Augusto Illuminati

Non sarà soltanto una giornata di ponte e di stanche celebrazioni ufficiali, sebbene traversate da oscene stravaganze quale il divieto pordenonese di cantare dal palco Bella ciao. Ci saranno piccole e più attuali iniziative dal basso, in cui la festa è occasione per parlare del presente, voglio citarne un paio a caso, giusto perché stanno nella mia città.

Il primo è la festa a Parco S. Sebastiano, di fronte all’Angelo Mai sequestrato dai giudici con risibili motivi, e che ripropone il contrasto alla criminalizzazione dei centri sociali e all’adozione, oltre ai noti domiciliari (quelli che non si dànno ai frodatori fiscali), di divieti amministrativi di dimora a Roma, un bel retaggio del fascismo. Il secondo è un corteo di quartiere a Casal Bertone (un altro analogo ci sarà a Centocelle), che unirà le nuove resistenze contro la precarietà e le politiche di austerity al ricordo della Resistenza romana e all’espulsione dalla piazza dei mazzacinghia di CasaPound. L’Italia oggi sarà piena di siffatti episodi ed è buon segno.

Qui si innesta un discorso più ampio, meno legato all’occasione celebrativa. Di cosa stiamo parlando quando parliamo di Liberazione? Restiamo ancora a Roma – ma presto il discorso emigrerà a Torino, Milano, Napoli... Per la prima volta, almeno a memoria di questa generazione (io e altri lettori ricordiamo forse ancora Scelba, Tambroni, Giorgiana Masi, ecc., ma non conta), un ministro degli Interni, il suo prefetto e una loquace maggioranza dei corpi amministrativi romani vogliono vietare il centro città alle manifestazioni, con il contorno di grottesche proposte di decentramento in periferie che tanto, essendo già devastate, non correrebbero pericolo di ulteriori danni, nonché, in contrapposto alla richiesta civile ed “europea” di un numero identificativo per i poliziotti in servizio di ordine pubblico, di un numero d’ordine... per i manifestanti, non specificando se tatuato sul braccio o apposto su t-shirt o k-way o zainetto. I problemi di Roma, consenziente il sindaco Marino, sono diventati non la mancanza di case disponibili (l’invenduto abbonda) e la dismissione industriale, ma la movida e i cortei, le botteghe che calano le saracinesche all'avvicinarsi delle classi pericolose e i sampietrini disselciati.

Non arriveremo a sostenere che Alfano, Pecoraro e compagnia sbraitante preparino una nuova tirannide, paragonabile a quella contro cui si levò la lotta di liberazione conclusa il 25 aprile. Osta a ciò la mediocrità delle persone, malgrado le pessime intenzioni. Tuttavia l’ossessione securitaria scatenatasi dopo le scaramucce del 12 aprile è un bruttissimo sintomo, perché i propositi di stretta repressiva, la voglia di negare agibilità politica e di piazza all’opposizione è strutturalmente connessa alle strategie neo-liberiste, al loro impulso profondo a rendere “superflua” la democrazia riducendola a una democrazia plebiscitaria del comune (per dirla con B. Manin), dove there are no alternatives e imperversano simulacri di personalità e concetti manageriali o pseudo-tali come efficienza e velocità.

Guardiamoci però dallo scambiare per geni del male i puttanieri, gli avvocaticchi e i truzzi che twittano a ripetizione. In genere non aiuta la pretesa demagogica di identificare immediatamente vecchi simboli con i nuovi (dittatura dell’euro, tirannide della trojka, Renzi fascista, ecc.), bisogna invece capire in cosa consista oggi liberazione e da quale oppressione, quanto il potere sia entrato nelle nostre vene e neuroni e non se ne stia isolato ed esterno come in altri momenti di crisi e rivolta.

Finanza, poteri forti, eurocrazia, “casta” non sono solo vampiri dai connotati demo-pluto-giudaici evocati dal populismo di destra per venire incontro alla pancia dell’opinione pubblica (pancia vuota, a causa della crisi, ma pur sempre “pancia”), ma equivalgono a quelli agitati dal populismo di sinistra (burocrazia, nostalgia, conservazione, rigidità dei rapporti di lavoro) per giustificare un liberismo selvaggio che gonfierà, a sua volta, il populismo opposto. Sovranismo d’accatto vs europeismo del capitale finanziario.

Di entrambi dobbiamo liberarci ed è una lotta più complessa, anche se meno sanguinosa, di quella del 1945. Almeno finché dura l’equilibrio armato fra i centri imperiali concorrenti con relativi satelliti. Si tratta, niente meno, che di liberarci dalla mancanza di reddito e dell’incubo del lavoro precario (come dire: dal lavoro e dalla sua scarsità), di recuperare o costruire per la prima volta l’uso dei beni comuni naturali e culturali, di fare democrazia – non di restaurare quella rappresentativa corrotta, anzi realizzata nella sua corruzione. Parliamo di reddito garantito, salario e controllo sulle condizioni di lavoro, partecipazione e autogestione democratica del comune. Non di commemorazioni e neppure dell’evento commemorato, che fu cosa alta e degna, ma altra cosa.

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23 Risposte a Quale Liberazione?

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