Giorgio Mascitelli

Se fosse confermata la notizia che Carlo d’Inghilterra si sarebbe lasciato andare nel corso di un incontro pubblico in Canada a paragonare Putin a Hitler come un qualsiasi giornalista di tabloid popolare o un qualsiasi ex nuovo filosofo, ci troveremmo di fronte a una svolta nella storia delle gaffe del principe di Galles, che nel passato erano sempre state improntate a un aristocratico spirito elitario e demodé anziché come in questo caso a una perfetta riproduzione del mainstream mediatico. Da questa circostanza si evincerebbe chiaramente che quel processo di riconversione pop della famiglia reale inglese, mirabilmente descritto da Stephen Frears nel suo film sulla regina Elisabetta e i funerali di Lady D., è giunto a compimento.

Che ormai l’evocazione di Hitler nel discorso mediatico sia diventata la norma è testimoniato anche dalla recente campagna elettorale italiana per le elezioni europee con le note esternazioni di Beppe Grillo, anche se in esse l’uomo politico genovese è stato parlato dal linguaggio mediatico molto più di quanto lui creda di averlo parlato e questa confusione in definitiva determinerà la vera natura e le vere tendenze del suo movimento.

Lo sdoganamento dell’uso di Hitler come epiteto per dittatori, imperatori del male, avversari canaglia e affini risale alla prima guerra del Golfo e fu ovviamente rivolto a Saddam Hussein. La scelta è spiegabile con il fatto che, caduto il muro di Berlino, i nuovi nemici dell’occidente progressista e pacifico non potevano che essere emuli di Hitler e che il mondo libero doveva unirsi senza esitazioni contro il pericolo rappresentato dal terzo o quarto esercito del mondo. Da allora il nemico di turno è sempre stato qualificato in questo modo dall’apparato mediatico occidentale secondo una modalità diffusasi anche tra le persone comuni, per cui mi è capitato di scorgere tra le fotografie di una manifestazione di protesta contro la secondo guerra in Iraq un cartello che paragonava Bush a Hitler, con un evidente rovesciamento di contenuti e un’altrettanto evidente continuità formale con il discorso mediatico destinata a vanificare il predetto rovesciamento.

Naturalmente l’evocazione di Hitler come epiteto offensivo per gli avversari resta una banalizzazione della storia che non ha a che fare soltanto con un’offesa alla memoria civile delle vittime o a una grossolana revisione di determinati giudizi storici, ma ha degli effetti molto concreti sulle pratiche attuali. Questa banalizzazione, infatti, deve produrre (e produce) effetti di assuefazione nei cittadini occidentali all’interventismo militare sistematico e all’uso della violenza preventiva al posto della politica nella risoluzione dei conflitti. Un freschissimo esempio di questa assuefazione è rintracciabile nel fatto che in una città europea come Odessa è stato possibile bruciare viva una quarantina di persone inermi all’interno di una sede sindacale senza che questo destasse nell’opinione pubblica europea una serie di seri interrogativi sulla natura reale dello scontro in atto in Ucraina.

Il protagonista del romanzo di Don De Lillo Rumore bianco Jack Gladney è un professore universitario del Midwest che ha raggiunto una certa notorietà specialistica con i suoi studi su Hitler, ma vive costantemente nel terrore che la comunità accademica scopra che lui non conosce il tedesco e che pertanto tutte le sue ricerche sono costruite su materiale di seconda mano. Aldilà di quegli aspetti immediatamente satirici del mondo universitario, nel personaggio di Gladney ciò che è più caratteristico è la totale assenza di motivazioni profonde sul piano storico, politico e culturale nella scelta del suo oggetto di studi. Talvolta si ha l’impressione che per lui studiare Darth Vader sarebbe esattamente la stessa cosa.

In un certo senso Jack Gladney è il nume tutelare di coloro che nell’attuale contesto politico e mediatico si affannano a scorgere Hitler in ogni angolo e, sempre nello stesso senso, potremmo definire questo fenomeno un esempio della condizione postmoderna in politica. Non si tratta di revisionismo contro cui opporre una verità storica, ma è piuttosto lo svuotamento di senso e la riduzione della storia a icona spendibile in ogni circostanza nella quale il marketing politico lo richieda. Quanto più Hitler viene ridotto a icona, seppure negativa, quanto meno nella società si mantiene l’idea di cosa sia stato politicamente il nazismo. Mi verrebbe da dire che non è un caso che questa pratica si affermi proprio nell’epoca in cui le grandi forze del capitale finanziario svuotano la democrazia sia dei poteri decisionali sia delle forme di partecipazione dal basso. O forse si potrebbe dire più semplicemente che questo è un sintomo del fatto che la tregua è finita.

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2 Risposte a Hitler nel discorso mediatico postmoderno

  1. RAFF BB LAZZARA ha detto:

    elementare Giortson !

  2. […] fondamenta pseudo-scientifiche il discorso sulla razza diventa più blando, xenofobo, grottesco, banalizzante ma non meno efficace. Politica e comunicazione devono perciò relazionarsi con il tema del secolo […]

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