Franco Buffoni

Negli anni in cui insegnavo a Cassino, mi appassionai alla storia di Fregellæ. Distrutta nel 125 a.C. dal pretore romano Lucio Opimio, in seguito al tradimento dei propri concittadini da parte di Quinto Numitorio Pullo (esecrato persino da Cicerone), di Fregellæ restavano e restano solo le rovine nei pressi della moderna Ceprano. Rovine sulle quali era stato consumato il rito della devotio, la consacrazione - con tremende formule di esecrazione - del suolo della città distrutta alle divinità degli Inferi: una sorte che nel II sec. a. C., come ricorda Macrobio, Fregellæ condivise con Cartagine e Corinto. Mi incuriosiva in particolare il fatto che la forsennata ribellione dei fregellani fosse scaturita dalla mancata concessione da parte di Roma del diritto di cittadinanza.

Una mattina a Fregellæ vidi al lavoro una dozzina di operai: sbancavano un terreno già esaminato in precedenza dagli archeologi, compiendo un lavoro di mera manovalanza. Su di loro, comunque, vigilava un giovane ricercatore, che di quegli scavatori mi spiegò la provenienza. Erano magrebini che avevano appena terminato la stagione per la raccolta dei pomodori a Villa Literno. Attraverso la mediazione di un conoscente del “professore” erano stati arruolati per quel lavoro urgente a giornata; poi sarebbero spariti: la loro presenza - mi fece capire con un sorrisetto complice il giovane studioso - dovevo considerarla fantasmatica, erano proprio solo di passaggio.

Al ritorno, salii sul treno per Cassino alla stazione di Isoletta, dopo aver riattraversato un ampio tratto di campagna. Lungo i binari della ferrovia vidi i magrebini svanire all’orizzonte. Erano la traduzione in realtà della splendida poesia di Wilde sui mietitori abbronzati che si stagliano nella luce del tramonto (Les Silhouettes). Cominciai a riflettere sulla presenza proprio a Fregellæ di quei lavoratori immigrati clandestini: sarà stato per il ritmo lento del treno, l’associazione di idee in quel momento fuoruscì in versi:

A Fregellæ come Cartagine distrutta
Furtivi orsetti bruni oggi scavate
Per pochi resti di colonne
E frammenti di vetro.
Nulla di intatto perverrà a chi vi manda,
Un patto scellerato col traditore Quinto
Condannò a devozione la città.
Come Cartagine,
Donde venite voi
Scavatori clandestini
Qui ad alternare Literno pomodori.
E non fu per diritto negato di cittadinanza
Che i fregellani insorsero
E Roma vendicò l'insulto?
Il permesso di soggiorno domandate
E scavate, scavate...

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a A Fregellæ come Cartagine distrutta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi