Antonello Tolve

«L'arte è come una pozzanghera che riflette il cielo, ma può passare anche inosservata. Può essere calpestata, ma l'immagine del cielo si ricompone sempre». Maria Lai non ha mai perso di vista, nel suo lungo cammino, la necessità di fondare un discorso teso a riappropriarsi dell'educazione per svolgere un processo artistico collettivo.

Lo ha evidenziato quando, tra il 5 e l'8 settembre 1981, ha eseguito Legarsi alla montagna, un primo entusiasmante evento estetico che Filiberto Menna ha commentato, per tempo, come la realizzazione del «grande sogno ad occhi aperti dell'arte moderna», quello appunto «di cambiare la vita». E lo ha ribadito quando, nel 1982, rifiutandosi di realizzare un monumento ai caduti, ha deciso di restaurare il vecchio e fatiscente Lavatoio di Ulassai – arricchito da quattro interventi preziosi. Fino alla più recente Casa delle inquietudini e all'ambizioso «progetto di educazione alla lettura e alla comprensione dell'arte» messo in campo con I luoghi dell'arte, «una sorta di alfabeto estetico al quale l'artista si è dedicata per tanti anni».

Legata alla fiaba, alla poesia, al mito, al magico insito tra le trame della natura e della cultura, alla tradizione popolare, al lavoro artigianale (paziente, manuale, mentale) e ad alcuni animali che assurgono a metafora felice di resistenza e di coesistenza (la capra, l'ape, la formica), Maria Lai ha edificato, negli anni, un racconto ricco di figure, di azioni delicate e sincere, di riflessioni spigolose e morbide. «La favola, la poesia, l'arte nutrono più della filosofia e della scienza, ma vengono spinte sempre più ai margini dei programmi scolastici» ha avvertito in un breve trattato del 2008, L'arte e la politica, quasi ad indicare una rinascita che può essere intravista soltanto attraverso una ripresa reale della cultura («senza cultura il caos prende il sopravvento, è vento sull'incendio») e una struttura educativa di natura giocosa e gioiosa, dolce, incantata e incantevole.

Maria Lai.Libro scalpo nero, 2011 (600x450)

Maria Lai, Libro scalpo nero, 2011

È per questo che, per i bambini, ha creato, ad esempio, «il Gioco del volo dell'oca e le Fiabe cucite […], filastrocche e racconti incantati, carichi di metafore e fatata levità, capaci di emozionare anche gli adulti più restii che, del resto, cerca di impegnare nel Gioco Delle Carte» (Appella). A far da ponte levatore dell'immaginazione è stato, per Lai, un ritmo interiore la cui ansia d'infinito ha trasformato il vissuto quotidiano in visione, in spazio mentale, in risvolto segreto della curiosità infantile, in volto di un racconto totale.

Finanche la morte è stata, per l'artista, una porta aperta come lo sguardo felice di una ragazza, come un racconto che, si sa, non può essere raccontato. Fata bambina nata da un dio distratto, Maria Lai ha tramutato, negli anni, le parole in pietra e pane, la tradizione in forma simbolica, l'origine in originale, la favola antica in trama di un racconto cucito – un cucito usato «per creare mondi sfilacciati» (Gandini) – che non sa più qual mano si fece spola ad intrecciarne i fili.

A questo suo ampio itinerario intellettuale (a questo brillante pensiero) il MUSMA – Museo della Scultura Contemporanea di Matera, ha dedicato di recente un appuntamento che, attraverso cento lavori, restituisce gli amori di un'artista generosa e altruista. L’arte ci prende per mano. Cento opere di Maria Lai al MUSMA, questo il titolo scelto da Peppino Appella per aprire una retrospettiva fatta di segni, di disegni, di sculture minime, di telai animati, di documenti che testimoniano la forza e il coraggio di una «capretta ansiosa di precipizi, che non si» può «tenere nel recinto, anche se il lupo la sta aspettando».

Maria Pietra (libro di fiabe), 1992 (600x450)

Maria Pietra (libro di fiabe), 1992

Sette Libri in terracotta (2002-2004) e sei cuciti (tra questi sfilano il Libro scalpo nero, il Libro delle Formiche rosse e il Libro di Maria Pietra), tre pani, cinque piccoli telai nella roccia (1994), delicati presepi, un grande Varano e un ventaglio di disegni – Giuliana (1947), una Donna seduta (1948), Anna (1952) e il ritratto di Salvatore Cambosu (1952) ne sono alcuni – rappresentano, assieme ad alcuni collage, ad una una tovaglia e ad un cartiglio pregiato, soltanto alcuni gioielli di un percorso, di una prassi che mira ad alleggerire il mondo con una grammatica immaginifica tesa a ricostruire i rapporti interpersonali attraverso operazioni comunitarie, esperienze estetiche che si aprono «al colloquio e alla solidarietà».

Affiancata (nella Biblioteca Scheiwiller) da una «nutrita raccolta di immagini e documenti […] utili per mettere in luce i momenti salienti del lungo viaggio di Maria Lai nella contemporaneità», la mostra offre, via via, una sfilata di lavori che invitano ad aprire nuove riflessioni sull'uomo e sui grandi temi della vita comune. Ma anche, e soprattutto, sui brani chiari di una disposizione (di una inclinazione) pedagogica che è coinvolgimento attivo, meraviglia e silenzio, sguardo spinto al di là dei recinti del linguaggio, programma estetico teso a fare arte per tutti, ad avvicinare all'arte e a comunicare in modo diretto con la collettività.

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi