Intervista di Davide Gallo Lassere ad Andrea Fumagalli

DGL: Dal pacchetto Treu fino al Jobs Act di Renzi, passando per la Riforma Fornero, negli ultimi anni in Italia si è assistito a una progressiva precarizzazione del mondo del lavoro. Nei tuoi interventi parli spesso di “trappola della precarizzazione”. Che cosa intendi con questa espressione?

AF: Nel capitalismo contemporaneo, la precarietà si presenta come condizione generalizzata e strutturale, oltre che esistenziale. È qui che entra in campo il concetto di trappola della precarietà la cui concettualizzazione non è però uniforme. Una prima definizione si riferisce a una sorta di circolo vizioso, che impedisce agli individui di liberarsi dalla loro condizione precaria perché cercare un lavoro stabile costa troppo. Vivere in condizioni precarie significa sostenere i cosiddetti costi di transazione, che incidono pesantemente sul reddito disponibile: stiamo parlando del tempo necessario per compilare una domanda di lavoro, della perdita del lavoro temporaneo e della ricerca di un nuovo impiego, dei tempi e dei costi di apprendimento che il nuovo lavoro richiede.

Un’altra definizione più ampia ha a che fare con la constatazione che vivere una condizione precaria implica sostenere in modo individuale il peso dell’insicurezza sociale e del rischio che vi è connesso. Da questo punto di vista, la trappola della precarietà è il risultato della mancanza di un’adeguata politica di sicurezza sociale e può essere considerata come un fenomeno congiunturale. In alcune recenti analisi, partendo dal fatto che la precarietà è più diffusa nei servizi avanzati e nelle industrie creative, si sostiene che un intervento di politica economica in tali settori potrebbe risolvere la situazione.

In queste due interpretazioni, la trappola della precarietà può essere eliminata se viene applicata una politica economica adeguata. Oggi, tuttavia, la precarietà si sta trasformando in un fenomeno sempre più strutturale e generalizzato, eliminabile solo attraverso un drastico cambiamento delle dinamiche del mercato del lavoro. La trappola della precarietà, soprattutto nel breve periodo, è diventata fisiologica, alimentata dal fatto che il lavoro attuale si basa sullo sfruttamento delle facoltà della vita e della soggettività degli esseri umani.

A fondare, oggi, la trappola della precarietà c’è un nuovo tipo di esercito industriale di riserva. La definizione tradizionale si basa sull'idea che la presenza di disoccupazione eserciti una pressione sui lavoratori, riducendone la forza contrattuale. In un noto saggio sulle origini politiche della disoccupazione, Kalecki sostiene che in un sistema di relazioni industriali può essere conveniente per la classe imprenditoriale rinunciare all'ottimizzazione del profitto (che si otterrebbe se si perseguisse la piena occupazione) per creare volutamente un bacino di disoccupazione con lo scopo di ridurre il potere contrattuale dei sindacati.

Questa ipotesi ha senso se la distinzione tra tempo di lavoro e non-lavoro (cioè tra occupati e disoccupati) fosse chiara e precisa, come nel periodo fordista. Ma oggi, nell’era del bio-capitalismo cognitivo, tale distinzione è sempre meno netta e il controllo tende sempre più a basarsi sul ricatto del reddito e sulla individualizzazione gerarchica del rapporto di lavoro. Ecco uno dei principali motivi per cui la condizione di precarietà è ormai generalizzata e strutturale. Ed è proprio questa condizione precaria, percepita in modo differenziato da individuo a individuo, che nutre e definisce il nuovo esercito industriale di riserva: un esercito che non è più al di fuori del mercato del lavoro, ma ne è direttamente all'interno.

In altre parole, sembrano esserci buoni motivi politici, indipendentemente da qualsiasi dichiarazione pubblica e ufficiale, per mantenere un certo grado di precarietà (al punto che è utile alimentarla, e ciò descrive in toto la filosofia politica alla base delle recenti riforme del mercato del lavoro, Jobs Act in testa) così come nel periodo fordista non era "conveniente" raggiungere una situazione di piena occupazione. La trappola della precarietà gioca oggi lo stesso ruolo svolto nel secolo scorso dalla trappola della disoccupazione, ma con una differenza, che rende l'attuale situazione ancora più drammatica: oggi, la condizione di precarietà si aggiunge allo stato di disoccupazione con dinamiche anti-cicliche.

In fase di espansione, come è avvenuto all’inizio del nuovo millennio, prima della grande crisi economico-finanziaria scoppiata nel 2008, la crescita di occupazione è stata accompagnata dall’aumento dei contratti precari (con un effetto di sostituzione rispetto al lavoro standard), mentre nell’attuale fase di recessione avviene il contrario: sono i lavoratori precari in primo luogo a perdere il lavoro, alimentando il numero degli scoraggiati o dei giovani Neet. In tal modo, si persevera, pur con modalità differenti, il dispositivo di controllo biopolitico sulla forza lavoro, favorendo per di più la crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali e la riduzione delle rivendicazioni sociali.

Infine, occorre ricordare che la trappola della precarietà non ha nulla a che vedere con la trappola della povertà. Quest’ultima è “un meccanismo auto-rinforzante che causa la povertà a persistere”. Se persiste, di generazione in generazione, la trappola comincia a rafforzarsi, a meno che non si prendano provvedimenti per interromperne il ciclo. Nella letteratura tradizionale, la trappola della povertà descrive una condizione strutturale da cui le persone non possono liberarsi nonostante i loro sforzi, ed esprime un concetto differente dalla "trappola della disoccupazione". Quest’ultimo concetto fa riferimento al fatto che la presenza di sussidi alla disoccupazione possa incentivare l’individuo disoccupato a rimanere tale piuttosto che cercare l’inserimento nel mercato del lavoro. Una delle critiche più comuni all'ipotesi del reddito di base ha a che fare proprio con la persistenza della trappola della disoccupazione: il pagamento di un sussidio per i disoccupati potrebbe razionalmente indurre a rimanere disoccupati, riducendo la partecipazione al mercato del lavoro, con una conseguente diminuzione di efficienza del sistema economico.

Pertanto, un’ampia letteratura mainstream cerca di dimostrare come un aumento delle prestazioni di welfare, soprattutto quando incondizionata (come afferma la definizione corretta del reddito di base), è una delle cause della disoccupazione volontaria, che incide negativamente sull’equilibrio economico. Ancora una volta, però, i risultati empirici sono controversi. Oggi, a fronte di una situazione di precarietà strutturale, questo tipo di ragionamento è quasi irrilevante. La presunta inefficienza, infatti, non risiede più nel divario tra la scelta di lavorare e quella di non lavorare, ma tra un lavoro precario e un lavoro desiderato. E il lavoro desiderato presenta sicuramente un grado di efficienza maggiore. Se nel bio-capitalismo cognitivo la vita, direttamente o indirettamente, è messa al lavoro e quindi a valore, il concetto di disoccupazione cambia radicalmente. Oggi il disoccupato non è più colui che è inattivo, nel senso di improduttivo (da un punto di vista capitalistico), ma piuttosto colui che svolge un’attività produttiva non certificata come tale e, di conseguenza, non remunerata.

La precarietà porta a una condizione di ricatto che induce forme di auto-repressione e di inefficienza. La trappola della precarietà ne è la conseguenza. Siamo in una situazione opposta a quella della trappola della disoccupazione, la cui esistenza poteva avere un senso (se lo aveva) in epoca fordista. Se ieri la trappola della disoccupazione (o della povertà) poteva derivare dalla presenza di politiche di welfare, oggi la trappola della precarietà è, piuttosto, il risultato della mancanza di politiche adeguate di welfare.

DGL: Non si tratta, però, di far girare all’indietro le ruote della storia alla ricerca di una perduta sicurezza del posto fisso, ma di combattere dentro alla precarietà contro la precarietà, lottando per un diritto alla scelta del lavoro piuttosto che per un diritto al lavoro tout court…

AF: Spesso viene avanzata l’idea che per contrastare la diffusione della precarietà sia necessario ripristinare condizioni di lavoro stabile. Di fatto, si vorrebbe cancellare con un colpo di spugna la condizione precaria tramite un intervento legislativo che abroghi le diverse leggi di riforma del mercato del lavoro, via via introdotte a partire dal pacchetto Treu sino alla legge 300, alla riforma targata Monti-Fornero e, oggi, al Jobs Act di Renzi. Che in Italia ci sia un abuso della precarietà anche laddove non sarebbe necessario è oggi sempre meno messo in discussione. Ma una simile prospettiva di azione rischia di essere inadeguata e soprattutto impraticabile, perché non tiene conto delle mutate condizioni, non solo contrattuali ma anche qualitative, della prestazione lavorativa a seguito delle trasformazioni strutturali e tecnologiche nell’organizzazione del lavoro.

La tematica del lavoro come bene comune è stata proposta cercando di porre la centralità del lavoro, comunque condizionato alle esigenze dell’accumulazione capitalistica, come perno per una politica di crescita dell’economia italiana. La proposta della Cgil nell’ultimo congresso di un piano nazionale per il lavoro va appunto in questa direzione. Eppure, mi sembra una soluzione anacronistica, che non guarda davvero al futuro.

Che la precarietà possa ridursi facendo appello a improbabili politiche della crescita (che si vorrebbero fare, come dice il nuovo governo Renzi-Poletti, incrementando la precarietà!) o semplicemente a interventi sul piano giuridico, che prevedano l’abolizione di alcune tipologie contrattuali atipiche, non pare molto probabile e rischia di essere una pura illusione, nella migliore delle ipotesi, se non pura demagogia, nella peggiore.

A tale riguardo, oggi è in atto una politica economica che possiamo definire dei due tempi. Un primo tempo finalizzato all’incremento di quella competitività del sistema economico in via di globalizzazione come unica condizione per favorire la crescita che, in un secondo tempo, avrebbe dovuto – nelle migliori intenzioni riformiste – generare le risorse per migliorare la distribuzione sociale del reddito e, quindi, il livello della domanda. Le misure per creare competitività, nel contesto della cultura economica dominante, hanno riguardato in primo luogo due direttrici: da un lato lo smantellamento dello stato sociale e la sua finanziarizzazione privata (a partire dalle pensioni, per poi via via intaccare l’istruzione e oggi la sanità), dall’altro la flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di ridurre i costi di produzione e creare i profitti necessari per incoraggiare un eventuale investimento. I risultati non sono stati positivi: lungi dal favorire un ammodernamento del sistema produttivo, tale politica ha generato precarietà, stagnazione economica, progressiva erosione dei redditi da lavoro, soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, e quindi calo della produttività. Il secondo tempo non è mai cominciato e sappiamo che, sic rebus stantibus, non comincerà mai.

Tutto ciò è poi avvenuto mentre era in corso una rivoluzione copernicana nei processi di valorizzazione capitalistica, che ha visto la produzione immateriale-cognitiva acquisire sempre più importanza a danno di quella materiale-industriale. Oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario avanzato e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia: in altre parole, una flessibilità lavorativa che può essere produttiva solo se a monte vi è sicurezza economica (continuità di reddito) e libero accesso ai commons (conoscenza, mobilità, socialità). Il mancato decollo del capitalismo cognitivo in Italia è la causa principale dell’attuale crisi della produttività. L’attuale mantra sulla crescita parte dall’ipotesi che l’eccessiva rigidità del lavoro sia la causa prima della scarsa produttività italiana. La realtà invece ci dice l’opposto. È semmai l’eccesso di precarietà il principale responsabile del problema. Chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

DGL: In che misura il reddito di base incondizionato potrebbe invece scardinare tale logica?

AF: Il prevalere oggi di economie di scala dinamiche (di apprendimento e di relazione) come fonte della produttività e della ricchezza ci porta a credere che sia prioritario pensare a un nuovo sistema di sicurezza sociale (commonfare) quale punto di partenza per riorganizzare il mercato del lavoro.

Per fare ciò occorre rovesciare completamente la logica dei due tempi dell’attuale politica economica. Il primo tempo dovrebbe essere costituito da interventi finalizzati a garantire non solo la stabilità di lavoro (laddove è necessaria) ma soprattutto la stabilità di reddito e la sicurezza sociale, in modo da migliorare la capacità produttiva, incrementare la domanda, favorire i processi di apprendimento e di rete per accrescere la produttività, creando così condizioni più favorevoli per gli investimenti (non occorre essere economisti per comprendere che gli investimenti sono funzione più delle aspettative sulla domanda futura che di quelle sul livello presente dei profitti o delle rendite percepite).

In quest’ottica, l’Italia ha bisogno di secur-flexibility più che di flex-security, soprattutto se quest’ultima è tracciata dalle linee guida del Jobs Act, che prevede l’istituzionalizzazione di un contratto a tempo determinato come contratto di riferimento per tutti (ad alto grado di ricattabilità e subalternità del lavoratore), un contratto di apprendistato per i giovani a medio-bassa qualifica trasformato in contratto di inserimento a bassi salari e vantaggioso fiscalmente per le imprese, e lavoro di stage o volontario per i giovani a medio-alta qualifica, in attesa di essere inseriti nel mercato del lavoro con contratti a termini (la cd. “garanzia giovani). L’istituzionalizzazione di una condizione precaria strutturale, generale ed esistenziale è esattamente ciò che non ci vuole.

Ciò di cui abbiamo invece bisogno per ridurre e combattere la precarietà, è un reddito di base incondizionato come strumento, primus inter pares, per mettere a nudo le contraddizioni dell’attuale stagnante accumulazione economica. Che la proposta di un welfare fondato su un unico intervento di sostegno al reddito venga ritenuta politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale non stupisce più di tanto, anche se garantire un reddito stabile aiuterebbe la crescita della produttività e della domanda di consumo (quindi, in ultima analisi, anche del profitto). Il vero problema è che una regolazione salariale basata sulla proposta di reddito di base incondizionato (magari unita a un processo di accumulazione fondato sulla libera e produttiva circolazione dei saperi) mina alla base la stessa natura del sistema capitalista, ovvero la necessità del lavoro e la ricattabilità di reddito come strumento di dominio e controllo, oltre alla violazione del principio di proprietà privata dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza).

Se il diritto al lavoro viene sostituito dal diritto alla scelta del lavoro, la maggior libertà che ne consegue può assumere connotati eversivi e potenzialmente sovversivi. La posizione contraria a qualsiasi proposta di reddito di base da parte dei sindacati deriva invece da due principali fattori: da un lato, buona parte del sindacato italiano (non solo quello confederale ma anche quello di base) è ancora fortemente imbevuta dell’etica del lavoro e accetta difficilmente di dare un reddito a chi non lavora, soprattutto se incondizionato e non finalizzato all’inserimento lavorativo; dall’altro, viene visto con preoccupazione il fatto che il reddito di base possa influire negativamente sulla dinamica salariale (effetto sostituzione) e ridurre gli ammortizzatori sociali.

Riguardo al primo punto, la posizione dei sindacati, non dissimile da quella delle controparti, rispecchia il ritardo – sia culturale sia politico – con cui le forze sociali prendono atto dei cambiamenti intervenuti nel passaggio dal capitalismo fordista al biocapitalismo cognitivo. L’idea che bisogna guadagnarsi il pane con il sudore della propria fronte rispecchia l’ideologia del lavoro, sino a declinarsi nella “falsa” parole d’ordine di “lavoro bene comune”.

Il secondo punto pone invece una questione più importante. Il rischio che l’introduzione di un reddito di base possa indurre una riduzione dei salari è effettivamente reale. Per questo una simile misura deve essere accompagnata dall’introduzione in Italia di una legge che istituisca il salario minimo, ovvero stabilisca che un’ora di lavoro non può essere pagata meno di una certa cifra, a prescindere dal lavoro effettuato. Inoltre, occorre anche considerare che la garanzia di reddito diminuisce la ricattabilità individuale, la dipendenza, il senso di impotenza di lavoratori e lavoratrici nei confronti delle imprese.

Richiedere un reddito minimo è la premessa perché i precari, i disoccupati e i lavoratori con basso salario possano sviluppare conflitto sui luoghi di lavoro. Oggi il ricatto del licenziamento o del mancato rinnovo del contratto, senza nessun tipo di tutela, è troppo forte. Il reddito, unito a garanzie contrattuali dignitose e a un salario minimo, renderebbe tutti meno ricattabili e quindi più forti. E permetterebbe di chiedere il miglioramento delle proprie condizioni lavorative e contrattuali.

 

Share →

5 Risposte a Chi di precarietà ferisce

  1. adriano ha detto:

    Complimenti avete detto le cose giuste, quindi questa sarebbe la direzione da seguire nel più breve tempo possibile, ma purtroppo la politica, ormai da anni, non fa altro che muoversi con leggi che non hanno ne capo ne coda per poi ritornare indietro, gli anni passano la gente muore e loro anche se fanno solo chiacchiere continuano a prendersi,PUNTUALMENTE,il loro stipendio d’oro, che gli spetterebbe si se facessero il bene del paese e dei propri cittadini, cioè, assicurarsi che possano vivere, anche loro come dicono i sindacati, la pagnotta se la devono guadagnare, anche perché le altre nazioni hanno istituito il reddito di base o garantito, come lo si vuol chiamare, e noi non ci riusciamo, eppure le altre nazioni non hanno fatto tutti i problemi che si fanno qua in Italia e l’Europa gli sta chiedendo all’Italia di introdurlo dal 1992. Quindi avendo una politica che si basa sul proprio interesse senza un pizzico di umanità ed egoismo e che non fa i doveri per cui sono dovuti a fare per cambiare le cose rimane una sola cosa da fare riv.

  2. Paolo Buran ha detto:

    Se ritenete utile pubblicarlo, USATE QUESTA VERSIONE da cui ho rimosso i refusi.

    Mi congratulo davvero per l’analisi profonda e impeccabile, ma ho qualche dubbio sulle conseguenze politiche che Fumagalli ne deduce, e penso che il sindacato abbia qualche ragione di diffidare.
    Credo che il capitalismo abbia maturato una sua ricetta per gestire la decrescita a proprio vantaggio, probabilmente anche al di là di una effettiva consapevolezza scientifica, ma aiutato dalla silenziosa coazione dei processi economici. Una nuova divisione internazionale del lavoro fortemente selettiva che affida a qualcuno (Asia) l’espansione quantitativa e la concorrenza sui costi, ad altri (USA GB paradisi fiscali) il cuore della profittabilità finanziaria, ad altri ancora (Germania e pochi altri attori Usa Asia NordEuropa) il monopolio sulla manifattura innovativa. Quindi in Italia, ma anche in una parte ampia delle stesse economie Oecd che “funzionano”, il capitalismo non gioca solo sulla trappola della precarietà per il lavoro di qualità, ma ancora sulla trappola della povertà come fattore di disciplinamento sociale. Di qui il tremendo potere di seduzione delle miserabile trappole messe in campo dall’attuale governo italiano, che potrebbero giungere a fondare in questo paese un nuovo regime pluridecennale di schiavitù del lavoro.
    In questo contesto le ipotesi politiche di Fumagalli non mi convincono. Lui dice: otteniamo un reddito di cittadinanza e questo avrà un effetto sovversivo, e ricostruirà la forza di pressione delle masse. Ma ciò potrebbe essere accettabile dal capitalismo solo se la componente principale del capitalismo fosse costituita dal capitalismo cognitivo, che ha bisogno di creatività. Temo che ciò non sia vero in generale, e certo non è vero in Italia. (Spesso le posizioni neomarxiste che guardano al primate evoluto per comprendere il primate arretrato confondono i due piani: e ciò vale soprattutto per noi ex-operaisti). Un reddito di cittadinanza di entità miserabile potrebbe far trionfare il vero modello politico del nemico, il capitalismo compassionevole che – come si diceva un tempo – “regola i proletari trasformandoli in poveri”, questa volta: in poveri assistiti.
    Da cui un’obiezione di tipo teorico: non dobbiamo in questa fase evitare di praticare una qualche forma di controllato conservatorismo, incluso un rispetto per le strategie di tenuta del sindacato, e un possibile ripotenziamento dei margini di potere dello Stato, in direzione esattamente opposta a quella dell’attuale “sinistra” di governo (scusate l’ossimoro). Non si può sperare per eccesso di illuminismo democratico che la nuova forza di massa si ricrei spontaneamente dentro le teste dei singoli individui isolati o per meri processi comunicativi habermasiani. Mai come in questa fase occorrono nichilismo teorico e prudenza delle politiche pratiche.

    • adriano ha detto:

      Il reddito garantito o come lo vogliamo chiamare va messo e anche subito perché sbagli a dire di no per milioni di motivi, un reddito minimo va inserito insieme a un salario minimo che sia superiore al reddito e poi vanno modificate tante altre cose.Mettendo il reddito ci si guadagna, quanti soldi anno speso nel sociale tra varie carte che poi non servono più, tra cassa integrazione,deroga,disoccupazione ordinaria,straordinaria ad oggi modificate con ampi e mini anspi, se si fanno i conti costa meno il reddito garantito e ripristina una dignità sociale non pensiamo solo a noi stessi, che con quello che abbiamo da pagare di tasse sarà sempre poco.

      • Paolo Buran ha detto:

        Non mi hai convinto. In particolare se il reddito garantito va di pari passo all’abolizione della cassa integrazione, cioè alla libertà di licenziare, di cui gli imprenditori già sono sovradotati, e di cui fanno uso quotidiano minacciando e ricattando i dipendenti. Se passa la licenziabilità deregolata i lavoratori con contratto a tempo indefinito e salari sindacali verranno licenziati per essere sostituiti da precari sottopagati, ed entro 10-20 anni la maggior parte dei dipendenti si troverà precarizzata e sottopagata. Io penso che a queste tendenze sia possibile resistere, anche se il capitalismo neoliberale muove tutto il suo schieramento in questa direzione.

        • adriano ha detto:

          Io non parlavo di licenziamento facile ma distogliere tutte quelle cose che non servono,cioe se si perde il lavoro si passa direttamente al reddito e viceversa, poi bisogna aumentare i salari e modificare tante altre cose, perché chi lavora deve guadagnare bene e con reddito garantito lo stipendio deve essere per forza più alto e poi il reddito potrebbe essere anche a scalare cioè chi ha una certa età con una famiglia prende di più perché difficilmente potrà trovare lavoro mentre i ragazzi lo potranno avere un Po più basso perché hanno più possibilità questo è quello che intendevo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi