Giorgio Mascitelli

La pubblicazione sul giornale inglese Guardian il 6 maggio scorso di una lettera al direttore del programma PISA dell’OCSE Andreas Schleicher da parte di un gruppo di accademici ed esperti di didattica in prevalenza anglosassoni sui danni prodotti dallo stesso programma al sistema scolastico rappresenta una riflessione e una proposta di dibattito che per la sua ampiezza richiederebbe il rapido sviluppo di quella che, per comodità, potrei chiamare un’opinione pubblica globale.

Gli estensori della lettera criticano la pretesa di ridurre a valutazioni quantitative omogenee sistemi scolastici disomogenei finendo con il produrre risultati falsati, ponendo le scuole e i sistemi scolastici che operano in ambienti sociali sfavorevoli agli ultimi posti e favorendo una didattica tutta rivolta a migliorare la posizione in classifica, che trascura obiettivi fondamentali dell’insegnamento come la formazione culturale e civica dello studente. Un secondo genere di osservazioni non meno importanti è relativo al quadro di legittimità delle prove PISA che sono promosse da un’organizzazione che non ha alcun mandato internazionale, a differenze di Unicef o Unesco, per occuparsi di questioni educative e culturali e alla sua collaborazione per la realizzazione di queste prove con soggetti economici privati che hanno interessi aziendali nel mondo della scuola.

Potrebbe apparire sorprendente che un sistema di rilevazione internazionale triennale per quanto prestigioso abbia influenze così pesanti sul mondo della scuola di nazioni diverse, ma bisogna considerare che i dati PISA vengono utilizzati come indicatori dai vari governi per le loro scelte in materia di politica scolastica e che hanno originato una serie di valutazioni all’interno delle singole nazioni con modalità, criteri e finalità analoghi (per l’Italia si tratta delle prove INVALSI). In un certo senso si potrebbe affermare che le prove PISA tendono a prendere una funzione simile a quella che hanno le agenzie di rating sul mercato finanziario delle obbligazioni e dei titoli di stato con analoghi effetti di condizionamento.

Naturalmente non è possibile descrivere qui dettagliatamente le conseguenze nella vita scolastica concreta di questo stato di cose, l’osservazione delle quali ha probabilmente indotto i firmatari a scrivere la loro lettera. Vale invece la pena di fare qualche osservazione a margine a partire dal fatto che l’obiettivo delle prove PISA è la misurazione in termini numerici, ossia astratti, del valore dell’istruzione dei singoli paesi e delle singole scuole. Si tratta dunque della ricerca di una misura oggettiva del valore dell’istruzione, sulla base della quale sarebbe dunque possibile stabilire un equivalente monetario oggettivo, e nel contempo il miglioramento qualitativo, ma valutato quantitativamente, dell’istruzione può essere raggiunto dalle varie scuole solo tramite l’adozione di pratiche scolastiche standard, costruite sul modello delle prove PISA.

Se da un lato tutta questa razionalità ricorda indubbiamente i complicati calcoli mentali di certi personaggi beckettiani, dall’altro è chiaro che questa logica richiama quella che sta alla base del processo di industrializzazione, seppure in modo più instabile e meno realizzabile data la natura immateriale e non priva di astuzie metafisiche dell’oggetto di questa produzione industriale ossia l’istruzione. Sul piano dell’esperienza culturale del singolo studente, invece, la scuola forgiata dalle prove PISA, o meglio dalle politiche e dalle pratiche che prendono l’abbrivio da esse, tende a diventare qualcosa di simile a un nonluogo. In un certo senso la scuola ha costitutivamente dei caratteri da nonluogo, basti pensare a una certa uniformità dell’architettura scolastica o alla sua parziale separatezza dall’ambiente sociale circostante, ma essi sono controbilanciati dalle relazioni umane che in essa si intrecciano e dalla presenza della trasmissione del sapere, che funge da tramite con la storicità della propria società (operazione effettuata in maniera consapevole nelle buone scuole).

Tra le relazioni umane ovviamente ha un ruolo fondamentale quella tra studente e insegnante, perché un buon insegnamento anche in senso tecnico è sempre fondato sul fatto che procede da una relazione umana di tipo educativo: non a caso nelle scuole autoritarie la specificità di questo tipo di relazione è stata negata imponendo all’insegnante di interpretare il ruolo ora del genitore, ora della guida spirituale, ora del comandante militare o del tecnico.

Una scuola centrata sulle valutazioni quantitative sopprime sia la relazione umana dell’insegnamento sia la consapevolezza della storicità del sapere trasmesso perché l’unico obiettivo è il raggiungimento degli obiettivi didattici stabiliti implicitamente dalle prove. La prima in quanto a un insegnante viene di fatto richiesto di raggiungere livelli standardizzati attraverso modalità standard, la seconda perché una scuola competitiva che definisce il proprio valore attraverso test e classifiche ostacola qualsiasi riflessione critica sui saperi che impartisce.

Rimuovendo queste dimensioni la scuola resta un ambiente asettico assolutamente assimilabile a un aeroporto o una località turistica. Nella prevalenza di questa idea di scuola nella nostra società, possiamo in fondo leggere un finale di partita per l’idea dell’acculturazione e della formazione come processo di emancipazione che ha informato di sé la scuola moderna.

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4 Risposte a La scuola della valutazione

  1. lorenzogalbiati ha detto:

    La funzione educativa credo svanirà del tutto (peraltro, non vedo ora nessuna “scuola autoritaria” che la nega alla radice proponendo al suo posto genitori, guide spirituali, militari ecc, funzioni che capita volenti o nolenti di assumere a tutti i docenti, in certe circostanze. Suppongo che questa idea sulle presunte scuole autoritarie sia una critica larvata, e direi pregiudiziale perché per quanto mi riguarda irrealistica, alle scuole paritarie.).
    Non c’è più spazio per questioni relazionali che non siano il rispetto formale, bilaterale di un contratto con i rispettivi diritti/doveri, sul quale peraltro ci si misura come antagonisti. E’ la società che via via sta negando al docente il ruolo educativo, in nome del rispetto della libertà dell’alunno. Tutto quello che il docente compie al di fuori del programma didattico e delle regole della scuola viene ormai percepito come una indebita invasione nella vita personale del discente, come un indottrinamento ideologico.
    Gli stessi giudizi non quantitativi avendo un margine soggettivo sono considerati non imparziali, non neutri, non equi. Ergo, le prove di valutazione dove il docente ha un più o meno alto margine di libertà decisionale del voto (i temi di italiano ma anche qualsiasi risposta a una domanda aperta che preveda un minimo di articolazione del discorso) sono sempre meno tollerate. Il professore insomma non potrà più essere sia l’insegnante sia colui che valuta. Lo studente fatica sempre più a comprendere come colui che “fino a ieri mi ha spiegato questo concetto poi non mi aiuta a spiegarlo domani nel compito scritto e anzi mi mette 5 se non ci riesco a farlo da solo”. Da qui innumerevoli problemi di relazione alunno-docente, specie per gli alunni più sensibili, se non caratteriali. Gli stessi insegnanti sono sempre più vessati da continue contestazioni sul modo di fare lezione e ancora di più sul modo di valutare (“ieri non ho potuto studiare, perché non mi chiama domani, a lei cosa cambia?”, “ho scritto tutto, perché mi ha dato solo 6?”).
    Non giustifico, non mi piace questo stato delle cose. Mi limito a descriverlo e a motivarne le ragioni, l’inesorabilità.

  2. alessandra nannei ha detto:

    Le analisi quantitative sostituiscono quelle qualitative quando è impossibile stabilire criteri univoci. Ne sappiamo qualcosa noi in Italia, dove la differenza dei risultati è molto elevata tra scuole di aree diverse del paese. Se gli studenti vengono valutati in modo ottimale in alcune scuole, in altre andrebbero sonoramente respinti.Quindi mi sembra che prima di criticare il modello PISA occorrerebbe formare tutti gli insegnati perchè applichino criteri di valutazione il più possibile simili.

  3. giorgio mascitelli ha detto:

    Il mito della valutazione aritmeticamente oggettiva degli studenti è appunto un mito che presuppone un funzionamento dei processi di apprendimento simile a un liquido che arriva a riempire una bottiglia, ma ahimè le cose non stanno esattamente così. Peraltro le prove PISA e affini non valutano gli studenti, ma i sistemi scolastici e le scuole. E qui proprio non ci siamo: certificare attraverso graduatorie differenze che sono per alcune scuole che operano in realtà disagiate facilmente prevedibili e per le altre assolutamente aleatorie significa promuovere un sistema che è basato sull’esclusione dei più deboli.

  4. lorenzogalbiati ha detto:

    C’è una cosa che non mi è chiara. Perché le scuole che sono in fondo alla graduatoria, sarebbero escluse? Escluse da cosa (in termini concreti)?

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