Letizia Paolozzi

Salsicce, football, amore, abbandono, calcestruzzo, altezza vertiginosa, morale, dovere, paura, cordone ombelicale, etica della responsabilità. Parlano di tutto questo e d’altro ancora i personaggi invisibili (i nomi degli attori sono nei titoli di coda) di Locke, film fuori concorso a Venezia, accolto dalla critica con la più lunga ovazione della scorsa Mostra.

Una conversazione continua, in viva voce al cellulare. Sarà il passaggio dai toni affettuosi a quelli violenti, dai sussurri alle reazioni rabbiose ad annunciare al protagonista, uno straordinario Tom Hardy, che sta arrivando l’apocalisse. Un copione mandato a memoria, quattro giorni di prove, riprese per otto notti, l’autostrada tra Birmingham e Londra “rifatta” sulla North Circular. Ambientato interamente nell’abitacolo di una macchina in movimento, la Bmw X5, con un budget molto contenuto, il film dura ottantacinque minuti. Un po’ meno dell’ora e mezzo del viaggio del protagonista, Ivan Locke.

Le tre macchine da presa digitali Red Epic montate nell’X5 hanno ripreso i primi piani di Hardy. Unica interruzione, le luci della segnaletica e i fari delle automobili. Vediamo soltanto un uomo che guida nella notte. Equilibrato, saggio: “Sei il più bravo capocantiere con il quale ho lavorato”. Locke è convinto di tenere tutto nelle sue mani. Ha fiducia in lui l’assistente, il capo dell’impresa di costruzioni; gli operai; addirittura il boss americano.

Si aspettano che domani, all’alba, Locke blocchi le strade, sincronizzi i camion, vigili sulla più grande colata di cemento che servirà a costruire un grattacielo di cinquantacinque piani. “Per quel grattacielo ruberemo un pezzo di cielo”. Invece no. L’uomo del quale si fidano deve rimediare al gesto incoerente compiuto nove mesi prima. Per questo invece di vigilare sulla colata di cemento, viaggia in autostrada verso Londra. Perché non sia sola la donna, non giovane, non bella, che sta per partorire il suo bambino.

Non la ama. “Ti conosco appena”. Ha semplicemente avuto un gesto di tenerezza. Ma per quel gesto di tenerezza non andrà a casa dove lo aspettano i figli, la moglie. “Mamma ha comprato le salsicce che ti piacciono” dice il figlio. Mamma si è persino messa la maglietta della squadra di football per vedere la partita insieme, sul divano. A casa si fidano di Locke che guida e parla. Prova a spiegare agli interlocutori invisibili la sua scelta morale. Pianifica: “Domani tornerò a casa e sarà tutto come prima”. Rassicura: “È stato una volta sola”. La moglie ribatte: “La differenza tra mai e una volta sola è la differenza tra bene e male”.

Se le nuove tecnologie hanno trasformato i nostri rapporti, la nostra immaginazione, questo film si svolge in una automobile e in una notte. Alla maniera del teatro antico applica l’unità spazio-temporale della tragedia. “Volevo fosse una sorta di tragedia ordinaria. Si tratta di un uomo ordinario a cui capita qualcosa di ordinario. Non un inseguimento di macchine o un’invasione aliena. Ma per quelli coinvolti rappresenta un’enome tragedia” ha spiegato il regista, Steven Knight (nato nel ’59, sceneggiatore di Piccoli affari sporchi di Frears e de La promessa dell’assassino di Cronenberg).

I giornali hanno definito Locke un thriller. E certo, ti incatena dall’inizio alla fine questa situazione nella quale Ivan Locke, pervicacemente, prova a difendere la sua dignità di uomo. A costo di perdere tutto. “Non ho più una casa, una moglie, un lavoro”. Il fatto è che la pretesa di tenere tutto sotto controllo prima o poi si dimostra impossibile.

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