Cristina Romano

All’interno dell’HangarBicocca le installazioni di Meireles appaiono come mondi sospesi nello spazio, materializzazioni di pensieri, luoghi dell’esperienza e della riflessione. Per l’artista le opere sono da considerare “Punti di riferimento, memorie, evocazioni del reale e conquiste visibili” (2009). La stretta relazione tra l’astrazione mentale e il suo concretizzarsi in forme e materiali di vario genere costituisce il necessario passaggio per una presa di coscienza, e per fare questo Meireles sceglie spesso la via dell’accumulazione materica.

Con Eureka/Blindhotland (1970-5) l’artista affronta il tema della fisicità, del peso e del rapporto tra volume e massa. Egli ritiene che la questione del peso e della materialità costituisca il problema maggiore della scultura, generalmente sottovalutato rispetto alla forma. Meireles vuole sfidare il problema della densità di Archimede (d = m/v), perché ritiene che rappresenti una sorta di modello semplificato per la storia dell’Arte in quanto si confronta con i temi di sostanza e apparenza, forma e contenuto, massa e volume (Meireles, 2009). Il caso delle duecento palle apparentemente uguali di Blindhotland - che in realtà hanno pesi variabili tra 150 e 1.500 grammi - costringe a trovare e definire un nuovo sistema di riferimento che non può sottrarsi a un'azione per verificarne la diversità. Viceversa, in Eureka, Meireles considera il valore della densità del materiale come costante fisica della scultura e, a scapito dell’apparente diversità formale, il dato oggettivo segnato dalla bilancia indica l’equivalenza dei due pezzi.

Cruzeiro do Sul, 1969-1970 Courtesy Cildo Meireles Installation view at Fondazione HangarBicocca, 2014 Foto/Photo Agostino Osio Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milan; Cildo Meireles

Cruzeiro do Sul (1969-1970) - Foto/Photo Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

Sebbene il lavoro di Marcel Duchamp rimanga un punto di riferimento costante, sul tema della densità e della riduzione di scala Meireles realizza alcuni lavori caratterizzati da dimensioni minime, aggiungendo al tema contenuti antropologici. È il caso di Cruzeiro do Sul (1969-70), esposto in mostra, un cubo di 9 mm, realizzato con legno di pino e di quercia: materiali usati dagli indios Tupi per accendere il fuoco, materializzazione della divinità. La dimensione cosmica dell’opera è suggerita anche dalla sua posizione: in un ambiente molto vasto e vuoto appare solo quando ci si trova in prossimità. Piero Manzoni scriveva: “Il momento artistico sta dunque nella scoperta dei miti universali precoscienti e nella loro riduzione ad immagini”. Anche l’artista italiano è un punto di riferimento importante per Meireles tanto che in mostra troviamo un’opera a lui dedicata: l’immagine fotografica della performance Atlas (2007). Meireles si posiziona a testa in giù sulla Base del Mondo (1961), con cui Manzoni trasforma “l’arte in un fenomeno totale” (Celant, 2004) e rende ogni essere e cosa del mondo opera d’arte.

Come sottolinea Vicente Todolí, Através (1983-89) esemplifica perfettamente la sintesi tra l’aspetto sensoriale e mentale. Si tratta di un’installazione di grandi dimensioni disegnata con uno schema a labirinto aperto, formato da una serie di barriere di diversa consistenza materica e visiva. Esse impediscono al visitatore l’accesso diretto al centro dello spazio in cui si trova una grande palla in cellofan, nodo centrale dell’opera e suo punto d’origine. La relazione che Meireles innesca in questo caso sta tra l’azione del vedere e il movimento ostacolato del corpo, rallentato dal dover camminare su una superficie di sabbia, ricoperta da uno spesso strato di pezzi di vetro rotti. Allo stesso tempo però la rottura dei vetri rappresenta metaforicamente un atto liberatorio: la rottura delle proibizioni e degli ostacoli. Inoltre l’azione dell’occhio è in grado di superare le barriere, andando oltre. Il rumore dei vetri frantumati si oppone al silenzio dei pesci nei due acquari, come la durezza e rigidità del vetro all’assoluta versatilità plastica dell’acqua, o la grande massa della palla alla leggerezza del cellofan. Elementi contrapposti convivono senza stridore, armonicamente.

Atlas (2007) - Foto Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

Através (1983-1989) - Foto Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

L’occhio osserva la palla al centro dello spazio in un gioco compositivo variabile, e filtra la visione grazie al movimento e alle barriere di diversa densità, trasparenza e natura. Através è un luogo misterioso, uno spazio dedicato alle molteplici e infinite possibilità della visione nel quale la scoperta e lo stupore incantano annullando le paure. In tutte queste molteplici possibilità Meireles evoca anche il ‘labirinto di Ts’ui Pên’ (Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano, in Cildo Meireles, 1999). Tutto è necessario, anche l’accindentalità del percorso, per attivare funzioni percettive, fisiche, cognitive, emozionali e per afferrare tutta la forza poetica di Meireles. Babel (2001) si impone allo sguardo mostrando il gusto di Meireles per l’accumulazione materica e per l’elemento sonoro. È una torre realizzata con radio usate, intesa come “torre dell’incomprensione” (Meireles, 2009). Dipende solo dalla distanza dello spettatore la possibilità di dipanare le voci e i discorsi, che altrimenti rimangono una sintesi vocale e sonora della comunicazione umana.

Marulho (6) (600x400)

Marulho (1991/1997) - Foto/Photo Agostino Osio - Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano

Anche in Marulho (1997) l’artista accosta e concilia elementi opposti, da un lato attua un’estrema riduzione nella scelta monocromatica, dall’altro crea una visione dell’oceano con una moltitudine di libri aperti, dalle pagine blu. Gli elementi del discorso sono però diversi e articolati, e se Meireles apparentemente mostra un paesaggio marino, in realtà sospinge a un’immersione interna. Sono forse le voci registrate in tutte le lingue, che ripetendo la parola “acqua”, catalizzano l’attenzione e conducono in profondità per trovare uno stato di quiete. Il sottile confine tra finzione e realtà, che Meireles tanto apprezza nelle opere di Orson Wells, affiora trasposto in forme e atmosfere che riflettono l’immaginario e l’universo dell’artista brasiliano.

Cildo Meireles. Installations
a cura di Vicente Todolí
Fino al 20.07.2014

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi