G.B. Zorzoli

Incominciamo dall’Europa. Dai risultati elettorali emergono una Merkel indebolita, perché ancora più isolata, il flop di molti dei tradizionali partiti socialdemocratici (il PD di Renzi è altra cosa), la protesta radicale, che non assume connotazioni di destra solo dove la crisi sociale si è tradotta in forme di povertà da terzo mondo (Syriza sopra il 26% in Grecia, cioè nel paese più immiserito, Izquierda Unida più Podemos al 18% in Spagna, ma già in Italia L‘altra Europa con Tsipras supera a stento lo sbarramento del 4%).

Un’Europa politicamente più instabile, con i partiti tradizionali ridimensionati, ma priva di alternative. Cosa hanno in realtà in comune il britannico Ukp e il francese Fn, cioè le due forze antieuropee di maggiore successo? Poco, troppo poco. Il rifiuto, finora, del M5S di cercare intese con il Front National discende innanzi tutto dalla difficoltà oggettiva di incasellare Grillo in una visione dell’Europa assimilabile a quella della Le Pen. Per quanto acciaccati, popolari e socialisti continueranno quindi a governare insieme.

Nel panorama europeo fa eccezione il successo di Matteo Renzi. Quando vinse le primarie per segretario del PD, proprio su alfapiù scrissi: “il personaggio è molto più complesso di quanto appare quando paga dazio alla società dello spettacolo”, suggerendo di prenderlo sul serio. Dopo le sue prime azioni come premier, sempre su alfapiù osservai che “un PD tornato a essere vivace solo perché lo è Renzi, conferma il declino irreversibile della tradizionale forma partito” e, a proposito del Job act, non mi sentii di escludere che “una disoccupazione giovanile intorno al 40% e un precariato diffuso accettino la prospettiva di qualche garanzia e di qualche posto di lavoro in più, nella logica disperata del meglio un uovo oggi di una gallina domani”. Ipotesi non smentite dai risultati elettorali.

Il successo al di là della più ottimistica previsione, ottenuto alle europee, conferma che, ci piaccia o non ci piaccia, sulla scena politica italiana è comparso un personaggio di notevole spessore. In forme attualizzate ha replicato il trionfo democristiano nel 1948. Allora DC, radio e stampa accentuarono a dismisura il pericolo per il paese di un successo del Fronte socialcomunista; in questo aiutati proprio da quest’ultimo che, in palese difficoltà, puntò molto sulla galvanizzazione dei propri militanti, diffondendo a piene mani le aspettative di un successo strepitoso. Le affermazioni del leader socialista Nenni (“abbiamo la certezza della maggioranza relativa e la possibilità di quella assoluta) e di Togliatti (“dopo le elezioni metterò gli scarponi per prendere a calci i democristiani”), insolite in un personaggio di norma molto più cauto, ebbero l’effetto di spingere gli incerti nelle braccia della DC.

Renzi, appoggiato dalla maggioranza dei media, ha abilmente alimentato i timori di instabilità in caso di un successo del M5S, presentandosi sia come “innovatore responsabile”, sia nella veste di antipartito altrettanto responsabile; in questo aiutato dall’avversario, con i suoi proclami di vittoria e le minacce di processi ed epurazioni varie. Anche il risultato elettorale è quasi identico. Allora la DC passò dal 35% del 1946 al 48% del 1948 (più 13 punti), il PD dal 25% dell’anno scorso al quasi 41% di quest’anno (più 15 punti). Altra analogia impressionante, l’exploit del PD nel nord-est del paese.

Il PD di Renzi destinato allo stesso futuro della DC di allora? La batosta del 1948 non scalfì l’insediamento sociale del PCI che, anzi, di elezione in elezione conservò o addirittura vide crescere il consenso degli elettori, conservando quindi alla DC il ruolo di argine contro il pericolo rosso. Il successo del 1948 non venne più replicato, ma, fino al collasso, la DC rimase largamente sopra il 30%. Se il M5S supererà la crisi post-elettorale o qualcun altro ne prenderà il posto, anche se con modalità differenti la storia potrebbe ripetersi.

Sul breve termine è comunque indubbio che Renzi cercherà di imporre le sue scelte agli avversari politici e agli alleati di governo, forte del fatto che, se elezioni politiche anticipate replicassero i risultati del 25 maggio, anche col Porcellum modificato dalla Consulta il PD avrebbe la maggioranza assoluta in entrambi i rami del parlamento.

Dove può inciampare Renzi? Finora le sue proposte concrete, più percepibili da vasta una platea elettorale, altro non sono che una sequenza di intuizioni felici, ma improvvisate, con ministri e burocrazia statale sottoposti al compito stressante di trovare le risorse per realizzarle. In questo, forse inconsapevole emulo di Napoleone, per il quale “l’intendance suivra!"; alla fine allora non è però andata proprio così e anche oggi il rischio della caduta disastrosa è sempre dietro all’angolo.

Comunque, alla lunga un progetto politico non può reggere come pura sommatoria di decisioni prese perché il naso così suggerisce, e nemmeno illudendosi che sia sempre sufficiente rivolgersi direttamente al popolo, con ostentato disprezzo per i corpi rappresentativi intermedi, malgrado in molti casi il loro stato attuale, non precisamente commendevole, lo giustifichi. Se devo arrischiare una previsione, Renzi potrebbe intuire che le improvvisazioni felici non bastano. Sarebbe una conferma dell’intelligenza politica dell’uomo.

 

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Una Risposta a L’Europa di Renzi

  1. jan ha detto:

    La Germania non mi sembra indebolita, la coalizione SPD/CDU che sostiene Merkel si è rafforzata mentre gli altri governi europei sono in crisi eccetto l’Italia: conta quindi la forza economica di ciascun paese, e non vedo crisi tedesca in questo senso. Se qualcuno vuol decidere, deve metters d’accordo con la Germania.

    Per l’Europa: Citofonare Merkel

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