Paolo Fabbri

C’è poco da stare allegri con i naufragi. Sarebbe d’accordo anche Ungaretti che cambiò in Allegria (1931) il titolo Allegria di naufragi (1919). Naufragare è dolce per coloro che stan seduti in campagna dietro una siepe ed è persino sublime, se visto a debita distanza, dietro lo schermo protettivo dei media.

I disastri annunciati delle tragiche carrette del Mediterreneo sono offerti agli occhi e all’audio dei più; una sofferenza replicata nei talk show del teatro politico. Lo spettacolo del dolore altrui permette d’esporre la topica consolidata dell’indignazione e della denuncia, delle emozioni e del sentimentalismo. Materiale per Lingualesta, quelli che non dicono mai cose su cui abbiano riflettuto, perché le dicono prima. Grazie agli Opinionisti, per le vittime naufragate, specie se innocenti, abbiamo uno schermo al posto del cuore – dove non mancano croci e mezzalune - secondo il genere e la durata di articoli, blog e trasmissioni. Titoli e sottotitoli sono intercambiabili. Che la bussola del prossimo barcone vada poi alla ventura: toccherà ad altri – l’Italia? l’Europa? - decidere chi va e chi resta.

C’è chi ritiene invece che la breve, se pur giustificata, commozione non basta e che rappresentare il naufrago come vittima induce la passività e ne riduce l’interesse. (Non abbiamo niente da imparare da lui? Di dove viene e, se sopravvive, dove andrà a parare?). Tra questi recalcitranti c’è Hervé Le Bras per cui la demografia è una branca della storia sociale (Mathematical Demography, Springer, 2013) e che da tempo lavora sui fenomeni migratori e il loro significato (v. L’immigration positive, con Jak Lang, 2006). Il suo saggio L’invention de l’immigré, da poco apparso alle Editions de l’Aube, ci avverte: l’immagine telegenica dell’immigrante sperduto e sconvolto, appena scampato al naufragio davanti a Lampedusa o Algesiras, non ci deve illudere.

“Questi rifugiati rappresentano meno di 50.000 persone all’anno mentre, nello stesso lasso di tempo, 2 milioni e seicentomila stranieri ottengono una carta di soggiorno nell’Unione Europea”. Abbastanza per far parlare di “invasione”? Per far paralleli con l’invasione barbarica alla fine dell’impero romano? Per Le Bras è necessario capire com’è cambiato il migrante – che non è più il contadino povero con famiglia numerosa in cerca di sopravvivenza, ma qualcuno di più singolo e istruito, che nutre un progetto di vita. E non intende soltanto scambiare il velo islamico con un foulard di Hermès!

Davanti al travaso di popolazioni il demografo suggerisce il modello dei vasi comunicanti, legge liquida che governa i flussi dei popoli a tassi variabili di fecondità. L’Europa declinante esportava ieri una popolazione eccedente, oggi sono altri paesi a farlo. Le Bras segue poi la formazione dei dispositivi di accoglienza e/o rifiuto di questa mobilità, nata da pressioni economiche e trasformazioni culturali, che determina le frontiere e decostruisce ogni ben congegnata “architettura dei popoli”. La costruzione sociale dello straniero nell’ esperienza francese è calcolata con esattezza e concisione, dalla metà dell’Ottocento ad oggi.

Il sottotitolo: Il suolo e il sangue invita al confronto sui parametri dell’immaginario nazionale e del passato coloniale – dall’emigrazione alla colonizzazione - che l’Italia occulta goffamente. (Perché no, direte? “l’oblio e l’errore sono fattori essenziali nella creazione d’una nazione”, Renan). Riferimenti all’Italia non ne mancano: il discorso romano dell’Ascensione di Benito Mussolini (26.5.1927) sulla nazione come incrocio di razza e massa umana riproduttrice; l’installazione tra il 1925 e il 1926 di 45.000 italiani nelle terre del centro della Francia, incolte per bassa fertilità della popolazione; l’Opera Bonami con cui il fascismo, raggruppava gli immigrati italiani in Francia.

Le Bras è diverso dai Parlavuoto, che sanno bene con chi parlare: scelgono solo persone che non sanno di che cosa si sta parlando. E non lascia l’eloquio alle cifre. Sa che è anche questione di nomi: “l’immigrazione è il nome della razza nelle nazioni in crisi dell’era postcoloniale”. Soppesa quindi i termini con cui definiamo il divenire degli stranieri scampati al naufragio. E nota che il termine “Emigrante” è un participio presente che conserva un movimento e un’energia; il termine “Emigrato” invece ha l’entropia del participio passato che si trasforma in etichetta.

Mentre l’Immigrante può naturalizzarsi e perdere la qualifica di straniero, l’Emigrato non può cambiare né il luogo né la nazionalità di nascita. Resta per sempre tale: doppia nocività linguistica, per natura e per storia. La prescrizione burocratica diventa proscrizione: rimanere straniero è questione di volontà, mentre essere o esser stato emigrato è ormai dell’ordine della fatalità. L’arbitrario della sintassi - Nietzche diceva, la sua superstizione - si motiva di senso e di valore. Il cambiamento della forma verbale inverte la valutazione dello straniero. Emigrato resta impresso come un marchio, tatuato sulla condizione personale degli affini e discendenti. Intanto lo scafista “subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio”(Ungaretti). La storia, rumore e furia, non getta l’ancora nei profondi cimiteri del Mediterraneo.

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