Paolo Godani

Con il primo numero del 2014 (e trecentosessantunesimo della sua storia) dedicato alla condizione postumana, la rivista "aut aut" conferma le caratteristiche che, negli ultimi decenni, l'hanno resa uno dei luoghi più produttivi per l'elaborazione culturale e filosofica in Italia: un'attenzione acuta nei riguardi delle trasformazioni che caratterizzano il presente e, al contempo, uno sguardo critico che non si lascia sedurre dagli entusiasmi per mode effimere; il confronto con ciò che è all'ordine del giorno, ma da un punto di vista sempre un po' spostato rispetto a quello che produce senso comune.

In effetti, la questione del postumano è di piena attualità. L'uso delle nuove tecnologie, l'ingegneria biomedica, le tecniche di clonazione etc. sono argomenti che sollevano ampie discussione in diversi settori della cultura in tutto il mondo, producendo come sempre accade una partizione dell'opinione pubblica in apocalittici e integrati. Il merito di questo numero di “aut aut” consiste nella capacità di proporre un punto di vista inattuale su un tema attualissimo. Un punto di vista di questo genere si conquista non solo riformulando le domande, prima ancora di tentare risposte, ma anche, come dice programmaticamente la premessa filosofica del curatore, Giovanni Leghissa, ostinandosi a “mettere a tema la posizione del soggetto che pensa mentre questi si rapporta al pensato, mentre accede alla concettualità del pensato in quanto tale”.

Se, paradossalmente, il postumano potrebbe caratterizzarsi per la riaffermazione quasi ossessiva della centralità dell'uomo (di un uomo modificato, certo, e potenziato dall'innesto di dispositivi supplementari intra- ed extra-corporei, ma pur sempre uomo), il compito critico potrebbe essere quello di rivolgere l'attenzione non tanto ai dispositivi in quanto tali, non tanto cioè alle effettive trasformazioni che investono l'umano, quanto piuttosto sulla postura concettuale attraverso la quale pensiamo queste modificazioni, alla modalità con cui leggiamo e diamo un senso a ciò che sta accadendo. La questione decisiva, che mi pare attraversi tutti i contributi di questo numero, è se l'eventuale irruzione di qualcosa che possiamo chiamare “postumano” sia capace di modificare alla radice il modo in cui l'uomo, nella modernità, ha pensato il suo rapporto con l'universo nel quale si trova ad abitare. Per citare un autore che della modernità è stato al contempo un campione e un sovversivo, la domanda di fondo è se l'avvento del postumano ci consentirà di dismettere l'abitudine a immaginare l'umanità come un impero autonomo nell'impero della natura.

Dal contributo di Roberto Marchesini (che, pur lontano da accenti entusiasti, vede nel postumano una possibilità per il decentramento della posizione dell'uomo nel cosmo e dunque per l'acquisizione di un punto di vista autenticamente critico), a quello di Fabio Polidori (che mette in guardia dal rischio di considerare risolte o, peggio, dissolte questioni fondamentali, “relative, per esempio, a una definizione dell’umano, a un suo inquadramento in una cornice umanistica o antiumanistica, a una genealogia della sua identità”), l'atteggiamento generale è quello di chi accetta le concrete sfide del presente come provocazioni intellettuali che producano in noi la capacità di pensare (e pensarci) altrimenti. E che cosa possa significare pensare altrimenti rispetto alle categorie ereditate dall'umanismo, lo spiega con chiarezza Francesco Monico, che si riferisce fra l'altro alla riflessione di Bruno Latour: “si tratta di dare voce a un territorio che connette umani e non-umani, portando questa apertura a superare il concetto stesso di vita, dando voce ai viventi e ai non-viventi (tecnologia)”.

Un motivo centrale di diversi contributi è proprio il concetto di vita. Se Davide Tarizzo, ad esempio, indaga criticamente la nozione di vita artificiale, Rocco Ronchi passa attraverso gli zombi per riflettere sui pericoli di una vita non-organica, sulla proliferazione dei molti senza uno, sulla necessità di un limite che salvi dall'informe (anche dall'informe tecnologico), Marina Maestrutti, Francesca Gruppi e Antonio Lucci cercano in vario modo non più soltanto di avvicinare vita umana e vita animale, ma di iniziare a concepire l'una e l'altra all'interno di quella che si potrebbe chiamare la vita delle cose.

In questa prospettiva procede anche Fabio Minazzi che, dedicando il suo studio a Gilbert Simondon, riesce a illustrare nitidamente le questioni politiche connesse alla condizione postumana e a mostrare che se l'oggetto tecnico in generale può associarsi ad una profonda alienazione esistenziale, sociale e politica, ciò non è dovuto affatto alla tecnica in sé, ma semmai al carattere chiuso e oppressivo del socius nel quale tanto l'uomo quanto gli oggetti tecnici vengono a trovarsi. Liberare l'uno e gli altri è una sola e unica operazione, dato che, per dirlo con le parole di Simondon, “l’uomo è asservito alla macchina quando, a sua volta, la macchina risulta precedentemente asservita dalla comunità”.

Leggi anche:
Rosi Braidotti - La condizione postumana
Anna Simone - Il postumano

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27 Risposte a aut aut sul postumano

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