Andrea Cortellessa

Il titolo L’età dell’estremismo traduce quello dell’ultimo classico della storiografia del Novecento: il libro di Eric J. Hobsbawm da noi uscito nel 1995 come Il secolo breve – ma il cui titolo suonava, in originale, The Age of the Extremes. Un’ambiguità meglio espressa dal titolo di un libro-conversazione con lo storico britannico (pubblicata nel ’98 da Carocci): L’età degli estremi.

Perché il vero tema di questo libro policentrico – come sempre quelli di Marco Belpoliti – è appunto la somiglianza perturbante, quasi la «rima» anacronica, fra due temperie storiche diverse: due estremi, appunto. Allo stesso modo quello di Hobsbawm si apriva col gesto di François Mitterrand, che il 28 giugno 1992 si recò a Sarajevo, in Bosnia: così «citando» il 28 giugno di 78 anni prima, quando nella stessa città s’era accesa la miccia della Grande Guerra. Dal primo «estremo» del «secolo breve» a quello che lo conclude: il crollo del Muro di Berlino di cui la «nuova» crisi balcanica rappresentava la conseguenza più sanguinosa. Anche i muri più possenti, da un momento all’altro, possono crollare in modo inaspettato: almeno per chi non si era accorto delle incrinature che da tempo li percorrevano.

Proprio due crolli venivano da Belpoliti messi in «rima» in un libro, che appunto Crolli s’intitolava (pubblicato da Einaudi nel 2005), e che di questo ora uscito rappresenta la matrice. Da una parte di nuovo il Muro di Berlino; dall’altra le Torri a New York. Meno di dodici anni dal 1989 al 2001: nuova cesura dalla quale guardare con la stessa «bocca aperta», gli stessi «occhi spalancati» coi quali l’angelo di Klee, nella Nona Tesi di Benjamin, guarda al cumulo di «macerie su macerie» che è stato il Novecento. Come quello dell’Angelus Novus, lo sguardo di Crolli – alla metà esatta degli Anni Zero – era retrospettivo.

Era alle crisi del Novecento che guardava: alle crepe che percorrevano l’immaginario e che poi si sarebbero clamorosamente realizzate nella storia materiale: quella che va a toccare le vite di tutti. Lo spazio vuoto fra le Twin Towers su cui si fissa, a Torri appena innalzate, «l’artista del disastro quotidiano» Gordon Matta-Clark; i mille angosciosi vuoti fra le steli di Richard Serra, che Peter Eisenman ha collocato sotto alla Porta di Brandeburgo come Memoriale degli ebrei d’Europa; la memoria inelaborata dei bombardamenti che si scopre alle radici delle quêtes di W.G. Sebald; la polvere negli «allevamenti» di Duchamp che si ritrova in Damien Hirst o in Claudio Parmiggiani, ad anticipare quella sollevata dai crolli; l’ibridazione a oltranza degli artisti post-human, come Matthew Barney o Andres Serrano;

la diversa, «epica» oltranza degli architetti che hanno sognato lo skykline trasgressivo di New York, e che pare anticipare a rovescio l’esaltazione distruttiva di Mohamed Atta e degli altri kamikaze, che quello skyline hanno deturpato per sempre («la costruzione dei grattacieli è l’equivalente più prossimo della guerra in tempo di pace» dice nel 1928 William A. Starrett, uno dei progettisti dell’Empire State Building). Tutti fenomeni – fra gli innumerevoli che Belpoliti mette in risonanza l’uno con l’altro – in cui si tocca con mano il vero spirito del Novecento, l’ambivalenza che così lui riassume: «Alla volontà di costruire, di erigere, si contrappone sempre l’opposto: la volontà di distruggere» (quella che un altro libro del 2005, Il secolo di Alain Badiou, lacanianamente ha definito la sua «passione del reale»).

«Creare storia con gli stessi detriti della storia», era stata la missione di Benjamin. E questo libro, coi detriti del Novecento, ha raccontato soprattutto la storia psichica degli anni che lo hanno seguito, e in cui il libro è stato scritto. Gli Anni Zero, cioè: tempo-pròtesi, tempo-prolunga, tempo-supplemento (La 25a ora post-11 settembre di Spike Lee). Un tempo visualizzato dall’installazione Shibboleth, esposta da Doris Salcedo a Londra nel 2007: una fenditura in mezzo al pavimento della sala e che ne mette a rischio i visitatori. Chi vuole entrare lo deve fare percorrendo la faglia: questo pavimento spezzato è l’unico su cui poggiare i piedi. Esattamente come questo tempo-faglia, questo tempo senza nome in cui abbiamo vissuto negli anni che ci separano da Ground Zero.

Ora però, che da Crolli è passato quasi un altro decennio, questi materiali hanno cambiato segno. Uno degli ultimi racconti di Primo Levi s’intitola Il passa-muri: capovolgendo l’apologo anni Sessanta dell’amico Calvino, Il conte di Montecristo, Levi immagina un modo di evadere dal muro invalicabile di una prigione facendosi, paradossalmente, della stessa materia di quel muro. E i muri che appaiono nei capitoli scritti più di recente, i più acuti e tormentosi del libro di Belpoliti, come quello alzato dagli israeliani in Palestina (raffigurato dal fotografo della Primavera di Praga, Josef Koudelka, e discusso dall’architetto Eyal Weizman), non sono più muri in polvere, caduti in macerie. Sono solidi e di nuovo imponenti, come la luce di un tempo nuovo – duro e minaccioso al pari di quelli che lo hanno preceduto.

Dall’abisso del Novecento Kafka aveva potuto scrivere che per quelli del suo tempo Babele non era più una Torre: «noi scaviamo la fossa di Babele». Ma Paul Zumthor, commentando questo aforisma, ha detto che Babele non è il segno della «fine della storia quanto la sua ripresa, su basi ancora indicibili, perfino inconcepibili». E una volta Daniel Libeskind, l’architetto che dal secolo seguente ha ridato un volto a Berlino (benjaminianamente definita, da Belpoliti, «capitale del Ventesimo secolo») – ma che non ha potuto dare il suo segno alla capitale degli Anni Zero, Ground Zero appunto – ha detto che «considerarsi parte di una fine è già l’inizio di qualcosa». Con discrezione, per parte sua, Belpoliti ricorda che mentre Crolli era dedicato a sua madre, allora appena morta, L’età dell’estremismo è dedicato alle sue giovani figlie. Sì, gli Anni Zero sono proprio finiti.

Marco Belpoliti
L’età dell’estremismo
Guanda (2014), pp. 288
€ 18,00

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14 Risposte a Un’archeologia del futuro

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