, è appunto sulle “eccedenze” che cerco di portare l’attenzione. in esse sono compresi atti di autonomia e di libertà. dai Sex Pistols – che cantavano la truffa, si muovevano dentro di essa e ne facevano elemento della loro rivolta, si tratta di quelle azioni non lineari che appunto le arti permettono di innestare – a Iannis Kyriakides, dai precari dell’Ikea ai predatori dell’agosto londinese del 2011. purtroppo ci sono umori o inclinazioni o non so cosa nell’area postoperaista in questo periodo che, di fronte al carattere totalizzante del dominio del capitale in questa epoca, portano a descrivere la relazione in cui consiste il capitale con accenti totalizzanti sul lato dei detentori del potere. è di questo che mi dispiaccio, è questo che cerco di segnalare. forse è vero che ai movimenti di liberazione resta poco in questi giorni, forse è vero che la produzine di soggettività rivoluzionaria è rallentata. non è un buon motivo per rispolverare determinismo ed economicismo. né le diagnosi sui condizionamenti che tacciono sugli impulsi desideranti.

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