Andrea Cortellessa

Non è vero quanto ha sostenuto una volta Vanni Scheiwiller: che cioè il sodalizio di Piero Manzoni con Nanni Balestrini, minore di lui di due anni, fosse nato nelle aule dell’istituto Leone XIII, la scuola milanese dei Gesuiti dove entrambi avevano studiato (della stessa classe di Balestrini – col quale già allora dava vita a un sodalizio poetico a quanto pare chiamato «I figli della cenere» – era Leo Paolazzi, il futuro Antonio Porta; mentre Scheiwiller era della classe del ’34). Divennero amici più avanti, invece: a Brera, al bar Jamaica (così ricostruisce la vicenda Giorgio Zanchetti nell’assai informato contributo incluso nel Catalogo della mostra a Palazzo Reale). Al tramite di Balestrini, con ogni probabilità, si deve comunque se il primo scritto critico che si registri su Manzoni sia in assoluto quello firmato da Luciano Anceschi: che di Balestrini era stato docente di filosofia al Liceo scientifico Vittorio Veneto e che due anni prima aveva fondato la nuova rivista il verri (alla cui redazione aveva chiamato come factotum, appunto, il ventunenne Nanni). Nel gennaio del ’58, alla Galleria Bergamo, Manzoni espone assieme a Fontana e Baj: una mostra che viene subito ripresa a Bologna e il cui testo introduttivo è scritto appunto da Anceschi (il quale nota la svolta dalle «superfici caotiche» degli esordi informali alle «allibite superfici di bianco assoluto, affidate alla sensibilità nel trattare la materia e rotte da rilievi plastici e dalle loro ombre»).

È intanto interessante che sino al ’60 di Manzoni abbiano scritto solo letterati: dopo Anceschi è la volta di Vincenzo Agnetti, Emilio Villa e Cesare Vivaldi. Ma ancora più significativo è che gli unici altri poeti che guarderanno con violenta fiducia a questo estremo matto dell’avanguardia (per usare le parole di Pagliarani) saranno proprio tre dei cinque che nel ’61 metteranno a rumore l’ambiente letterario italiano con l’antologia I Novissimi. Poesie per gli anni ’60: Leo Paolazzi, che di lì a poco prenderà il nome di Antonio Porta, appunto Balestrini ed Elio Pagliarani (che degli altri ha qualche anno in più, fa il giornalista alla redazione milanese dell’Avanti!, e già da un pezzo frequenta il giro degli artisti). Al giovanissimo Paolazzi nel ’59 viene affidato l’incarico di presentare il catalogo della mostra che Bonalumi Castellani e appunto Manzoni tengono a Roma, alla Galleria Appia Antica di Emilio Villa; mentre lo stesso anno, sul primo numero di Azimuth, vengono ospitati inserti in versi da Narcissus Pseudonarcissus di Pagliarani (componimento prelevato dalla sua prima raccolta, Cronache e altri versi, pubblicata da Schwarz nel ’54, e che figurerà poi per intero appunto sui Novissimi), il frammento Innumerevoli ma limitate di Balestrini (che nel ’63 confluirà nella sua raccolta Come si agisce) e tre strofe del poemetto Europa cavalca un toro nero di Paolazzi (che nel ’60 uscirà per intero nella plaquette, ormai a nome Porta, che s’intitola La palpebra rovesciata ed esce come primo e forse unico numero di una collana, stampata a Brescia, di «Quaderni di Azimuth»).

Dopo la traumatica scomparsa dell’artista, Pagliarani e Balestrini torneranno a scrivere di Manzoni quando nel ’67 Vanni Scheiwiller realizzerà la monografia commemorativa Piero Manzoni: il primo con la testimonianza intitolata Fino all’utopia (della quale siamo in grado di riprodurre anche il dattiloscritto originale, appartenente a una collezione privata, grazie alla cortesia di Lia Pagliarani; per tutte le altre riproduzioni si ringrazia la Fondazione Piero Manzoni), il secondo col lungo componimento dedicato «a Piero Manzoni» e intitolato La gioia di vivere (la cui vicenda editoriale a seguire, però – a partire da Ma noi facciamone un’altra, la raccolta del ’68 –, vedrà cadere la dedica all’artista). Pagliarani – come ricorda Dario Biagi – sarà poi fra coloro che testimonieranno a favore del vecchio amico quando nel ’71, in occasione della sua personale curata da Germano Celant alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, nei suoi confronti scoppieranno rumorosissime polemiche (assieme a lui interverranno, fra gli altri, Argan, Brandi, Calvesi, Agnetti e Capogrossi). Mentre Porta scriverà un componimento a posteriori, dedicato «a Piero e ai Manzoni», quando Maurizio Calvesi chiamerà un certo numero di poeti a confrontarsi con l’opera di uno degli artisti esposti alla Biennale del 1984 (nella sezione Poesia per Arte allo Specchio, alla lettura poetica conclusiva intervennero – oltre a Porta – Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici, Edoardo Sanguineti, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Maurizio Brusa, Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni). Il componimento però vedrà la luce – lì restando, mai raccolto in volume – solo nel catalogo della mostra ravennate Piero Manzoni, a cura di Claudio Spadoni (Essegi 1990; nel volume vengono riprodotti altresì Fino all’utopia di Pagliarani e La gioia di vivere di Balestrini). Dunque postumo, ormai, in due sensi: rispetto a Manzoni ma anche rispetto a Porta, andatosene nell’aprile dell’anno precedente (trovo questa notizia nell’utile contributo di Jacopo Ninni, PMP (Piero Manzoni e la Poesia), sul sito «Poetarum silva»: http://poetarumsilva.com/2013/05/12/pmp/; ringrazio Rosemary Liedl e Niva Lorenzini per le ulteriori informazioni di cui mi hanno messo a parte).

Per Porta, il rapporto con Manzoni deve aver contato anche più che per gli altri Novissimi. All’indomani della scomparsa dell’artista compone un poemetto visivo dal titolo – allusivo al punto da non ammettere ulteriori spiegazioni – Zero, che viene esposto alla Galleria Blu di Milano nell’ottobre del ’63 e viene pubblicato il mese seguente, in forma lineare, sul primo numero di «Marcatré». Un testo che così si conclude: «senza concezione, senza misura, senza forma | senza metro, senza progetto, senza costruzio | ne, senza matrice, senza materia, senza mat | eriale, senza spazio, senza vuoto» ecc. Invitato da Edoardo Sanguineti a spiegarne la genesi, sul numero successivo della medesima rivista Porta pubblica un testo in verità reticente, Il grado zero della poesia, che però è improntato a quel medesimo «senso del tragico» che Pagliarani, per parte sua, non esiterà ad associare alla vicenda di Manzoni nella propria testimonianza Fino all’utopia.

Proprio Sanguineti rappresenta l’anello mancante di questa storia (nonché quello che, allo stato attuale della mia ricerca, resta un piccolo mistero). Alla fine del ’58 Manzoni scrive all’amico Rinaldo Rossello – che fa da intermediario con un collezionista – di essere al lavoro su una pubblicazione in cui riproduzioni di sue opere verranno accompagnate da «un testo di Edoardo Sanguineti». Ma la pubblicazione non uscirà, e di questo testo non è stata finora trovata traccia (la notizia è contenuta nella monografia di Francesca Pola). Il che tanto più sorprende, perché il geniale paradigma antimetaforico del «Questo è questo» (da Sanguineti elaborato nel ’62 a proposito di Burri, poi applicato ad Antonio Bueno) calza a pennello – è il caso di dire – all’opera di Manzoni, piuttosto: il caposaldo della cui poetica, enunciato nel ’57 e a più riprese ribadito nei testi successivi (raccolti ora da Gaspare Luigi Marcone negli Scritti sull’arte), recita senza equivoci quanto segue: «l’immagine prende forma nella sua funzione vitale: essa non potrà valere per ciò che ricorda, spiega o esprime […] né voler essere o poter essere spiegata come allegoria di un processo fisico: essa vale solo in quanto è: essere». Viene da pensare che una collaborazione tra i due fosse in effetti stata programmata, per poi saltare in seguito a uno screzio (magari per motivi politici: in un’intervista piuttosto chiacchierata di Adele Cambria, uscita sul «Giorno» il 16 giugno del ’58, Manzoni aveva detto – o gli era stato fatto dire – «La politica? Non ha nessun significato per noi, noi viviamo in un mondo avveniristico!») o per la gelosia di qualche altro artista a Sanguineti più vicino (e l’uscita di Manzoni dal movimento Nucleare, sempre nel ’58, in tal senso non avrà certo giovato…).

Si arriva così al presente: Nanni Balestrini è fra i testimoni intervistati nel documentario Piero Manzoni artista, diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Sky Arte. A differenza di tanti altri artisti della sua generazione, nella cui bibliografia critica i nomi di poeti e letterati in genere abbondano, in quella di Piero Manzoni sono quelli qui citati gli unici scrittori ad essere presenti – ripresentandosi con costanza anno dopo anno e decennio dopo decennio. Che dire? Ognuno riconosce i suoi.

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da Bonalumi Castellani Manzoni, a cura di Leo Paolazzi, catalogo della mostra, Roma, Galleria Appia Antica, 3-15 aprile 1959, s.l., s.i.e., 1959

Risalendo alla chiara distinzione del Pareyson («Rivista di Estetica», sett. dic. 1958) tra soggetto tema e contenuto, e riportandone, per comodità, la formulazione, sarà molto più facile verificare il valore dell’abusato e tormentato termine «astrattismo»: «Il soggetto è l’argomento trattato: un oggetto reale o possibile da rappresentare o descrivere, un fatto storico o immaginario da narrare, una idea da trattare e sistemare, e così via. Il tema è il motivo ispiratore: il particolare sentimento cantato dall’artista o il suo modo di vedere o sentire un determinato argomento o un complesso di determinate idee emozioni aspirazioni. Il contenuto è, come abbiamo visto, la spiritualità dell’artista fattasi tutto modo di formare, cioè il significato spirituale dell’aspetto sensibile dell’opera, lo stile stesso come umanità. Ora non è che ogni opera d’arte contenga necessariamente questi tre elementi, per quanto nessuna possa fare a meno del terzo»; e aggiunge più sotto: «… quelle (opere d’arte) in cui manca il soggetto e il tema, o, meglio, quelle in cui lo stesso stile è il tema, si possono chiamare astratte». E si capisce subito che sono solo queste ultime a interessare, perché assumono in una rappresentazione autonoma, rigorosa, senza appigli esterni, l’idea del mondo e il senso della vita scoperti da un artista. Rappresentano cioè nell’unico modo possibile la condizione umana quale il pittore conosce nel suo tempo, in questo tempo. Alla luce di questa considerazione sembra chiaro che solo l’arte astratta è figurativa, cioè fedele ad un’immagine interiore. Figurativi sono dunque Mondrian, Pollock, Fontana…

Da queste posizioni muovono i tre giovani amici, impegnati d’altra parte nel superarle adottando un diverso modo di costruire il quadro. Anche a loro chiediamo il senso della condizione umana, e ne riceviamo una risposta; pure, il quadro di Manzoni, abolito persino il gusto del dipingere, tende a farsi oggetto, desolata presenza a sé, con quella sua materia allucinante (tela e gesso), porzione di un gran vuoto bianco, e oggetti sono i quadri di Bonalumi, con una diversa partenza, con un più di favoloso e di innocente: immagini di terre vulcaniche percorse da una solitudine insormontabile, , tutta sostenuta dal peso di un materiale violento come certi tubi di metallo. Ecco il punto di separazione dalle esperienze precedenti: il modo di dare al quadro corposità e spazio diversi, metodologia costante anche in Castellani, che pure usa solo colori ad olio e si presenta, in apparenza, come diversissimo (e vorrei precisare, a questo punto, che indicando le diverse materie non intendo sottolineare un interesse specifico per la materia, da tutti superato, con solo qualche residuo sperimentale in Bonalumi.) E riesce invece a formare un’architettura nuova, non più sorretta dalla linea ma dalle impennate dei colori guidati da fili sottili applicati alla tela, suggerendo, poi, una concezione meno desolata dell’uomo, con ricuperi operati da un lirismo incantato che apre certe possibilità di salvezza: una linea blu… Altro non c’è da chiedere, ora, e altro non può interessare, una volta superate, come sono, le pericolose zone del puro gesto.
Leo Paolazzi

da «Azimuth», 1, 1959
Innumerevoli ma limitate

Quante volte me lo
al cavallo che si era avvicinato
al rumore del muro crollato
e afferrò la maniglia scricchiolante
col pacco sotto il braccio e posarlo
dove l’aveva preso e nessuno
(ci sono tante sedie) lì c’era
a ricevere, controllare, a dire.
Che cosa. Mi disse: risolvi.
Dunque un po’ di silenzio, dunque la
colazione: e prenderne per conservare
la razza, il sesso, la statura
a manciate per fare più
in fretta galoppi anche se
appiccica alla pelle, poiché ha fine.
La seconda ragione (fu
sul punto di andarsene, ma vivacemente):
. . . . . . . . . . . .
Nanni Balestrini

Frammenti dal Narciso

È un po’ come dire che c’è poco da bruciare, oramai,
lo zeppelin è sgonfiato, il fusto è nudo
che fa spavento
io ho avuto tutti i numeri per finir male,
l’amore vizioso, l’ingegno e più l’ambizione pudica
e al momento opportuno un buco nei pantaloni
che ci passano due dita
allora bruceremo pali di ferro
il nostro paese aggiornato, la draga la gru l’idroscalo.
. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .
Oh, la nostra razza è la più tenace, sia lode al suo fattore,
l’uomo è l’unico animale che sverna ai poli e all’equatore
signore di tutte le latitudini che s’accostuma a tutte le abitudini,
così ho violenta fiducia
non importa come lo dico – ah l’infinita gamma dei toni
che uguaglia solo il numero delle anime sensibili delle puzze della terra
ho violenta fiducia, non importa, che tu mi trovi in mezzo alla furiana
e dopo, quando le rotaie del tram stanno per aria.
. . . . . . . . . . . . . . .
Elio Pagliarani
1952/53 ibidem

da Europa cavalca un toro nero

1

Attento abitante del pianeta,
guardati! dalle parole dei Grandi
frana di menzogne, lassù
balbettano, insegnano il vuoto.
La privata, unica, voce
metti in salvo: domani sottratta
ti sarà, come a molti, oramai,
e lamento risuona il giuoco dei bicchieri.
Brucia cartucce in piazza, furente
l’auto del partito: sollevata la mano
dalla tasca videro forata.
Tra i giardini sterili si alza,
altissimo angelo, in pochi
l’afferrano e il resto è niente.

10

Un coro ora sono, ondeggianti
nel prato colmo di sussulti.
“Lo zoccolo del cavallo tradisce,
frana la ragione dei secoli.”
Urla una donna, partorisce,
e un bambino percosso dalle cose.
Con un colpo di uncino mise a nudo
l’escavatrice venose tubature,
e radici cariche di schiuma
nel vento dell’albero antico,
spasimano, gigante abbattuto.
Quattromila metri di terriccio
premono le schiene, e un minatore
in salvo ha mormorato:
“Là è tutto pieno di gas.”
Un attimo prima di scivolare
nella fogna gridò: Sì.
Leo Paolazzi

da Piero Manzoni, Milano, Scheiwiller, 1967
La goia di vivere
per Piero Manzoni

ognuno reagirà in maniera diversa pensa
sono passate conseguenza di questa operazione
se gli avversari
ognuno reagirà in maniera diversa pensa quante
si vedrà essi insomma sono ingannati
di stimolare e dirigere
passate conseguenza
una lotta della esercitazione risulti
tutti avevano in mano degli
a questa le forme a volte
interamente in figurazioni
anche per una dalle altre
il gioco viene
interamente in figurazioni
rispetto a questa
lasciato vacante dalle une
tre volte innanzitutto
indipendentemente
è occupato dalle altre il gioco viene ripetuto
gli avversari interpretassero
per cui le nozioni qual è l’elemento
considerare tutte le forme a volte
due tratti orizzontali
indicano il collo
innanzitutto sul processo
tutti avevano in mano degli
i tentativi
delle parti il compito di stimolare
presente nell’aria circostante hanno
la carica presente nell’aria circostante
i tentativi
lasciato vacante dalle une
indipendentemente
anche per una comoda
orizzontali bianche
orizzontali bianche si fece
due tratti
nell’aria circostante hanno
orizzontali bianche si fece
per cui le nozioni qual è l’elemento comune
di miracolo anche coloro che hanno
libertà di movimento
indicano il collo riuscirà
libertà
ognuno dava
bianchi nell’altro vi è
nello sviluppo
nello sviluppo gli interessi del presente
con piccoli punti bianchi nell’altro
bianchi nell’altro
a tale
indicativo
nello sviluppo gli interessi del presente
che funzioni in senso opposto
al primo soltanto i residui
a tale proposito è
in senso opposto
dopo torna ad essere
che funzioni in senso opposto rispetto
per la prima volta
incontriamo per la prima
dopo torna ad essere
che permettono di giudicare
accanto
accanto ai criteri empirici
in definitiva è solo di costi
come di un sintomo accanto
di un sintomo accanto ai criteri
durante il periodo stabilito
ne derivano soltanto colui
che permettono di giudicare
se a questo punto si
due minuti gli uomini
di giudicare
senza per questo
esso viene eseguito
restano assolutamente durante il periodo
con attenzione abbiamo
restano assolutamente durante il periodo
assolutamente durante il periodo
operato una scelta il problema
per questo
dei fenomeni esso viene
per le osservazioni senza per questo
attrazione e una capacità si tratti di una turba
soltanto
o di una cosiddetta
con attenzione abbiamo dunque
operato una scelta
abbiamo
l’anello che chiude viene eseguito
viene eseguito ogni giorno
Nanni Balestrini

Fino all'utopia

Di quanti ho conosciuto che girano a vuoto, Piero Manzoni era il più grosso e il più autentico. Poteva permetterselo, non aveva bisogno di far soldi, e nemmeno di farsi un nome. Non aveva bisogno di rassodare radici, il suo problema era quello di tagliarle. Così diverso da me, mi pareva, da provarne – per uno più giovane in tutti i modi – quasi soggezione; non mai fastidio o insofferenza, come troppo spesso coi troppo fasulli. Fino da trovare strano un suo interesse per il mio lavoro, mi ricordo proprio che una volta gli dissi le parole precise: Non rivolgerti a me, rivolgiti a Sanguineti (cercava versi per Azimuth). Ma gli piaceva «L’uomo è l’unico animale…» e io ero contento e lusingato che una poesia vecchia di una decina d’anni piacesse a questo estremo matto dell’avanguardia, così tranquillo e sicuro nel muoversi. Ma non solo per questo: un’idea dell’arte come totalità, e come totalità non metafisica.

E mi sono appuntato un anno e mezzo fa, per il mio nuovo poemetto: «Il conte Piero Manzoni che vende la merda che chiama la merda d’artista»; non so se userò più questo appunto, per ché ho paura ora di sfruttare in qualche modo la sua morte: ma qui posso dirlo, che reco solo una testimonianza di lui in mezzo ai suoi amici; e meglio se di questo mio patetismo me ne vengono beffe
Così dicevo che uno che riesce a vendere la merda dovremmo farlo ministro degli esteri.

Così ora tutti sanno che non ha mediato nulla, che la sua vita è rigorosamente tragica. Ma a noi non occorreva per saperlo. Ma la tragedia. Non conosco, dalla sua parte, testimone più rigoroso di lui, e giudice più spietato fino alla sublime utopia; e sarà bene che noialtri ricordiamo al pubblico e alla guarnigione che ogni prodotto finito è il risultato di un lavoro a catena; e vivano, se penso a Piero, vivano le consorterie.
Elio Pagliarani

da Piero Manzoni, a cura di Claudio Spadoni, catalogo della mostra, Ravenna, S. Maria delle Croci, 26 maggio-24 giugno 1990, Ravenna, Essegi, 1990
Non fuggire lo spazio
a Piero e ai Manzoni

Affrontare il bianco della pena, nell’io domani.
Direi annullare. E credi forse di aver maturato
i giuramenti? Arrenderti sulle rosette, sul gesso
sulle pietre? Oppure sul frizzante, sul Campari e
sul Kassis. Oppure di chi va e dice: bella quella
ragazza bionda, andiamo all’Idroscalo, vieni anche
tu? Divertiamoci, parliamo e affrontiamo la cattiva
riga, l’ultima riga, la riga estrema del tenue orizzonte.
Affrontiamo l’ipocrisia, sulla diamantina grigia e
inzuppata - prosegui, non fuggire lo spazio. Avvertimi
in tempo. Lascia un biglietto al bar. Lascia un biglietto
mai ritirato, dove la richiesta avanza ogni pratica.
Ci vedremo quindi la prossima settimana, non ti preoc-
cupare, ma non mi basta, non mi soddisfa, non mi fa scrivere
altro. Quindi: lasciare e basta e anch’io lascio.
Antonio Porta
Biennale di Venezia 1984

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5 Risposte a Una violenta fiducia. I Novissimi con Piero Manzoni

  1. jacopo galimberti ha detto:

    su il verri c’e’ un articolo di sanguineti dove si accenna, seppur brevemente, a Manzoni

    Edoardo Sanguineti, ‘Documenti d’arte
    d’oggi’, Il Verri, vol. 2, no. 4, December 1958,
    pp. 125–8.

  2. Jacopo Ninni ha detto:

    #Piero Manzoni e la poesia, un binomio affascinante che viene ben affrontato da questo articolo approfondito e preciso di Andrea Cortellessa.

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