Luca Ferrieri

In solitude, for company
Auden,
Horae canonicae

 Tra le tante contraddizioni attraverso cui ci conduce la pratica della lettura (sempre le siano rese grazie), c’è quella tra la solitudine dell’atto e la ricchezza di relazioni, umane, spirituali e sociali che spalanca. Come di fronte ad ogni contraddizione che esprima fedelmente una verità e non derivi da un paralogismo o da un’oscillazione nominalistica, la tentazione della conciliazione e della complementarietà (insomma dell’et-et) è forte. In questo caso essa potrebbe appoggiarsi proprio sulla dimostrabilità plateale di entrambe le affermazioni:

a. la lettura è un atto solitario (per esempio, Proust: essa ci permette di godere della “potenza intellettuale della solitudine, […] che la conversazione dissipa immediatamente”);

b. la lettura è un atto sociale (per esempio, Wallace: il libro esiste per combattere la solitudine). Ma la verità degli opposti dovrebbe vieppiù metterci in guardia dalla fallacia di una sintesi “ecumenica”: essa infatti rischierebbe di occultare proprio la necessità di una scelta, nel tempo e nello spazio di lettura dati e nella materialità della relazione che essa instaura. E la lettura si nutre di scelte, piccole e grandi. Nel “punto di lettura”, infatti, solitudine e socialità lottano per escludersi: o c’è l’una o c’è l’altra o c’è un ibrido instabile. Entrambe le prospettive appartengono alla lettura ma il loro dosaggio o bilanciamento può ribaltarsi nello spazio di una riga. Subito dopo aver chiuso il mondo fuori dalla porta della sua lettura, il lettore cercherà di farlo rientrare dalla finestra, lasciando tracce o addirittura convocando convitati e complici. (È forse superfluo ma importante ricordarlo: ciò che non ha capito l’et-et, non lo capisce certo meglio l’aut-aut, con le sue ipostasi che congelano e rendono incomunicanti gli estremi).

Quando si pensa alla solitudine della lettura in realtà si fa riferimento a una costellazione di termini e di situazioni non sempre coincidenti e sovrapponibili. Esiste la solitudine primigenia e fondante del piacere di leggere, quella non delegabile e non trasferibile, sovversiva e segreta, descritta da Roland Barthes e da tanti altri, in cui il godimento del testo “mette in stato di perdita”, “fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche del lettore” (Il piacere del testo). Cento giorni di solitudine sono necessari per leggere (veramente) un testo. Ma subito si scopre che il nucleo centrale di questa solitudine è in realtà un rapporto a due, anzi una serie di rapporti a due (autore/lettore, libro/lettore, personaggio/lettore, lettore/lettore…). Una solitudine che, come direbbe Stevens attraverso le lenti di Bloom, “solo i due possono condividere”. Si tratta quindi di una solitudine amorosa, di un rapporto protetto, intimo, esclusivo (di qui la gelosia del lettore di cui ci hanno raccontato sempre Barthes, nella voce “Lettura” dell’Enciclopedia Einaudi, oltre a Proust, Pennac, Canetti e molti altri). Con il libro non ci sono convenevoli (Proust), ma ci sono molti riti, molte scaramanzie, molti passi di danza e molti passi falsi (ti leggo, non ti leggo, se ti leggessi… se ti leggesse UN ALTRO!).

E in ogni caso, come nota Jorge Larrosa, dire che la lettura sia solitaria non significa che sia un’esperienza di solitudine. Anzi. A rompere la solitudine, infatti, c’è innanzitutto la presenza di un’assemblea di scrittori e di lettori intorno a noi, che veglia sul libro aperto, ci chiama, ci provoca, ci strattona. Se il lettore per lo scrittore è sempre postumo, vuol dire che egli è sempre impegnato nella scelta e nella costruzione del suo precursore, come diceva Borges. A questo punto si intravede quella particolarità della condizione solitaria della lettura cui corrisponde, sull’altro versante, la particolare socialità della lettura. La solitudine della lettura è in realtà un combattimento, una difesa dell’autonomia di chi legge, una barriera protettiva, cui il libro e anche l’ebook si prestano perfettamente, isolandoci nella “bolla” di lettura, schermandoci da intrusioni, confidenze e approcci indesiderati. È l’esperienza di sottrazione e irreperibilità di cui ci racconta la sovrana lettrice di Bennett, la “conversazione silenziosa nella dittatura del rumore” di Cioran, la rivendicazione della stanza tutta per sé di Virginia Woolf, vero brodo primordiale della lettura moderna.

La costellazione della solitudine, per noi lettori e lettrici di oggi, si richiama in modo diretto a questa prima dichiarazione di indipendenza della lettura, che non a caso si fonde e confonde con un gesto di libertà femminile. Non possiamo interrogarci sul futuro e sulle mutazioni della lettura se non partendo dal rapporto diretto, di filiazione, che la lettura intrattiene con la formazione dell’individuo moderno e della sua concezione di individualità. La solitudine di cui stiamo parlando, infatti, non è certo anomia e anonimato, ma l’opposto: pienezza della autonomia e della responsabilità individuale. In questo senso la solitudine del lettore è esattamente il contrario di quella descritta da Riesman nella Folla solitaria che poi prosegue nell’uomo flessibile e fungibile di Sennett, una solitudine, questa sì, che nasce dalla deprivazione e dalla indifferenza verso il simile e non a caso si caratterizza per l’assoluta incapacità di leggere i comportamenti altrui, differenziando i propri (la lettura è,batesonianamente, una differenza).

Talvolta la dimensione della solitudine viene confusa o sovrapposta ad altre, che fanno parte della costellazione, ma possono esistere anche autonomamente. Il silenzio, per esempio. La pratica della lettura silenziosa, o endofasica, da Ambrogio in poi, è dominante nel mondo occidentale scolarizzato, in cui la lettura ad alta voce, al di fuori di alcune situazioni eccezionali, è considerata segno di scarsa alfabetizzazione o di cattiva educazione. Ma la lettura è silenziosa anche nel senso che crea silenzio (diceva Fortini in Non solo oggi, crea “aria, silenzio e tempo intorno alla parola scritta”), opera una rarefazione della massa culturale circolante, esercita un’azione di ecologia della lettura. La vicinanza tra lettura silenziosa e preghiera, richiamata spesso da Fortini, può alludere a una azione di questo tipo. Tuttavia vi sono letture solitarie ad alta voce (alcune addirittura frutto di una solitudine imposta o autoimposta, ad esempio la recitazione di versi all’interno di istituzioni totali, come forma di libertà e sopravvivenza) e vi possono essere letture silenziose massive e gregarie. La dialettica tra solitudine e silenzio si collega molto strettamente a quella tra oralità e scrittura che ha conosciuto, da McLuhan a Ong, molti rovesciamenti: basti pensare a come oggi, più che a una seconda oralità siamo in presenza di una seconda scrittura, ossia alla nascita di un codice ibrido tra oralità e scrittura che si sta sviluppando sul web e sui social network.

Un discorso analogo si potrebbe fare per la dimensione di unicità e singolarità della lettura. Sulla singolarità ha detto cose molto importanti Derek Attridge che non a caso sono collegate al concetto di responsabilità e di etica della lettura. Attridge, nel definire il termine, ci tiene a non concepirlo semplicemente come l’opposto di universale, o come sinonimo di particolare, contingente, specifico, unico. Sebbene il concetto di singolarità sia molto lontano da quello usato in fisica, qualcosa della singolarità del big bang o di un buco nero trapassa nella visione di Attridge. La singolarità infatti definisce uno spazio etico, irriducibile e inviolabile, allude a una sospensione della legalità ordinaria, a uno stato di eccezione, a un incontro tra il carattere inatteso del testo e la creatività del lettore che lo interpreta e trasforma. Ogni lettore è libero di fare il suo testo o di fare suo il testo, ma non di farlo arbitrariamente, perché risponde a una sua chiamata e si impegna a risponderne. La libertà consiste proprio nell’essere responsabile della lettura fatta (Miller, Etica della lettura). Anche questa dialettica, quindi, agisce sulla solitudine del lettore creando zone di sovrapposizione e zone di fuga. Proprio perché il lettore è solo nel cuore del testo, egli sente che la lettura non è solo sua. Levinas direbbe che la singolarità della lettura consiste proprio nella sua esposizione all’altro.

Le nozioni di singolarità e di responsabilità, così strettamente legate, annunciano il cambio di paradigma che dalla solitudine della lettura conduce alla condivisione. Per quanto il passaggio possa apparire naturale, esso è sempre il frutto di un cambio di punto di vista, di una scelta del lettore. Tra gli esempi di lettura condivisa vi sono quelli di lettura “duale” o plurale come la lettura della buonanotte proposta da un adulto a un bambino (o viceversa), la lettura degli amanti di cui ci sussurra Quignard, e naturalmente la lettura nel/del gruppo di lettura. Essa nasce da uno strappo rispetto alla condizione solitaria del lettore: non nega la legittimità e la necessità della bolla di lettura, anzi la sancisce, ma afferma la volontà di mettere in comune i frutti della lettura individuale.

La lettura condivisa va distinta dalla lettura collettiva e dalle sue varie manifestazioni storiche, dalle quali si distanzia vistosamente. Sono forme di lettura collettiva, per esempio, la lettura ecclesiale di un testo sacro (o la corrispondente pratica di letture ideologiche e identitarie in comunità laiche), la lettura contadina durante le veglie intorno a un fuoco (di cui ci ha raccontato Chartier), le letture patriarcali alla famiglia riunita, le letture operaie agli albori della rivoluzione industriale, o quelle dei sigarai cubani, quando un lavoratore leggeva a voce alta per gli altri, “che rimborsavano di tasca loro il denaro che in questo modo il compagno perdeva” (Altick), le letture pubbliche, teatrali, scolastiche, ecc. In questa dimensione la lettura diventa una specie di offerta votiva alla collettività; deriva da un’autoria, può essere autorevole o autoritaria; si esprime attraverso un’oralizzazione spinta anche quando ne sono venuti meno i presupposti storico-sociali. La lettura collettiva corre sempre il rischio di una qualche, anche se generosa, strumentalità; lavora per mettersi al servizio della comunità mentre la lettura condivisa effettua esattamente il percorso inverso, costruisce la comunità sui bisogni di lettura.

La lettura condivisa disegna un’idea di comunità e di comune (e anche di bene comune potremmo dire con un termine oggi al centro della discussione politica ma anche da questa usurato), in cui ciò che si mette in comune è esattamente il niente che si ha in comune, e questo niente, o quasi niente (Jankélévitch) è ciò che permette al quasi tutto della lettura di dispiegarsi. L’idea batailliana, blanchotiana, della comunità si avvicina alla comunità di lettura molto di più delle visioni organicistiche, spiritualistiche, retoriche della lettura collettiva. E la lettura condivisa riabilita anche un’altra componente, etimologica e pratica, del concetto e della vita di comunità: il dono, anche se è vero che nella sua accezione di munus (“cum munus”), esso si porta appresso una sfumatura di doverosità, di obbligatorietà, che certamente contrasta con le pratiche autofinalizzate di lettura, ma esprime nel contempo il carico, il debito etico che attraverso la lettura si contrae.

La principale espressione della lettura condivisa è oggi rappresentata dai gruppi di lettura. Lontani discendenti di esperienze sette-ottocentesche come i caffè e i club letterari, e naturalmente molto distanti da quelle origini, si sono diffusi massicciamente nei paesi anglosassoni intorno agli anni novanta del secolo scorso, e sono poi approdati, attraverso la mediazione spagnola, anche in Italia, dove se ne contano circa un migliaio raccolti intorno alle biblioteche, alla rete e al blog dei gruppi di lettura. In queste sedi reali o virtuali si cerca di praticare il dono e l’arte della condivisione e della conversazione, suggerendo letture, discutendo, dividendosi e reincontrandosi, cambiando il punto di vista, osservando il mondo attraverso lo sguardo di un personaggio, immaginando diverse soluzioni narrative, in una sorta di autofiction governata dal lettore, facendo dell’etica della lettura il fondamento anche delle relazioni tra lettori (il che non è affatto scontato: vi sono accaniti lettori che accanitamente taglierebbero la testa ad altri lettori, per non dire dei non-lettori). Dice un frequentatore dei GdL americani: “Quando qualcuno diceva che leggere da solo è come bere da solo, io non ero d'accordo. Ho sempre amato leggere da solo. Poi frequentando un gruppo di lettura ho capito: non è che leggere da solo sia male, è che leggere con altri è meglio” (in The Book Group Bookdi Ellen Slezak). I gruppi americani, soprattutto quelli segnati dall’impronta mediatica di Oprah Winfrey, nascono all’insegna di una larvata o dichiarata polemica verso la solitudine della lettura. Tra i valori aggiunti che il gruppo mette in campo rispetto alla lettura solitaria vanno menzionati anche quelli relativi al mutuo soccorso tra lettori, il conforto nella traversata di libri difficili, l’aiuto solidale contro gli attacchi di paura di leggere (una sindrome che può colpire anche i lettori più allenati, magari dopo un trauma di lettura, perché la lettura in ambito scolastico, professionale, lavorativo può divenire una prestazione e una fonte di ansia e di stress).

Molti gruppi di lettura hanno poi utilizzato gli strumenti di comunicazione della rete per facilitare gli scambi e pubblicizzare le proprie attività, o in alcuni casi sono migrati sul web atterrando nel multiforme pianeta del social reading. Notevoli, infatti, sembravano le affinità: la condivisione e la partecipazione sono il vangelo del web 2.0, così come la spolverata di like ad ogni commento ricorda il “mi piace /non mi piace” del primo giro di tavolo in un bookgroup. In realtà il rapporto tra gruppi di lettura e social reading, pur essendo vivo e reale, si è rivelato non sempre idilliaco: la condivisione richiesta dalla lettura è più esigente e non si accontenta delle pratiche plebiscitarie o un po’ approssimative in voga su Internet. I gruppi di lettura esclusivamente virtuali hanno avuto spesso vita breve o difficile, con una forte presenza di lurkers, al contrario dei gruppi di lettura “fisici”, in cui la contribuzione attiva è molto elevata. Il che suggerisce che il valore aggiunto di Internet, in cui vige la regola 90-9-1 (90 silenti, 9 saltuari, 1 attivo), non sia precisamente quello della partecipazione, e fa pensare che anche qui stia ormai prevalendo un sistema di comunicazione similtelevisivo, broadcasting e push.

Vi sono poi dei punti di contrasto ancora più netti tra la socialità dei gruppi di lettura e quella dei social reading, sia che li si intenda come network per la socializzazione della lettura (Anobii, Goodreads, LibraryThing, Bookliners, ecc.), sia che li si intenda come software per la condivisione della lettura, come quelli esistenti sugli ebook, che consentono di scambiarsi opinioni, sottolineature, note, e di comunicare istantaneamente lo stato d’animo di chi legge, l’umore e le passioni suscitate dalla lettura. Mentre il social reading sembra basarsi sulla estemporaneità e sulla simultaneità (in questo senso è forse uno streaming reading…), il gruppo di lettura è asincrono e lavora “in differita”: si fonda sulla distinzione tra il momento di lettura individuale e la rielaborazione successiva operata dal gruppo. Il differimento, la procrastinazione e la programmazione sono elementi che caratterizzano fortemente la vita del gruppo, permettendogli anche di esprimere una propria autonomia rispetto alle pressioni della moda e del mercato. Ciò può avvenire anche in un gruppo online, ma il gruppo di lettura cerca di agire selettivamente e in controtendenza rispetto ai flussi e alla religione della iperconnettività, praticando l’approccio diretto ai testi e la risalita delle fonti, opponendosi quindi a quel primato del commento (Steiner) che imperversa su Internet. A volte l’impressione è che nell’ambito del social reading le letture tendano a moltiplicarsi all’infinito e a viaggiare in mondi paralleli senza incontrarsi e scalfirsi mai, mentre i gruppi di lettura sono impegnati nel continuo tentativo di produrre l’incontro e il clinamen degli atomi di lettura, in uno sfibrante corpo a corpo con la loro finitudine.

La citazione di Auden posta in epigrafe a questo post (che non a caso figura come titolo del capitolo dedicato alla socialità della lettura nel libro di Alan Jacobs, The pleasures of Reading in an Age of Distraction), può quindi essere letta in molti modi. Due i principali ed opposti: la solitudine è una buona compagnia oppure è l’unica che ci resta. La lettura non scioglie questa incertezza interpretativa, anzi la alimenta. Quando siamo immersi in una “ora canonica” come quella di Auden o in una notte di lettura come quelle descritte da Romano Guardini, quando i libri diventano esseri viventi, “singolarmente viventi”, avvertiamo anche noi la sensazione di pienezza e di pace prodotta dalla solitudine di lettura. Ma se un libro ci lascia senza fiato sentiamo irresistibile la pulsione del giovane Holden: “quando l’hai finito di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle per poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

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21 Risposte a La solitudine che connette

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