Ester Carla de Miro d’Ajeta

Leggere, studiare, assimilare, cercare, evidenziare, ordinare, selezionare, sintetizzare tutto ciò che è stato elaborato dagli ‘studi di genere’ che si sono sviluppati principalmente in area angloamericana in campo cinematografico dagli anni ’70 in poi. Questo l’enorme lavoro di Veronica Pravadelli sotteso al libro Le donne del cinema/Dive, registe, spettatrici, appena uscito da Laterza. Una ricerca che mancava nel limitato panorama delle pubblicazioni sul cinema in Italia. Una trattazione esaustiva, visto che si parla non soltanto del cinema contemporaneo ma si risale a quello delle origini, e visto che il campo non si limita alle donne registe ma include anche dive e spettatrici.

Una scrittura veloce, quindi, che permette di accumulare dati, date e citazioni lasciando a chi legge il compito di risalire alle fonti e reperire discorsi più articolati. Un libro evidentemente destinato a chi vuol studiare il cinema in un’ottica particolare, quella del punto di vista di chi ha dedicato anni di ricerche a rileggere la Storia del Cinema in chiave femminile e femminista, il cui lavoro, almeno in Italia, rimane una vena sotterranea ignota ai più. E le sorprese sono molte: si scopre ad esempio che a metà degli anni ’10 la regista “moralista-riformista”Lois Weber non temeva né Griffith né il nuovo arrivato De Mille perché a quell’epoca i suoi film avevano grande successo sia di pubblico che di critica. Si viene a conoscenza di nomi di registe in cui non ci si era mai imbattuti, come Ida May Park, Cleo Madison, Ruth Ann Baldwin, Ruth Stonehouse, Elsie Jane Wilson, attive agli albori del cinema americano, quando alla Universal, tra il 1912 e il 1918, undici registe realizzarono ben 170 film.

Oppure si scopre che Frances Marion, sceneggiatrice che guadagnava 3000 dollari a settimana nel 1925, sia stata autrice di ben 325 sceneggiature, scritte per tutti i ‘generi’ e per le dive più importanti del momento. È fatale che la traiettoria di Lois Weber e Frances Marion si incroci con quella di colei che per prima aveva suggerito a Léon Gaumont l’idea di usare le cineprese del suo negozio di macchine fotografiche per raccontare delle storie: Alice Guy, segretaria di Gaumont che dopo la sua affermazione come regista fu mandata negli Stati Uniti a vendere i film francesi assieme al marito operatore Herbert Blaché.

Una nuova luce illumina così le origini del cinema, perché si parla anche del contesto in cui è nato e si è sviluppato. Benché il limite dei ‘gender studies’ sia il loro profilo fondamentalmente sociologico, per cui contano alla fine più le donne che i film, spesso ridotti a semplici trame. Dalla grande mole di notizie emerge infatti soprattutto il desiderio di mettere in rilievo quanto lo sviluppo del cinema negli USA agli inizi del ‘900 venga sostenuto e condotto al successo popolare soprattutto dalle spettatrici che la ‘modernità’ e l’emancipazione mettono per la prima volta in grado di scegliere l’impiego del tempo libero. Sul versante della presenza femminile all’interno della macchina-cinema poi, la messa a fuoco è sull’affermazione delle donne, che si tratti di attrici, di sceneggiatrici o di registe, in nome di una ‘modernità’ che finisce con l’esaltare l’identificazione della donna con il ruolo maschile.

Più felice e articolata appare invece la parte dedicata alle dive, in cui l’autrice fa una scelta di campo ben precisa, privilegiando le working girls e le donne forti e sottolineando la potenza e l’incisività di personaggi come quelli interpretati da Clara Bow (la It Girl capace con la sua vitalità di rubare la scena a chiunque), Barbara Stanwyck (che non esita ad usare la sessualità per la scalata sociale), Joan Crawford (piccola stenografa che riesce ad essere più incisiva della Garbo in Grand Hotel), Bette Davis, i cui ruoli perfidi e complessi sono rimasti indimenticabili.

Si parla dell’inedita libertà sessuale metropolitana e della flapper degli anni ‘20, che appare sia nei film che nei mass media, un tipo di donna che investe sulla bellezza, il glamour e la sessualità, attratta dalle luci scintillanti dei locali e dei teatri, dalle auto e dagli alberghi di lusso, con la speranza di un’ascesa sociale ed economica. Stupisce che a questo proposito si parli poco di Louise Brooks – soltanto citata per le sue memorie, peraltro molto interessanti – che rifiutò un contratto/capestro ad Hollywood per venire in Europa a lavorare con Pabst portando la sua modernità in tre film memorabili.

Nel parlare delle attrici europee, che l’autrice definisce New New Women, il taglio punta ad evidenziare soprattutto “la centralità del cinema e del divismo nel processo di autodeterminazione del soggetto femminile”. Ed è interessante vedere come se ne parli includendo in un'unica struttura significante l’attrice con le sue vicende personali, i personaggi che ha interpretato e l’eco mediatica che ha suscitato, col risultato di dare un nuovo spessore a nomi arcinoti come Karina, Vitti, Bardot, Loren, Fonda, Weawer, Sarandon, sino all’identificazione della pura ‘celebrity’ in Angelina Jolie. Il discorso sul divismo diventa in questo caso propulsore di un’evoluzione femminile verso l’autonomia di un soggetto attivo, che non è più soltanto ‘oggetto dello sguardo maschile’, come affermava Laura Mulvey nelle sue analisi dei film classici di Hitchcock.

La parte più attraente e discorsiva del libro è comunque quella dedicata alle registe e ai loro film, e in particolare a quelle che, come Germaine Dulac, Maya Deren, Agnes Varda, Chantal Akerman, Laura Mulvey, hanno trovato nel cinema il mezzo ideale per esprimere la loro visione del mondo. E se dal ripercorrere i loro film traspare un piacere visivo in grado di lenire le offese dell’oppressione patriarcale, bisogna dire che anche la scrittura dell’autrice raggiunge qui un piacere descrittivo e analitico che si intuisce sia stato il motore propulsivo di un così ampio lavoro.

 

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