Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou

La situazione attuale

L’Europa si sta impoverendo. I poteri forti stanno trascinando le classi lavoratrici verso la rovina. Sono gli agenti di un sistema definito dai principi del massimo profitto e della concorrenza. Si tratta di un sistema instabile che può sopravvivere soltanto finché continuerà a espandersi in maniera spasmodica: in pochi continueranno ad arricchirsi attraverso la progressiva espropriazione, lo sfruttamento e l’immiserimento della maggioranza. Una dinamica che rischia di subire una battuta d’arresto a causa del crollo dei profitti, per questo le classi dominanti corrono ai ripari per mantenere ben salde le disuguaglianze e accelerare lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali.

Il risultato saranno fenomeni complessi di precarizzazione e impoverimento di massa. Le classi subalterne si vedranno deprivate dei loro fondamentali diritti all’esistenza e saranno costrette a sopportare la pressione di una disoccupazione sempre crescente, insicurezza sociale e rapporti di lavoro sempre più malpagati e limitati nel tempo.

Da quando è iniziata la grande recessione, tra il 2007 e il 2009, il processo di impoverimento europeo ha raggiunto una nuova dimensione. Il numero dei disoccupati è cresciuto costantemente: si parla oggi di 26,2 milioni di persone (10,8%) in tutta l’UE e di 19 milioni di persone (12,0%) nell’eurozona. Di questi disoccupati, rispettivamente il 23,6% e il 24,2% sono giovani tra i 15 e i 24 anni. La loro ripartizione geografica varia notevolmente. In alcuni Paesi periferici, la soglia di disoccupazione è ben sopra la media, così come in Grecia (27%), Spagna (26,2%), Portogallo (17,6%) e Irlanda (14,7%).

Particolarmente drammatica è la situazione dei giovani disoccupati. Già negli anni precedenti, dopo la deregolamentazione dei rapporti di lavoro, si erano visti negare l’accesso a un posto fisso, equamente retribuito. Ora i giovani stanno perdendo anche le occupazioni a breve termine e malpagate: soltanto in Spagna, dall’inizio della crisi, due milioni di giovani precari sono finiti in mezzo a una strada. Per loro e per tutti gli altri disoccupati europei questo destino è più di un episodio biografico: caratterizzerà la loro vita per decenni. In tutta Europa, sta emergendo l’idea di una generazione perduta, deprivata delle premesse elementari per l’inizio di una vita autonoma. In Grecia, al momento, l’80% dei giovani sono tornati a vivere a casa dei loro genitori.

La demoralizzazione sociale è una diretta conseguenza di questa situazione finanziaria: negli Stati periferici il numero di suicidi è drammaticamente aumentato – nei quartieri più poveri si diffondo prostituzione, microcriminalità, violenza domestica e tossicodipendenza. In tutta Europa, le associazioni neofasciste approfittano dell’autodistruzione sociale ed economica delle democrazie rappresentative per ottenere consensi con discorsi demagogici e atti di violenza contro i rifugiati e le minoranze. Giocano al vecchio gioco del fascismo: si appropriano delle lotte sociali e le portano avanti attraverso i canali di una politica di odio razziale e nazionalista fino allo stremo.

Cosa ha dato origine a questo cambiamento? Quali fattori e avvenimenti hanno aperto la strada al nuovo impoverimento di massa? Le motivazioni all’origine di tale fenomeno sono molteplici. In parte sono da ricondurre all’esito di eventi mondiali, ma in parte anche a fenomeni specifici dell’Europa, le cui radici risalgono agli anni Settanta.

Gli sconvolgimenti globali nati negli anni Settanta

All’inizio degli anni Settanta, vi sono state profonde mutazioni, dal punto di vista economico, finanziario e politico, provocate soprattutto dall’egemonia statunitense, con conseguenze a livello mondiale. Tra il 1971 e il 1973, l’amministrazione Nixon, sotto la spinta dell’inflazione interna e delle spese militari dovute alla guerra nel Vietnam, sospese la convertibilità del dollaro in oro. La valuta di riserva ufficiale del sistema Bretton-Woods divenne ufficiosamente la valuta corrente, mentre il tasso di cambio stabilito a livello internazionale variò totalmente. Da quel momento in poi, i protagonisti del mercato dei cambi cominciarono a determinare il mutevole andamento della valuta. Con l’onda d’urto del crollo del sistema Bretton-Woods nell’autunno del 1973, e la caduta dei prezzi del petrolio durante la guerra del Kippur, si giunse a una crisi dell’economia mondiale che due anni più tardi sarebbe sfociata in una stagnazione globale.

È in questo quadro economico e politico che è cominciata una nuova era. Significativi furono i nuovi strumenti tecnologici, quali il microchip e la nascente informatizzazione, che dagli inizi degli anni Settanta la dirigenza delle imprese ebbe a disposizione. Nel contesto caratterizzato dall'innovazione tecnologica, le aziende non tralasciarono inoltre di decentralizzare i complessi di produzione, altamente concentrati, dei rami strategici più importanti. Separarono la forza lavoro concentrata in un solo punto e la sottoposero alle rinnovate tecnologie di produzione, indebolendo in questo modo il potere di contrattazione collettiva degli operai.

La conseguenza di questa frammentazione transcontinentale del lavoro in differenti componenti produttive provocò un sensibile aumento del grado di sfruttamento dei lavoratori. In questo contesto giocarono un ruolo importante anche le rivoluzioni tecnologiche nel settore dei trasporti: la larga implementazione del sistema dei container rese possibile completare la catena di trasporto intercontinentale e abbassare i costi di spedizione a tal punto che il dislocamento degli investimenti e degli impianti dall’altro capo del mondo divenne remunerativo.

Nel cuore del sistema mondiale, dopo la sconfitta delle lotte dei lavoratori degli anni Settanta, cominciò tuttavia un conflitto prolungato e sotterraneo. Le classi e i gruppi operai non erano ancora pronti ad accettare passivamente la silenziosa ma costante de-industrializzazione e la continua disoccupazione a essa associata. Questi conflitti, silenziosi e poco presenti nei dibattiti pubblici, ebbero il risultato di sminuire il crescente profitto portato dalla destrutturazione. I possessori di capitali e i promotori della ramificazione economica cominciarono perciò a cercare ulteriori possibilità di guadagno. Nello stesso tempo, rivolsero l’attenzione anche a una nuova scuola dell’economia di mercato radicale che si stava sviluppando e che, dopo che la controrivoluzione in Cile era stata messa alla prova per la prima volta, anche Margaret Thatcher e Ronald Reagan, stavano adottando.

Per prima cosa questi ultimi eliminarono le regolamentazioni sorte negli anni Cinquanta e Sessanta, che stabilizzavano le condizioni di lavoro, i mercati e i sistemi contrattuali, al fine di adattare i rapporti lavorativi a un sistema di produzione più flessibile e decentralizzato, abbassando allo stesso tempo il costo della manodopera. In secondo luogo, cominciarono, a partire dalla Gran Bretagna, un’estesa campagna di privatizzazione del settore pubblico e sottoposero l’erogazione di energia, elettricità, acqua, le poste, le telecomunicazioni e i servizi di trasporto ai principi della massimizzazione del profitto. Un terzo punto chiave prevedeva la ristrutturazione e la privatizzazione della previdenza sociale pubblica, che dalla fine della seconda guerra mondiale tutelava la stragrande maggioranza delle famiglie degli operai nelle eventualità più frequenti: disoccupazione, malattia, invalidità, pensionamento.

Dalla Comunità Economica Europea all’Unione (monetaria) Europea

Le nazioni dell’Europa occidentale e centrale parteciparono in maniera considerevole a questi eventi globali. Sei di loro – la Francia, il Benelux, l’Italia e la Repubblica Federale Tedesca – si erano unite fin dal 1958 nella Comunità Economica Europea (CEE), per ristabilire finalmente la pace in Europa. Inoltre, l’era del Piano Marshall e della sua controparte finanziaria, l’Unione Europea dei Pagamenti, si avviava alla fine.

Il modello economico della Germania Ovest mise in discussione fin dall’inizio l’equilibrio dei poteri politici. Lo stock di capitale accumulato in virtù del boom degli armamenti di epoca nazionalsocialista fu difficile da gestire per l’economia interna tedesca. La riproduzione estesa dei settori chiave della grande industria – acciaio, costruzione di macchine e impianti, industria chimica e automobilistica – sembrava garantita soltanto se i prodotti venivano esportati su larga scala. Ciò presupponeva la riduzione continuativa dei costi del lavoro e della domanda economica interna, per poter conquistare mercati esteri sempre più estesi, sulla base di costi di manodopera e prezzi più bassi, e assicurare di conseguenza l’esportazione di capitali. Questa strategia neomercantilista condusse, all’interno della CEE, a medio termine, a ulteriori squilibri. Il costante surplus nel bilancio della Germania Ovest, infatti, provocò, tra i pochi Stati membri in grado di competere con il Paese, un deficit cronico.

Nel contesto del crollo del sistema Bretton-Woods e delle turbolenze internazionali delle valute, dal 1971 al 1973, in Europa si manifestarono per la prima volta drastici squilibri. La banca federale usò l’ormai conquistata libertà d’azione: lasciò fluttuare liberamente il marco contro il dollaro americano e si dedicò alla politica sugli alti tassi di interesse così come alla limitazione del denaro in circolazione. Il deficit di bilancio di Francia e Italia raggiunse di conseguenza tassi di crescita che costrinsero a prendere contromisure e – soprattutto in seguito alla svalutazione della Lira italiana – minacciavano di far saltare la CEE. Dopo pesanti controversie, gli esponenti dell’asse franco-tedesco si accordarono per una politica monetaria di compromesso. Nel 1972 i comitati della CEE decisero di stabilire un “serpente monetario” che manteneva le oscillazioni dei tassi di cambio entro un range del 2,5% verso l’alto e verso il basso, mentre le valute comunitarie potevano muoversi liberamente nei confronti del dollaro americano.

Verso la fine degli anni Settanta, il processo di integrazione europea venne messo alla prova per la seconda volta a causa dei richiami della comunità economica internazionale. Il “serpente monetario” europeo minacciava di crollare a causa di nuove fluttuazioni delle valute; inoltre, la seconda crisi petrolifera del 1979 ebbe come conseguenza la trasformazione della stagnazione economica in una recessione che coinvolse l’Europa intera. I maggiori attori politici dell’asse franco-tedesco si riattivarono. Si accordarono per introdurre una “valuta virtuale” comune, l’ECU (European Currency Unit), che sarebbe stata stabilita attraverso un paniere – di volta in volta con le dovute proporzioni – di tutte le valute della Comunità.

L’unità di conto europea (ECU) entrò in vigore nel 1979. Poiché nel frattempo l’economia nazionale e la valuta della Germania Ovest dominavano nella CEE, il marco tedesco divenne di fatto la valuta di riserva, o dell’ancoraggio. Ciò che era già implicito con l’introduzione del “serpente monetario” all’inizio degli anni Settanta, divenne infine la tendenza dominante: la banca federale tedesca dominava gli eventi con la sua politica di alti tassi di interesse e la sua strategia restrittiva riguardo alla moneta in circolazione, e impose la sua linea di condotta alle banche centrali degli altri paesi.

Nello stesso tempo, gli altri Stati membri avevano ben poche possibilità di neutralizzare il dumping delle esportazioni tedesche con la svalutazione della loro moneta. Il manifesto peggioramento delle competitività sul mercato delle altre nazioni poteva essere compensato solo attraverso un maggiore dinamismo dell’economia interna. A questi fenomeni della “svalutazione interna” appartenevano soprattutto drastici abbassamenti dei salari, precarizzazione dei rapporti di lavoro, riduzione dei servizi sociali e tassazione obbligata del reddito privato per stabilizzare il budget pubblico.

A dominare era la “svalutazione interna”. Essa rappresentava una particolare variante europea dell’attacco globale alle condizioni di vita e lavorative delle classi più deboli. Tale misura doveva servire a compensare gli squilibri che si erano creati soprattutto quando i poteri forti neomercantilistici, attraverso l’introduzione di tassi di cambio stranieri più saldi e flessibili solo in misura limitata, avevano cominciato a sfruttare il sistema monetario europeo a proprio vantaggio.

Pubblichiamo un estratto da Karl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou, Manifesto per un'Europa egualitaria. Evitare la catastrofe(DeriveApprodi, 2014), in libreria in questi giorni.

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