Emanuele Profumi

L’anno scorso, durante una presentazione dell’Informe General del Grupo de Memoria Historica di Bogotá, una ricerca approfondita sulle conseguenze del lungo conflitto armato sulla popolazione, una delle scienziate politiche che vi avevano lavorato, Maria Emma Wills, finì il suo intervento ricordando il panorama di un Paese ingiusto e poco incline alla pace: “Queste sono le mie conclusioni: esistono tre Colombie in questo momento.

Una Colombia desolata e derelitta, una Colombia indifferente, e una Colombia polarizzata”, disse quasi piangendo. Sottolineò l’enorme sofferenza popolare e l’ingiustizia che rappresentano gli indifferenti e i “polarizzati” di fronte alla realtà, sempre più chiara, dell’impatto della guerra per il complesso della società: al 31 Marzo 2013 si calcolano 25 mila desaparecidos, 1.754 vittime di violenza sessuale, 6.421 bambini, bambine e adolescenti reclutati dai gruppi armati, 5 milioni e 700 mila rifugiati interni (15% della popolazione nazionale), tra il 1958 e il 2012 sono morte 220 mila persone, delle quali 81,5% corrisponde a civili, e tra il 1985 e il 2012, ogni dodici ore è stata sequestrata un persona1.

Una guerra che è cambiata molto con la nascita dei gruppi paramilitari, principali responsabili dei massacri e degli assassini selettivi, e il sorgere delle organizzazioni del narcotraffico. Un conflitto interno, perpetuo, che ha dissanguato il tessuto sociale, facendo del terrore e della barbarie pratiche quotidiane, considerate necessarie per il controllo territoriale. “Gli assassini selettivi, i rapimenti dei desaparecidos, i sequestri e i piccoli massacri, sono quanto ha maggiormente prevalso nella violenza del conflitto armato. Queste modalità configurano una violenza altamente frequente ma di bassa intensità, e fanno parte delle strategie che rendono invisibile, occultano o silenziano, il conflitto armato e sono impiegate dagli attori armati”, si legge nell’Informe2.

Però la Wills si è dimenticata di menzionare un’altra Colombia, che lei conosce bene quando parla degli eroi che hanno resistito alla guerra, come individui o come collettività: la Colombia democratica che scommette per la fine del conflitto armato come un momento necessario da cui partire per trasformare la società. Una “Colombia alternativa” che sta partecipando al processo, direttamente o indirettamente, e sta riflettendo sui suoi limiti e sulle sue possibilità.

Una società in conflitto per l’alternativa politica

L’alternativa politica, di società, è una risposta ai due maggiori problemi che sono alla base delle guerre interne che hanno attraversato il Paese da più di mezzo secolo (prima dell’omicidio di Gaitàn del ’48): una parte importante della società si oppone da sempre all’ingiustizia economica e all’esclusione politica, che hanno preso, soprattutto i volti della mancata riforma agraria e della gestione elitaria e autoritaria del potere statale. In un primo momento c’è stata una guerra al movimento contadino e lo sterminio sistematico dei sindacalisti (tra il 1999 e il 2005 sono stati assassinati 860 sindacalisti), dal 2003 in avanti, invece, anno del Congreso Nacional Agrario, il movimento contadino e il movimento sindacale si sono uniti alle mobilitazioni dei “popoli originari” e degli afrodiscendenti creando nuove forme di lotta contro il modello politico ed economico dominante (come, per esempio, la Minga Social Indigena, il Congreso de los Pueblos e la Marcha Patriotica)3.

L’anno passato abbiamo assistito ad un’evoluzione importante di questa tendenza: lo sciopero diffuso dei contadini (conosciuto come il Paro agrario) contro le misure brutali del TLC (Trattato di Libero Commercio), ha bloccato molte parti del Paese mentre il recupero della “personalità giuridica” dell’Unión Patriótica, che da qualche mese ha permesso che questa organizzazione martoriata, che negli anni ’80 è stata massacrata (subendo 10 mila omicidi), possa partecipare alle elezioni Presidenziali di Maggio (la sua leader, Aida Abella, è candidata come vicepresidente della Repubblica in tandem con Clara López del Polo Democrático Alternativo).

È come se ci fosse stata un’influenza reciproca tra il conflitto armato e i movimenti sociali, nel bene e nel male: “Noi consideriamo che c’è una relazione dialettica tra il conflitto armato e il conflitto sociale. La dinamica della società, con i suoi conflitti non armati, contro le infrastrutture, le miniere, arrivano a incidere nella trasformazione del conflitto armato. I movimenti sociali danno fastidio ai gruppi armati, e particolarmente agli insorti, con cui il dialogo si può ancora sviluppare. D’altra parte, però, il conflitto armato incide anche sulla dinamica dell’organizzazione sociale”, dice a questo proposito Carolina Jiménez di Planeta Paz4.

Difficoltà del processo

Insieme al narcotraffico, che acquista una sua rilevanza dal ’75, un insieme di altri fattori hanno cambiato la guerra degli anni ’805: l’apparizione e la diffusione dei paramilitari, il massacro della Unión Patriótica, il successo del processo di pace che si è concluso con la stesura della Costituzione del ’91, il fallimento del processo del Caguán e il nuovo patto tra gli Usa e il governo colombiano sul controllo del territorio nazionale (crescita e modernizzazione delle forze armate, Plan Colombia e Plan patriota, etc).

L’incognita maggiore per il successo dei dialoghi che si stanno svolgendo all’Avana, sembra essere la polarizzazione che si è prodotta in seno alla società, tra la “Colombia alternativa”, in cui possiamo considerare anche una parte rilevante delle vittime, e la “Colombia militarizzata”, che ha assunto la logica di guerra portata dal conflitto armato. “Dal 2002 fino al 2010, con Uribe, la società è stata molto polarizzata. Appaiono settori totalmente contrari alla negoziazione. Anche le vittime cominciano ad apparire, ovvero quelli che voglio che vengano riconosciuti i diritti delle vittime. Perché non necessariamente da un processo di negoziazione ne esce un accordo favorevole alle vittime”, afferma Mauricio Garcia Duràn, direttore del Cinep6.

La polarizzazione attraversa la stessa società politicizzata che vuole giocare un ruolo attivo nel Processo di Pace e nella trasformazione democratica del Paese, e prende la forma di una distanza tra chi si è allontanato totalmente dalla logica della guerra e chi non ha condannato del tutto l’insurrezione armata perché ne condivide le ragioni politiche di fondo. Tra quelli che partecipano convinti ai Forums consultivi e propositivi che accompagnano i dialoghi sui punti dell’Agenda di negoziazione (Foro Agrario, Diciembre 2012 – Foro sobre la Participación Política, Abril 2013 – Foro sobre las drogas ilícitas, Septiembre/Octubre 2013)7, e quelli che considerano importante, però parziale, questa partecipazione, e/o poco rilevante il peso di questi Forums al tavolo negoziale.

La pace del futuro

La fine del conflitto armato con le Farc è pieno di problemi. Tutte le voci più importanti di coloro che lottano per il cambiamento della società sanno che la fine del conflitto armato tra le Farc e lo Stato non corrisponde esattamente alla realizzazione della pace nel Paese. Non solo perché ancora resterebbe in piedi la guerriglia dell’Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), benché si stia continuando a lavorare da tempo alla possibilità di integrarla negli attuali dialoghi di pace8, ma anche perché lo stesso processo è segnato da enormi incognite: le garanzie per gli ex guerriglieri (la prospettiva dell’esercito e la presenza dei paramilitari), le elezioni presidenziali e la mancanza dell’appoggio della popolazione alla soluzione politica.

Le ultime inchieste pubbliche mostrano, infatti, che le elezioni presidenziali sono segnate da una forte propensione al voto bianco da parte dell’elettorato, e da una vittoria quasi certa dell’attuale presidente Santos. Santos condivide, con l’ex presidente Uribe, una stessa visione della Colombia: neoliberismo economico, appoggio ai settori del grande capitale nazionale e internazionale, repressione dei movimenti sociali e visione della sicurezza sociale basata sulla repressione sociale, dipendenza dalle decisioni che arrivano da Washington, impunità per l’esercito9.

Gonzalo Sánchez, responsabile principale del Informe General del Grupo de Memoria Histórica, al contrario, è ottimista e crede che “si è avanzato troppo per pensare che entrambe le parti possano interrompere il dialogo”. Ma avverte: “La pace deve arrivare alle regioni. Questo dovrebbe entrare nei negoziati, perché se non c’è un impegno nelle regioni, rimane solo sulla carta e a Bogotà. Però questo non si può realizzare dall’oggi al domani”.

L’impazienza della popolazione davanti al processo è stata recentemente quantificata: il 58% dei colombiani sono pessimisti di fronte ai dialoghi di pace, e il 75% degli intervistati non vuole che gli ex guerriglieri partecipino alla vita pubblica. Sfiducia che attraversa anche la “Colombia alternativa”: “Fino a quando non ci sarà un governo popolare non ci sarà Pace”, dice Gloria Gaitàn, figlia di Jorge Eliécer Gaitán Ayala e importante intellettuale colombiana. “Credo che arriveremo ad una pace più formale che reale, benché la sogniamo. E vi aneliamo. Ma non a qualsiasi pace”, aggiunge Janet Bautista, che da anni lotta per aiutare le vittime scomparse a causa dei sequestri.

Insomma, benché appaia sempre più chiaro che questo processo non sarà sufficiente per realizzare la pace in Colombia e trasformare la società, sembra essere comunque il solo strumento per diminuire il livello di violenza e chiarire da dove arrivano i veri pericoli per la pace e la giustizia: dalla militarizzazione della politica, dell’economia e della società. Il futuro dei movimenti sociali dipende da come finirà una doppia menzogna, che afferma che la rivoluzione e la guerriglia sono la stessa cosa e che la guerra è il prodotto principale dell’insurrezione armata. Il successo del processo può aiutare a ristabilire questa verità storica e politica.

  1. ¡Basta ya! Colombia: memorias de guerra y dignidad, Centro Nacional de Memoria histórica, Bogotà 2013, pp. 33-5. Per leggere tutto il documento: http://www.centrodememoriahistorica.gov.co/micrositios/informeGeneral/ []
  2. Ibid., p. 42. []
  3. Darío Fajardo Montaño, Colombia: dos décadas en los movimientos agrarios, in «Cahiers des Amériques Latines, vol. 2012/3, n.71, pp. 145-168. []
  4. Una rete che appoggia i movimenti sociali durante la costruzione di una pace che non sia semplicemente la fine del conflitto armato. []
  5. Jaime Zuluaga Nieto, Situación actual y perspectivas de la guerra interna, in «Cahiers des Amériques Latines», vol. 2012/3, n.71, pp. 145-168. []
  6. Centro per le ricerche e l’educazione popolare gestito dai gesuiti, impegnato da sempre nella costruzione di una società giusta e pacifica in Colombia: http://www.cinep.org.co/ []
  7. I Forums sono organizzati dall’Universidad Nacional de Bogotà e dall’Onu. Le conclusioni di ogni Forums si possono consultare sul web: https://www.pazfarc-ep.org/index.php/articulos/debe-saber/1687-foros-convocados-por-la-mesa-de-conversaciones.html []
  8. Dal 1 Luglio del 2013 le Farc hanno salutato positivamente questa possibilità. L’Eln ha lavorato molto per entrare soprattutto dopo le grandi manifestazioni contadine del Settembre del 2013. []
  9. Questo aspetto viene giustamente ricordato anche da Olga L. González, Colombie: les dialogues de paix de la dernière chance?, in «Mouvements des idée set des luttes. Amérique latine: capitalismes, résistances et reconfigurations politiques», hiver 2013, n.76, pp. 83-4. []
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2 Risposte a Processo di pace e alternativa politica in Colombia

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