Maia Giacobbe Borelli

A Roma, nascosti nella semioscurità di un rosso palco del Teatro Argentina, guardiamo due uomini, Witold e Federico, intenti a spiare l’innocenza di due giovani e, incapaci di farli accoppiare sotto i loro occhi, li costringono al più trasgressivo dei gesti, quello di dare la morte. In un tragico epilogo i due ragazzi saranno ormai corrotti, mentre i due vecchi, soddisfatti, riprenderanno la loro ‘rispettabile’ vita quotidiana. Fine dell’innocenza.

Questa in sintesi la trama di Pornografia, l’ultimo spettacolo di Luca Ronconi, che si dipana su tre ore dense, senza quasi modificarne il testo del romanzo del 1960 di Witold Gombrowicz (nella traduzione di Vera Verdiani). La regia di Ronconi sceglie che gli attori narrino i loro sguardi attraverso interminabili e lente didascalie, in un passaggio continuo tra l’io e la terza persona, mentre al contrario gli oggetti si spostano veloci nello spazio, in un vortice di sedie e tavoli che vanno e vengono. Una gran prova d’attore per i due bravissimi protagonisti, Riccardo Bini e Paolo Pierobon, costretti a raccontare in dettaglio ogni loro morbosa azione. La pornografia è qui intesa non come visione di immagini proibite ma nel senso più profondo di sguardo estremo (che svela e corrompe) e di parola eccessiva (che tenta di descrivere l’indicibile).

Il problema è il senso di disagio che questo spettacolo provoca, perché anche noi che guardiamo siamo portatori di sguardi indiscreti, rievocati dalla forma stessa del teatro all’italiana, noi che nel buio scrutiamo le azioni e i corpi dei personaggi in scena, che assorbiamo i sentimenti degli attori, godendo di godimenti altrui, noi siamo parte di un enorme e terribile occhio, l’occhio implacabile del pubblico, rappresentato simbolicamente dallo spazio circolare dell’edificio teatrale. Anche il nostro sguardo a teatro è dunque pornografico? E cosa è poi la pornografia? Cosa la distingue dall’erotismo, forma buona del godimento? Si dice che l’erotismo riporti il corpo al livello delle emozioni. Ma se l’erotismo è un momento di comunicazione tra i corpi, attraverso la sessualità - per la quale la vista è solo una delle componenti, strettamente unita e subordinata agli altri sensi - molto del fascino dell’immagine pornografica - e della perversione sessuale in genere - deriva dall’eccessivo spazio dato alla vista e alla parola a scapito delle altre sensazioni.

L’azione pornografica di questo spettacolo si compie attraverso il piacere di amplificare narrando e mostrando quello che, normalmente, è nascosto alla vista, ovvero il modo in cui gli uomini manipolano i comportamenti di altri esseri umani, costringendoli ad azioni obbrobriose. Un eccessivo squilibrio della vista e della parola che è anche la caratteristica prima dell’esperienza teatrale dello spettatore. L’immagine dello spettacolo che più colpisce è quella, finale, dei giovani imbrattati di sangue omicida. Perché il sangue fa scandalo nel senso antico del termine, è “pietra fondativa” dell’esperienza, e ancora di più lo è il sangue che esce da una ferita mortale.

In un certo senso il sangue suggerisce la purificazione, la risalita dall’abisso dell’omicidio e del godimento sessuale. La rappresentazione della morte è oggi lo spettacolo più pornografico che esista, quello che più attrae il pubblico per il suo carattere indicibile. Mentre nella società occidentale l’esperienza diretta, non mediata, della morte vera è divenuta rara tra gli uomini e il tempo d’esposizione all’agonia e alla vista del cadavere di un familiare si riduce al minimo, cresce a dismisura l’interesse morboso per la rappresentazione spettacolare del momento finale della vita.

Non solo a teatro ma nelle stesse immagini proposte dai notiziari televisivi, dove si esercita al massimo il potere seducente della pornografia. Nella scena finale dello spettacolo Pornografia i due giovani, ammutoliti, sanno che non potranno più liberarsi da quel sangue rosso che ha macchiato per sempre la loro innocenza perché i vivi, specialmente noi spettatori che li guardiamo, dopo aver incontrato la morte, ne sono invasi, come per un procedimento d’inevitabile contagio. La visione della morte li e ci ha corrotti per sempre. Jean Genet, basandosi sulla sua esperienza personale e su quella dei colleghi detenuti, ha spiegato nei suoi romanzi come il corpo del morto entri in quello del vivo, del suo assassino, e ne possieda per sempre i pensieri e l’immaginario.

L’assassino è stato osservatore dell’altrui morte, testimone solitario del momento del trapasso, segnato dalla fuoriuscita, insieme alla vita, del sangue e degli altri umori che vanno dall’interno del corpo verso fuori. Ha svelato un tabù, ha visto quello che colpirà a suo tempo anche lui che guarda, noi che guardiamo. Ma guardare può anche essere un modo per padroneggiare tutto questo orrore, come ci ha spiegato Jacques Lacan nel 1973 nei suoi Seminari. E guardare, a teatro, ci permette a volte di vivere quell’esperienza ‘abissale’ ed estrema di ‘dare la morte’ che nella realtà speriamo di non fare mai.

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6 Risposte a Pornografia, un gioco di sguardi

  1. […] Pornografia, un gioco di sguardi […]

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