Gabriele Frasca

I Laibach non si smentiscono, e continuano a confondere il vecchio pubblico, per aggregarne ogni volta uno nuovo, all’altezza della chiamata in causa. E non potrebbe essere altrimenti, a conoscerne l’estetica, militante nel senso più responsabile. Non c’è procedimento estetico, per i Laibach, sin dagli '80 del punk sloveno, che non sia ideologico, e non c’è ideologia, a partire ovviamente dalla peggiore di tutte, quella che dichiara morta ogni ideologia, che non sia il discorso di copertura di uno stato dispotico e barbarico, a corto di risorse e aggressivo innanzi tutto al suo interno.

Dallo spalto privilegiato dell’unico lembo del continente privo di truppe di occupazione (la vecchia Yugoslavia), e poi dal balcone aperto sul futuro dalla crisi balcanica, il gruppo sloveno ha guardato per 34 anni al cuore dell’Europa e, sotto la patina di civiltà imposta dalla logica dei blocchi, vi ha scorto le vecchie correnti sanguinarie che non hanno poi tardato a manifestarsi, quando il continente ha smesso di ospitare la linea di confine, e di desiderio, del mondo. E così, ad esempio, nel 1990, mentre in tanti salutavano la fine del comunismo, i Laibach lanciavano beffardamente il loro hit Wirtschaft ist tot, l’economia è morta. E tutto si può dire tranne che il tempo non abbia dato loro rapidamente ragione.

Capacità profetiche, forgiate se mai su vetuste letture francofortesi? Forse, ma soprattutto un sorprendente grado di consapevolezza nell’uso della cultura di massa che sono chiamati come band a frequentare. Da questo punto di vista i Laibach, più di tanti intellettuali à la page, sono per davvero la coscienza d’Europa (da cui l’irresistibile successo negli USA), proprio come i Residents lo sono dell’America che tanto ancora ci fa sognare. E non è un caso che i due gruppi in questione siano gli unici a essersi esplicitamente votati a una paradossale perennità. Dietro le maschere dei Residents non sappiamo quanti musicisti si siano alternati dal lontano 1976, e c’è da giurarci che la loro storia potrebbe non finire mai.

Coi Laibach, che ci hanno invece messo la faccia, se mai per stagliarla ispirata sulle loro divise, le cose vanno diversamente, ma l’idea di sopravvivere ai loro stessi ascoltatori li avrà accarezzati all’altezza di WAT (2003), e proprio nel momento in cui annunciavano, malinconici invecchiati e rabbiosi, di essere il tempo, e destinati col tempo a sparire. In Volk (2006), esaltazione di ogni nazionalismo nella presunta globalizzazione (sgonfiatasi presto con l’ennesima crisi economica), non ne erano rimasti che due della formazione (quasi) originaria. Ora, con Spectre, non ci resta che la voce gutturale di Milan Fras, che quasi ci divora in Resistence Is Futile, esattamente mentre le voci dei più giovani componenti del gruppo ripetono per l’appunto «We are Laibach!»

Sì, sono i Laibach, 2.0 se volete, ma sono i Laibach. E se Milan Fras ancora v’intona i suoi ritornelli gutturali, talvolta persino con inaspettata grazia (Americana), lo fa quasi per introdurre quella che sarà senz’alcun dubbio la nuova voce della band, l’ispirata Mina Špiler, che è come se si fosse già piegata a raccogliere il testimone (ascoltare No History per crederci), e nel frattempo impazza in Bossanova, si concede persino di vestire i panni del miglior Gerry Casale in Liver, incalza con rabbia il suo stentoreo collega in Walk With Me, e gli ruba persino l’ansimo lussurioso nella rapace cover da Serge Gainsbourg (Love On The Beat), perla dell’edizione limitata. Pop, hanno ripetuto in tanti in sede di recensione, persino storcendo il naso.

Pop, dichiarano gli stessi Laibach, quello che gli necessitava per il loro album più politico (come la dance con i suoi ritmi concentrazionari serviva allo scopo di Nato, e l’heavy metal al fondamentalismo cristiano di Jesus Christ Superstars). Spectre, fra Marx e Bond, con i suoi costanti inviti all’insurrezione, è la colonna sonora, pop, della spettralizzazione che ci spetta, senza volto (alla faccia di Facebook) e tutti in rete come siamo. I Laibach, che di pun totalitari non se ne perdono uno, definiscono il fenomeno Cominternet... Cioè: anonimi, connessi e felici di essere insieme a fischiettare lo stesso motivetto (The Whistleblowers), che poi è il ritornello dei nostri anni: «We sleep, we dream / With no time in between».

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6 Risposte a La spettralizzazione secondo i Laibach

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