Liviana Gazzetta

In Francia la polemica contro la cultura dei gender studies è arrivata ben prima che da noi. Qui una petizione promossa nel 2011 da Christine Boutin (Partito cristiano democratico) e sostenuta da 80 deputati e 113 senatori ha chiesto il ritiro dei manuali prodotti per l’insegnamento di Sciences de la vie et de la terre, dove è stata introdotta la distinzione tra sesso, genere e orientamento sessuale; le disposizioni governative francesi, infatti, su questo terreno sembrano ben più avanzate che in Italia, prevedendo anche fin dal 2010 che nel Programme d’Histoire-géographie l’insegnamento collochi al centro delle problematiche trattate gli uomini e le donne che costituiscono le società.

Anche in Italia alcuni settori del mondo cattolico hanno avviato forme integralistiche di reazione alla diffusione dei gender studies nel dibattito delle idee e soprattutto nel contesto scolastico. I giornali ne hanno già dato notizia, segnalando in particolare “l’aggressione” subita da alcune associazioni femministe romane che hanno promosso il corso La scuola fa la differenza. Ancora più grave l’intervento del Sottosegretario di Stato Miur, on. Toccafondi, che ha bloccato il programma UNAR contro le discriminazioni “basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”, programma avviato dal precedente governo.

 Ma perché tanto accanimento contro la categoria di genere? Accreditando l’esistenza di un complesso teorico omogeneo di impianto costruttivista che viene definito «gender theory», molti organi cattolici vi individuano una visione politica della sessualità in stretta relazione con «l'attivismo omosessuale» e vi vedono un nesso strutturale col relativismo che caratterizzerebbe il mondo della cultura contemporaneo. La denuncia di un presunto narcisistico «mercato dell'autofondazione sessuale» ha portato Benedetto XVI ad affermare, nel discorso al Pontificio Consiglio «Cor Unum» sul matrimonio il 19 gennaio 2013, che “L’insidia più temibile di questa corrente di pensiero è di fatto l’assolutizzazione dell’uomo che viene sciolto da ogni legame e da ogni costituzione naturale”, fino a pretendere di “essere indipendente, pensando che nella sola affermazione di sé stia la sua felicità”.

In alternativa alla «gender theory» questi stessi organi vanno articolando un discorso sulla differenza come luogo di realizzazione del soggetto, che tiene conto, almeno in parte, delle libertà femminili attuali, ma riprende gli assi della riflessione essenzialista propria della tradizione neotomista. Si insiste così sulla differenza femminile e sulla valorizzazione della cultura delle donne con temi e atteggiamenti di fondo che possono avere punti di osmosi con talune ricerche femminili, e in molti casi se ne mutuano addirittura i linguaggi. Si promuove la conoscenza di teorie e pensatori/trici che tendono a superare l'opposizione tra «destino biologico» e «libertà» e indicano la maternità come un'esperienza privilegiata, un modello universale di apertura all'altro.

Non esiste in realtà una “teoria del gender”. Con questa categoria non si introduce tanto una determinata visione dell’essere uomo e dell’essere donna, quanto piuttosto uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro variabilità, complessità e articolazione. La polemica contro il “gender” è però particolarmente grave nel contesto formativo: oggi che nelle relazioni tra i sessi convivono stereotipi di fasi storiche precedenti, modelli di comportamento derivanti da ambiti antropologico-culturali anche molto diversi tra loro e nello stesso tempo schemi di comportamento violenti che si ritenevano superati, l’educazione al genere può davvero contribuire alla costruzione di una società più giusta e tollerante, sviluppando la consapevolezza dei condizionamenti storico-culturali ricevuti.

Per questo il Direttivo della Società Italiana delle Storiche ha ritenuto di dover prendere posizione, inviando una lettera all’on. Stefania Giannini, Ministra dell’Istruzione, e all’on. Teresa Bellanova, che la ha delega alle PP. OO.: una lettera che non solo segnala le indebite ingerenze e il vuoto normativo italiano in materia, ma che anche rivendica l’importanza di promuovere l’educazione al genere come contributo ad una formazione civile e intellettuale più completa, che insegni a riflettere sugli stereotipi sessuali e combatta i pregiudizi.

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15 Risposte a Il genere a scuola

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